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La lunga marcia dei guerrieri scalzi

18 settembre 2026

Come lo Yemen ha ridimensionato l'impero

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di Geraldina Colotti

La lunga marcia dello Yemen contemporaneo non ha bisogno di etichette metodologiche esplicite per reggersi in piedi, perché la materia stessa parla la lingua della lotta di classe, dello scontro tra centri imperialisti e periferie oppresse, e della persistenza della violenza coloniale nella penisola arabica. Per capire come si sia arrivati al punto in cui una milizia di montagna arrivata dal nord dello Yemen è riuscita a paralizzare i flussi commerciali nel Mar Rosso, bisogna riscoprire una storia fatta di fratture materiali, di tradimenti borghesi e di un'unica, radicale esperienza rivoluzionaria che ha segnato per sempre la memoria del paese.

Fino al 1990, il territorio yemenita era spaccato in due metà che rispondevano a logiche storiche profondamente opposte. Nel nord, la Repubblica Araba dello Yemen era dominata da una fitta trama di strutture tribali e feudali, uscite da una sanguinosa guerra civile negli anni sessanta combattuta tra le forze repubblicane sostenute dall'Egitto nasserista e i monarchici foraggiati dall'Arabia Saudita e dall'Occidente, per poi sclerotizzarsi in un regime clientelare, profondamente corrotto e totalmente subalterno agli interessi di Riyad e Washington. Nel sud, invece, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen rappresentava l'unico esperimento di Stato a indirizzo marxista-leninista nella storia del mondo arabo; nato dal distacco violento dal dominio britannico nel 1967, quel governo aveva imposto riforme agrarie radicali, l'emancipazione femminile, la socializzazione dei mezzi di produzione e un legame indissolubile con il blocco sovietico.

Quando l'Unione Sovietica si dissolse, il Sud perse il polmone finanziario che ne garantiva la sopravvivenza, offrendo il destro a una precipitosa e diseguale unificazione voluta dal rais Ali Abdullah Saleh nel millenovecentonovanta. Quella fusione non fu altro che un'annessione brutale, un saccheggio politico ed economico del Sud da parte delle élite nordiste che lasciò dietro di sé macerie sociali e rancori profondi mai sopiti.

In questo scenario di miseria e subalternità strutturale, le regioni settentrionali e montuose abitate dalla minoranza zaydita subirono per decenni l'emarginazione economica, l'arretratezza e l'offensiva ideologica del wahhabismo finanziato dai petrodollari sauditi. È in questo brodo di coltura che all'inizio degli anni novanta nacque il movimento dei Giovani Credenti attorno alla famiglia Houthi, inizialmente come argine culturale e religioso all'egemonia fondamentalista sunnita sponsorizzata da Riyad. Ma l'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 e la totale svendita della sovranità yemenita da parte di Saleh trasformarono radicalmente la natura del movimento, spingendolo su posizioni apertamente anti-imperialiste, anti-sioniste e nazionaliste.

Quel celebre grido che invoca la morte all'America e a Israele non va letto come un proclama teocratico, bensì come lo sfogo furioso di un sottoproletariato rurale schiacciato dal blocco d'interessi tra l'imperialismo occidentale e le monarchie del Golfo.

Le sei sanguiginose guerre scatenate da Saleh contro i territori di Sa'da tra il 2004 e il 2010, condotte con la benedizione e il supporto logistico di Riyad, servirono soltanto a forgiare militarmente gli Houthi e a radicarli profondamente come difensori di una dignità popolare calpestata.

Il vaso di Pandora esplose nel 2011 con le rivolte della Primavera Araba, che costrinsero Saleh alle dimissioni ma aprirono la strada a una transizione fittizia calata dall'alto dal Consiglio di Cooperazione del Golfo per blindare il potere di Abdrabbuh Mansur Hadi. Di fronte al tentativo di smembrare il paese in un fantoccio federale funzionale al saccheggio delle risorse energetiche, nel 2014 gli Houthi scesero in armi dalle montagne, presero Saná e costrinsero alla fuga un governo che si era ridotto a vivere negli alberghi di lusso sauditi.

Terrorizzata dalla nascita di uno Yemen sovrano ai propri confini, nel marzo del 2015 l'Arabia Saudita scatenò un'operazione militare devastante, sostenuta senza riserve da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Il blocco totale e i bombardamenti sistematici hanno provocato una catastrofe umanitaria senza precedenti, riducendo milioni di persone alla fame ma fallendo miseramente sul piano militare, incapaci di piegare la resistenza di un movimento che nel frattempo ha costruito una propria filiera tecnologica e bellica per colpire il cuore economico delle monarchie del Golfo.

Oggi, il Consiglio Politico Supremo degli Houthi governa stabilmente la capitale e la stragrande maggioranza della popolazione yemenita, contrapposto a un fronte nominalmente legittimo che non è altro che un mosaico di milizie separatiste e fazioni corrotte prive di radici nel paese. L'intervento nel Mar Rosso, iniziato nell'ottobre del 2003 in solidarietà con la resistenza palestinese contro il genocidio a Gaza, ha ridefinito i rapporti di forza mondiali.

Ma la forza di questo soggetto politico non risiede soltanto nella tenuta militare o nella finezza di una capacità diplomatica che ha saputo logorare i tavoli negoziali di Riyad e Washington, costringendo le potenze regionali a trattare da pari a pari. Essa risiede soprattutto nella dirompente carica simbolica dei guerrieri scalzi: uomini in sandali e abiti tradizionali che sfidano apertamente l'impero più potente del pianeta, una superpotenza nucleare preda della propria stessa retorica grandiosa, convinta di poter eternamente dominare il globo con lo slogan di fare l'America grande di nuovo. Di fronte alla tracotanza tecnologica e finanziaria di Washington, questi combattenti materializzano ancora una volta, nei fatti, la lezione classica secondo cui l'imperialismo è, in fondo, solo una tigre di carta.

I legami con l'Iran, dipinti dai media occidentali come una semplice catena di comando, vanno letti invece come un'alleanza strategica tra soggetti che condividono lo scontro con l'imperialismo, fermo restando che gli Houthi rispondono a una dinamica tutta interna agli interessi nazionali yemeniti.

Guardando al futuro, lo Yemen rimane una ferita aperta e un fattore permanente di instabilità per i piani imperialisti sulla regione. Anche se la diplomazia dovesse imporre una tregua definitiva o un fragile equilibrio con le potenze del Golfo, gli Houthi si sono ormai consolidati come un soggetto politico e militare inaggirabile, confermando che la violenza della reazione imperiale finisce sempre per generare, per reazione dialettica, i propri becchini più irriducibili.