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Ma allora io dove sono?

31 agosto 2026

Destra o sinistra? Perché le appartenenze non bastano più a spiegare il presente

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di Luigi Scotto, ex ambasciatore d'Italia in Tanzania

Qualche tempo fa parlavo con un amico, una persona di formazione intellettuale e politica molto solida e affine al mio pensiero. Il discorso era caduto, a volo d’uccello, su un movimento politico che, su alcune grandi questioni del nostro tempo, aveva assunto posizioni che consideravo largamente condivisibili: la guerra in Ucraina, la necessità di ripensare i rapporti con la Russia, la questione palestinese, la critica a una certa deriva della cultura woke e del politicamente corretto.

A un certo punto lui mi fece un’osservazione: «Sì, però di quel movimento fanno parte anche persone che sono chiaramente di destra». L’osservazione era corretta. Eppure mi lasciò perplesso. Non perché non sapessi distinguere una persona di destra da una persona di sinistra, ma perché mi venne spontanea una domanda: ma allora io dove sono?

Forse la domanda non riguarda soltanto me. Forse riguarda un numero crescente di persone che si accorgono di poter condividere, su questioni diverse, posizioni che fino a qualche decennio fa sarebbero state considerate incompatibili.

Quando destra e sinistra erano mondi

Per molto tempo essere di destra o di sinistra non significava semplicemente avere opinioni diverse. Significava appartenere a una visione complessiva del mondo. L’ideologia forniva una chiave interpretativa generale: permetteva di prevedere, almeno in una certa misura, cosa una persona pensasse dello Stato, della proprietà, della famiglia, della religione, del lavoro, della scuola, della guerra, della nazione, dell’economia e dei diritti civili.

Oggi quella corrispondenza si è spezzata. Anche le grandi categorie storiche che hanno accompagnato la vita politica italiana — dall’antifascismo all’anticomunismo — sono state spesso utilizzate strumentalmente come strumenti di appartenenza e di delegittimazione dell’avversario. Ma una visione storico-politica seria dovrebbe sottrarsi a queste semplificazioni. La storia dovrebbe servire a comprendere il presente, non a impedire di pensarlo.

Il problema non è cancellare la storia né dichiarare semplicemente superate destra e sinistra. È capire se queste categorie possano ancora pretendere di determinare in anticipo il nostro giudizio sui problemi concreti.

La realtà prima dell’appartenenza

Posso ritenere che l’immigrazione incontrollata sia un problema serio e considerare il fenomeno in larga misura eterogestito, perché può trasformarsi in una competizione fra persone povere e vulnerabili. Ma posso anche pensare che il problema non si risolva semplicemente impedendo alle persone di partire. Occorre interrogarsi sulle condizioni economiche e politiche che producono i flussi migratori, sui rapporti fra paesi ricchi e paesi poveri, sullo sfruttamento delle materie prime e sulla distribuzione dei profitti. È una posizione di destra o di sinistra? La domanda, in sé, dice ormai poco.

Posso ritenere che l’Europa debba diventare una vera entità politica, capace di difendere autonomamente i propri interessi e la propria sicurezza, e persino che debba possedere una propria capacità di deterrenza nucleare. Una posizione che molti definirebbero di destra. Ma posso contemporaneamente essere favorevole al divorzio, ai diritti delle donne, alle libertà individuali e alle grandi conquiste civili e sociali della società europea, quelle che per decenni sono state considerate un tratto distintivo della sinistra. Non vedo perché dovrei sentirmi in contraddizione.

Posso essere favorevole al diritto di uno Stato di difendersi e, nello stesso tempo, considerare la guerra una tragedia e cercare ogni strada possibile per evitarla. Posso essere profondamente critico nei confronti della NATO e dell’attuale sistema euro-atlantico senza sentirmi obbligato a diventare sostenitore di un’altra potenza. Posso essere critico, persino radicalmente critico, verso l’Occidente politico contemporaneo senza rinnegare la cultura europea. L’Occidente non è una categoria morale che abbia ricevuto una volta per tutte un certificato di innocenza. La sua storia comprende democrazia e libertà, ma anche colonialismo, guerre, sfruttamento e interventi militari giustificati in nome dell’esportazione della democrazia.

Lo stesso vale per la cultura woke e il politicamente corretto. Posso considerarne alcune forme fastidiose, talvolta persino oppressive, e criticare alcune derive del femminismo contemporaneo, senza per questo essere contrario ai diritti delle donne, all’uguaglianza o alla libertà individuale. Posso difendere conquiste che la tradizione progressista ha promosso e, nello stesso tempo, rifiutare forme di moralismo identitario che spesso si presentano come loro eredi. Perché una posizione dovrebbe trascinarsi automaticamente dietro tutte le altre?

Dalla somma delle posizioni alla sintesi

Un pensiero politico moderno non dovrebbe essere una raccolta casuale di opinioni prese da ideologie diverse. Dovrebbe piuttosto compiere una sintesi di valori, avendo come criterio il miglioramento della condizione umana.

