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Khamenei, un lutto potente

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

16 luglio 2026

I vivi e i morti: i funerali dell'Ayatollah materializzano la sconfitta dell'universo Epstein

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"Quindi, Santità, ora i vostri sacerdoti sono morti e io sono rimasto vivo. Ma in verità sono io che sono morto e loro che vivono. Perché come sempre, Santità, lo spirito dei morti sopravviverà nella memoria dei vivi".
Cardinale Altamirano, "Mission" (R. Joffé, 1986)Cardinale Altamirano, "Mission" (R. Joffé, 1986)

L'immensità del funerale del Leader martire dell'Iran, Guida Suprema della Repubblica Islamica, l'Ayatollah Alì Khamenei rende fisica la vittoria sui nemici ed eterno il successo della sua politica interna ed estera. Perché oggi chi è morto vive nel successo militare, nella resistenza del sistema, nella fama personale e della nazione, che una finalmente competitiva narrativa di un paese del Sud del mondo è riuscita ad imporre - tra video Lego (imparasse la stessa Lego a fare pubblicità simili, mi attendo a breve su Temu i kit fake) e musiche attraenti - annichilendo la propaganda occidentale di BBC Persia, di Iran International e di tutto il sistema informativo dipendente da Washington, Tel Aviv, Londra e dalle altre capitali dell'universo Epstein - che non è solo occidente, vedi Ryad grande finanziatrice della galassia informativa monarchica.
Una condotta mediatica savia anche durante il funerale, con l'invito di giornalisti e produttori di contenuti, in particolare di controinformazione: tra gli italiani Giulia Bertotto, Davide Rossi, Achille Zaino, ecc.

Mentre sono morti i vivi che avevano puntato sulla fragilità del sistema politico iraniano, sulla supposta scarsa coesione etnica (curdi, azeri, beluci, arabi del Khuzestan), sul mancato supporto delle masse alla Repubblica Islamica, sulle irriducibili fratture tra le nazioni islamiche, sull'isolamento internazionale, sulle difficoltà economiche e sulla debolezza dell'esercito.

Le folle sterminate di Teheran e Qom, in Iran, di Najaf e Kerbala in Iraq e giovedì di Mashhad per la sepoltura - nel nordest del paese, dove era nato l'Ayatollah - accompagnano la cassa di un vivo, mentre dalle telecamere di Washington e Tel Aviv parlano i morti, gli sconfitti, coloro che hanno perso ogni sembianza umana e morale.

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Luci e ombre di Khamenei

Il funerale corona il successo della vita politica dell'Ayatollah, lo rende manifesto, ma non bisogna assolutamente cadere nell'equivoco di ritenere la Repubblica Islamica un monolite monocratico, come invece la disegnano i media dei regimi Epstein: soprattutto dalle riforme politiche successive alla morte del fondatore Khomeini, e quindi all'ascesa di Khamenei al ruolo di Guida, abbiamo assistito a un'alternanza di governi che, anche quando ideologicamente prossimi all’Ayatollah, hanno mostrato delle divergenze. Tra i conservatori quello presieduto da Rafsanjani, il ricostruttore del paese devastato dalla guerra con l'Iraq, che impresse all’Iran, che sino ad allora aveva vissuto un decennio di regime islamico di guerra, una svolta fortemente neoliberista al limite del thatcheriano, con una precarizzazione del lavoro che oggi è totalizzante e che sicuramente ha ossigenato l'economia, ma ha anche colpito i poveri, sempre tenuti da conto dal Leader, e creato un sistema economico alternativo ai bazarì, grandi sponsor della rivoluzione del ‘79. O il populismo conservatore di Mahmud Ahmadinejad, rumoroso, appariscente e forse maleducato, con una politica di ritorno alle origini della rivoluzione, ma fuori tempo massimo.

Dall'altro lato, gli ancora meno graditi riformatori come M. Khatami o il moderato H. Rohani molto attenti all'economia, che avrebbero voluto politiche di sviluppo più sostenute, forse a scapito degli ingentissimi investimenti militari e strategici e propensi a un'apertura all'occidente che ha portato più spine che rose. [1]

L'Ayatollah è stato innanzitutto una guida, la barra a dritta dello stato. Quanto vi siano state effettive divergenze di opinioni, ma non coartate, tra il vertice religioso e le varie presidenze, oppure se questa dicotomia sia stata solo il risultato della necessità di accettare il cambiamento è questione che non sono in grado di valutare. Per esempio le già ricordate riforme economiche o l'apertura ai paesi vicini. Dopo l'omicidio del generale Soleimani - comandante delle IRCG, uomo di Khamenei e nume tutelare del Fronte della Resistenza: nemico dell’Isis, spalla di Assad e sostegno di Hezbollah ed Houti - la politica più trattativista del presidente Ebrahim Raisi era forse inevitabile. Battuto lo stato islamico era doveroso rasserenare i rapporti con i vicini, politica culminata con il riavvicinamento a Ryad mediato dalla Cina del 2023 o i meno appariscenti accomodamenti col Pakistan, un modus vivendi con i turbolenti Talebani del vicino Afghanistan, la simpatia (non so quanto ben riposta) verso Turchia ed Azerbaijan e le aperture sempre più evidenti alla Russia, con cui, invero, c'è stato un pregresso di ostilità alquanto radicato.

