La lezione dell’IRI: perché serve una nuova politica industriale
Storia dell'IRI e dell'economia mista: perché all'Italia serve ancora una visione industriale nazionale
di Novecento
Nel 1933, in piena crisi economica mondiale, venne istituito l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), l’ente viene istituito dallo Stato italiano in epoca fascista, su impulso tecnico di Alberto Beneduce, fu figura vicina ai gruppi democratici e già ministro del lavoro nel 1921, richiamato come consulente per le sue capacità. L’ente nasce con una struttura divisa tra sezione finanziamenti e sezione smobilizzi, con l’obiettivo di intervenire nel sistema bancario e industriale attraverso lo scambio di liquidità con partecipazioni azionarie nelle principali imprese italiane. [1]
Attraverso questo meccanismo lo Stato entrò progressivamente nel controllo di settori strategici: armamenti, telecomunicazioni, energia elettrica, siderurgia civile e cantieristica navale. Tra le grandi aziende coinvolte figuravano Ansaldo, Terni, Ilva, SIP, Alfa Romeo e altre realtà fondamentali del sistema produttivo nazionale. [2]
Nel dopoguerra, con la spinta di Oscar Sinigaglia, l’IRI si trasformò in un vero motore di sviluppo industriale. L’aumento della capacità siderurgica e la costruzione di grandi infrastrutture portarono l’Italia al centro del cosiddetto “miracolo economico” degli anni ’50 e ’60. In quel periodo lo Stato agiva come coordinatore dello sviluppo, integrando capitale pubblico e privato in un modello di economia mista che si collocava tra liberismo e pianificazione centralizzata.
Il capitale delle imprese era spesso misto: società formalmente private ma con forte presenza pubblica. Questo sistema, studiato anche in Europa come possibile “terza via”, permise la nascita di una base industriale solida e competitiva.
Nel dopoguerra e fino agli anni ’60 e ’70, l’IRI contribuì in modo decisivo alla crescita del Paese. Tuttavia, a partire dalla crisi degli anni ’70, il sistema iniziò a farsi carico di squilibri crescenti: assunzioni e investimenti per sostenere il settore privato portarono a un aumento del debito, all’emissione di obbligazioni e alla progressiva perdita di attrattività per gli investitori privati.
Negli anni successivi, con il processo di privatizzazione guidato anche da Romano Prodi, il sistema venne progressivamente smantellato: dalla cessione di Alfa Romeo fino alla liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat, accompagnata da politiche di prepensionamento che ebbero un forte impatto sulle finanze pubbliche. [3]
Il risultato è che oggi il comparto produttivo italiano appare frammentato, esposto alla concorrenza globale e privo di un centro di coordinamento industriale. Le delocalizzazioni e la crescente pressione della Cina sui mercati globali hanno ulteriormente ridimensionato il ruolo del sistema manifatturiero italiano, in particolare quello delle micro e piccole imprese del Nord-Est, un tempo simbolo del modello produttivo nazionale. Nel frattempo, le imprese strategiche oggi operano spesso come soggetti puramente privati, orientati alla redditività e ai dividendi più che a una funzione di sistema. Ma storicamente l’Italia ha funzionato meglio quando esisteva un polo pubblico capace di aggregare investimenti, coordinare le imprese e creare sinergie industriali.
Per questo, più che tornare al vecchio IRI, è necessario recuperarne il principio: una regia pubblica dello sviluppo industriale. Una nuova struttura potrebbe avere il compito di coordinare settori strategici come energia, infrastrutture, telecomunicazioni e ricerca, favorendo la nascita di poli industriali nazionali e l’integrazione tra pubblico e privato.
I capitali non si attraggono nella frammentazione. Gli investimenti si concentrano dove esistono infrastrutture moderne, filiere integrate e una visione di lungo periodo. La storia italiana lo dimostra: ogni fase di crescita è stata accompagnata da una forte capacità di pianificazione industriale e infrastrutturale, dal Risorgimento fino al miracolo economico del dopoguerra. La sfida oggi è strategica: ricostruire una capacità di visione industriale nazionale in grado di sostenere innovazione, produzione e competitività globale.
Perché senza una politica industriale non esiste sovranità economica. E senza sovranità economica non esiste crescita stabile.
--
[1] BENEDUCE, Alberto - di Franco Bonelli, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 8 (1966)
[2] Storia dell'IRI. 1. Dalle origini al dopoguerra: 1933-1948, di Valerio Castronovo, Gius. Laterza & Figli Spa
[3] IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), di Patrizio Bianchi, Dizionario di Economia e Finanza (2012)