Significa liberarsi dalla subordinazione ideologica senza liberarsi dai valori. Significa poter difendere la libertà individuale e, contemporaneamente, chiedere che il potere economico abbia dei limiti. Significa difendere i diritti civili senza trasformare ogni differenza in un’identità politica. Significa occuparsi dell’ambiente senza fare dell’ambientalismo una religione e senza cadere nell’indifferenza. L’ambiente, infatti, non è né di destra né di sinistra: la difesa dell’ambiente dovrebbe appartenere naturalmente al programma di qualunque partito politico degno di questo nome.

Lo stesso criterio dovrebbe valere per l’immigrazione, per la guerra, per l’economia, per la sicurezza, per i diritti e per le relazioni internazionali. La domanda non dovrebbe essere: «A quale ideologia appartiene questa proposta?» Dovrebbe essere: «Questa proposta migliora davvero la condizione degli esseri umani?»

Il vero problema del nostro tempo

A questo punto emerge una questione che attraversa più profondamente delle altre le vecchie categorie: il rapporto con il potere economico. Il problema non è semplicemente capitalismo contro socialismo. È la trasformazione del capitalismo in un sistema sempre più concentrato, finanziarizzato e sottratto al controllo della politica: un ultraliberismo ipercapitalista nel quale la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di pochi e grandi poteri economici e finanziari possono acquisire un’influenza enorme sulla vita collettiva.

Qui possono incontrarsi persone provenienti da tradizioni politiche differenti. Il socialista vede la disuguaglianza e la perdita di potere del lavoro. Il conservatore può vedere la dissoluzione delle comunità e dei legami sociali. Il liberale può vedere la distruzione della concorrenza quando il mercato viene dominato da pochi grandi soggetti. Le motivazioni non sono identiche. Ma la critica può convergere.

Il mondo come totalità

La stessa esigenza di superare le vecchie separazioni vale per la politica internazionale. Non possiamo più pensare che una parte dell’umanità possa vivere bene indefinitamente mentre un’altra parte vive nella miseria, nella guerra o nello sfruttamento.
Quando parlo del mondo come di un unico sistema umano non penso alla globalizzazione economica così come è stata realizzata negli ultimi decenni. Quella globalizzazione, fondata sulla libera circolazione dei capitali e sulla subordinazione delle economie alle logiche del mercato globale, ha prodotto enormi squilibri e può essere considerata, nella sua forma neoliberale, per molti aspetti fallita. Penso a qualcosa di più profondo: a un principio filosofico. Il mondo è una totalità, e l’umanità appartiene a questa totalità.

Non significa cancellare le differenze fra popoli e culture, né immaginare un indistinto governo mondiale. Significa comprendere che il particolare non può essere separato completamente dal tutto. È qui che Hegel può ancora offrirci una chiave di lettura. La sua filosofia della storia ci insegna a guardare agli eventi particolari dentro il movimento più generale della storia universale. Gli interessi particolari entrano in conflitto e vengono continuamente ricondotti a configurazioni più ampie. Non significa che tutto ciò che accade nella storia sia giusto. Significa che il particolare non può essere compreso pienamente se lo si isola dal tutto.

Oggi questa intuizione assume un significato nuovo. Guerre, migrazioni, ambiente, sviluppo, disuguaglianze economiche e rapporti fra Stati sono talmente intrecciati che considerarli problemi separati significa spesso non comprenderli. E proprio per questo appare miope l’idea che una grande potenza possa pretendere di porsi come arbitro del mondo e di imporre ovunque la propria volontà. Il mondo non appartiene a una potenza.

Ma allora io dove sono?

Forse, alla fine, la domanda iniziale non richiede una risposta del tipo «a destra» o «a sinistra». Non perché quelle categorie non abbiano più alcun significato storico o politico. Lo hanno, e continueranno probabilmente ad averlo. Ma forse non è più necessario che un’appartenenza preceda il pensiero.

Possiamo partire dai problemi, confrontarci con le diverse tradizioni politiche, conservare ciò che in esse rimane vivo e fecondo, rifiutare ciò che la realtà ha smentito e cercare una sintesi nuova. Una politica che difenda la libertà senza lasciare che il potere economico diventi assoluto. Che difenda i diritti senza trasformare la società in una guerra permanente fra identità. Che affronti l’immigrazione con realismo senza ignorarne le cause. Che difenda l’ambiente senza ideologizzarlo. Che sappia distinguere la necessità della difesa dalla celebrazione della guerra. Che costruisca un’Europa politicamente forte senza trasformarla in una nuova potenza imperialista. Che sappia criticare l’Occidente senza desiderare semplicemente la sostituzione di un’egemonia con un’altra.

E soprattutto una politica che non dimentichi una cosa elementare: il mondo non può stare bene se una parte enorme dell’umanità sta male. Forse è questo il punto dal quale dovrebbe ripartire un pensiero politico moderno. Non dalla domanda «sono di destra o di sinistra?», ma da una domanda più difficile: quali idee possono davvero contribuire a rendere migliore la condizione umana, nel rispetto della libertà, della giustizia e della dignità di tutti?

Forse, allora, la nostra collocazione politica può diventare una conseguenza del pensiero, e non più il suo punto di partenza.