Malgrado tutto, l'Ayatollah è stato la voce che ha difeso le spese militari: gli enormi esborsi per l'arsenale missilistico, sviluppato quasi da zero; gli investimenti per la vincente politica di bunkerizzazione degli obiettivi sensibili, un'idea semplice ed allettante, ma di realizzazione difficile e con un preventivo di spesa colossale stordente; gli aiuti per l’Asse della Resistenza e la Resistenza palestinese che con tanta ferocia i media della Diaspora, foraggiati dai loro fiancheggiatori occidentali e sionisti, attaccano quotidianamente e attraverso le parabole TV sembrano aver fatto qualche breccia soprattutto nella media borghesia e a Teheran Nord (i quartieri bene).

L'uomo dei no difficili, innanzitutto quello opposto al taglio delle spese militari e da ultimo il granitico rifiuto di mettere in discussione la missilistica del paese dopo la guerra dei 12 giorni o la tiepida accoglienza del JCPOA del 2015, ma che comunque non ostacolò. L'uomo della continuità della difesa delle priorità nazionali davanti al succedersi dei governi con interessi contingenti. Non l'unico protagonista, non l'unico padre del successo sicuramente, ma nel bene e nel male il pastore che ha badato che il gregge non cadesse nel vuoto.

Uomo anche di ombre, soprattutto all'inizio, quando da presidente della repubblica, tra il 1981 e il 1989, ha mostrato un rigore spietato, come ricorda sovente nei suoi illuminanti video Antonello Sacchetti citando direttamente la futura Guida:

“Non credano gli americani di fare con noi quello che hanno fatto in Cile, perché noi non siamo liberali”.

Parole severe tradotte in una politica dura: la repressione delle minoranze politiche con l'esilio dei liberali, la soppressione brutale del Tudeh, i carri armati in Kurdistan, la ferocia verso il Mek i Mujahedin del popolo, assai corretta se mi è concesso data la loro selvaggia e nichilista brutalità.

Ancora una volta si ripresenta il dilemma del riformatore radicale o del rivoluzionario se si preferisce. Riecheggiano le critiche di Rosa Luxembourg a Lenin:

“La libertà solo per i seguaci del governo, solo per i membri di un partito per numerosi che possano essere non è libertà. La libertà è sempre unicamente la libertà di chi la pensa diversamente. Non per fanatismo di giustizia perché tutto ciò che di educativo, salutare e purificatore deriva dalla libertà politica, dipende da questa condizione, e perde ogni efficacia quando la libertà si fa privilegio”.
R. Luxemburg. La rivoluzione russa e La tragedia Russa, Massari editore 2004

I recenti casi sudamericani con le cadute elettorali o la tragedia venezuelana cosa ci mostrano se non la correttezza di Lenin e ora di Khamenei? L'Iran ha retto perché il regime ha potuto imporre la sua politica, travalicare le contingenze elettorali, fare politiche antipopolari, prendere decisioni gravose.

Un regime sudamericano baciato dalla ricchezza da fonti primarie, ma condannato dalla maledizione dell'esportazione di una monocultura industriale o di una sola materia prima minerale, quante possibilità ha di correggere lo squilibrio nei tempi contenuti di un sistema liberale con elezioni? Servirebbe una politica economica veramente di base, oserei dire teresiana, che consenta il balzo di sistema, ma che avrebbe il difetto di scontentare tutti i soggetti economici presenti: gli esportatori colpiti dal protezionismo e dalle politiche di sviluppo interno, i salariati le cui paghe sarebbero compresse per il contenimento dell'inflazione ed i creditori che vedrebbero impedita la libera circolazione dei capitali, vera palla al piede del Latino America.

Nessun governo riuscirebbe ad ottenere la realizzazione del piano entro la data delle elezioni, quindi ci sarebbero solo i gravami e nessun elemento positivo, per sfangarla quindi politiche di corto respiro e un soffio di spesa sociale.

Questa trappola è stata evitata in Iran, comunque tra le difficoltà, con le ricorrenti ondate di protesta ben aizzate dall’estero ma con una scintilla di disagio reale; la necessità di assicurare aiuti alla popolazione e le timide riforme, anche di costume, finalmente, perché mentre si guardava la veletta i sionisti costruivano fabbriche di droni sul territorio nazionale.

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[1] A. Sacchetti, Iran il nemico essenziale, Amazon Italia, 2024