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La Cina ha vinto?

di
Giopinioni
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7 ottobre 2026

Mentre l'Occidente ne profetizzava il crollo, Pechino costruiva la sua autonomia tecnologica

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La Cina ha vinto di Alessandro Aresu (Feltrinelli, 2025) parte da alcune provocazioni: e se, mentre l’Occidente aspettava il collasso della Cina, fosse stata la Cina a cambiare le regole del gioco? E se questa stessa aspettativa di un imminente collasso ci impedisse di analizzare lucidamente il mondo cinese?

Il libro sceglie Wang Huning come filo conduttore per raccontare le trasformazioni del paese e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Politologo, professore alla Fudan, poi consigliere di Jiang Zemin e figura centrale dell’apparato politico cinese, Wang osserva gli Stati Uniti già nel 1989 e cerca di capire cosa si nasconda dietro la loro potenza. C’è una scena significativa si sofferma nel parlare dei pensieri di Wang: Wang attraversa San Francisco, vede persone dormire per strada e si chiede come sia possibile che ciò accada nella società capitalista più ricca del mondo.

Questo passaggio è altamente esemplificativo di una delle prospettive cruciali del libro: per capire la Cina bisogna smettere di considerarla semplicemente come una copia imperfetta dell’Occidente. Il modello cinese va considerato come un unicum, dotato di proprie forze e debolezze, e (in buona parte) avulso dalle categorie politiche occidentali.

Una delle tesi più interessanti di Aresu riguarda proprio il modo in cui l’Occidente ha interpretato la Cina. Per anni analisti e commentatori (celebre in merito il caso di Gordon Chang, che ha speso un quarto di secolo nel farlo) hanno annunciato il suo imminente collasso: debito, crisi immobiliare, invecchiamento demografico, consumi interni insufficienti, dipendenza energetica. Problemi reali, che il libro non nasconde. Ma trasformarli nella prova di un inevitabile crollo significa isolare singoli fattori e ignorare le relazioni tra essi, ignorando le trasformazioni che la Cina ha continuato e continua a esperire sottopelle.

Nel costruire la sua analisi, unico mix di osservazione politica e narrazione, grazie all’espediente del raccontare il tutto come se fossimo nella testa di Wang Huning, l’Autore, pur parlando estensivamente dell’assetto istituzionale della Cina, decide consapevolmente di dare ampio spazio alle vicende biografiche delle persone che la stanno trasformando o che l’hanno trasformata.

Aresu racconta così traiettorie individuali che diventano pezzi di una trasformazione collettiva, partendo dalla “vecchia” generazione di “capitalisti rossi” come Ren Zhengfei di Huawei, per esempio, mostrando come la costruzione di una capacità tecnologica autonoma fosse diventata una questione strategica per lo Stato cinese, riprendendo le considerazioni di Jiang Zemin, che lo aveva capito già negli anni Novanta: «Non avrò pace finché la Cina non risolverà questo problema: avere dei propri sistemi autonomi, completi e controllabili di software e tecnologia informatica».

L’attenzione poi si sposta anche sulla “nuova” generazione di mega-imprenditori cinesi, fra cui Liang Wenfeng di DeepSeek e Wang Xingxing di Unitree. Le storie di questi imprenditori e le traiettorie di vari ricercatori descritte nel corso del libro, rappresentano qualcosa di più di singole storie di successo: esse stanno a testimoniare la possibilità, per una nuova generazione cinese, anche quando formata negli Stati Uniti, di immaginare il proprio futuro tecnologico senza dover necessariamente passare dagli USA stessi.

Il messaggio di fondo è che per interpretare la competizione tecnologica fra Washington e Pechino non bisogna guardare soltanto a brevetti, aziende e investimenti (che restano tuttavia cruciali), ma bisogna andare un passo indietro, studiando la capacità dei rispettivi paesi di produrre persone che vogliano costruire il futuro al loro interno. Nell’ambito di questo studio, Aresu mostra bene come una parte enorme della capacità scientifica americana dipende infatti da ricercatori di origine cinese, dando vita a un paradosso di evidenza icastica: mentre Washington cerca di contenere l’ascesa tecnologica cinese, molte delle competenze che alimentano l’innovazione statunitense e che la tengono in corsa provengono proprio da quel sistema che si vuole contenere.

L’Autore inoltre, pur cogliendo alcune potenzialità chiave della Cina, dà anche spazio ai suoi problemi strutturali: l’invecchiamento della popolazione, il debito locale, la crisi immobiliare, la dipendenza da alcune importazioni strategiche e la debolezza della domanda interna. E soprattutto mostra il lato più ambiguo del modello politico cinese: la solidità della sua stessa struttura politica, capace di concentrare risorse e obiettivi di lungo periodo, potrebbe sclerotizzarsi nel lungo periodo, producendo rigidità, controllo e nuove forme di dipendenza.

La Cina ha vinto è particolarmente efficace quando ricostruisce connessioni: tra università e industria, tra singoli percorsi biografici e trasformazioni geopolitiche, tra decisioni politiche e capacità produttive. Meno convincente è invece quando la prospettiva di Wang Huning rischia di diventare la lente dominante attraverso cui interpretare tutto il conflitto tra Cina e Occidente. Nella sua brevità e sinteticità, e nella sua capacità di costruire connessioni fra geopolitica e storie personali, il libro finisce per dare uno spazio limitato alle specificità e alle caratteristiche intrinseche del modello socio-economico-politico cinese, e andrebbe per questo complementato con altre letture a riguardo (si consiglia ad esempio il monumentale La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi).

Tornando al libro, il suo titolo va preso sul serio ma anche con cautela: La Cina ha vinto non significa che la Cina abbia risolto i propri problemi, né che il modello cinese rappresenti necessariamente il futuro. Significa piuttosto che essa ha vinto la scommessa sulla propria trasformazione: mentre una parte dell’Occidente ha continuato a misurare il paese sulla base delle proprie categorie, la Cina costruiva capacità industriali, tecnologiche e scientifiche che oggi hanno modificato gli equilibri globali.

E forse la domanda più interessante lasciata dal libro è proprio questa: quante volte abbiamo scambiato le contraddizioni di un Paese per la prova del suo inevitabile declino, semplicemente perché non riuscivamo a vedere come quelle contraddizioni si collegassero tra loro? È una domanda che va oltre la Cina. E proprio per questo rende il libro interessante anche per chi non vuole soltanto capire Pechino, ma capire perché l’Occidente abbia fatto così tanta fatica a vederne l'ascesa.