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Ma come vota la gente?

di
Gabriele Germani
Gabriele Germani

Attivista per i diritti umani, crede nel potere dell’informazione e dell’azione collettiva come motore di trasformazione.

16 ottobre 2026

Marxisti per il neoliberismo, compromessi, micro-partiti-setta e la politica su internet

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Scandalo: reddito universale, no agli affitti super-brevi, mezzi gratuiti fino a 30 anni e misure di buonsenso per equità e ridurre le emissioni di CO2. Eh si, dopo un'estate a 40 gradi, sono partite piogge torrenziali e tifoni, è forse il caso di affrontare la questione clima. Va premesso che nel nostro paese esistono le coalizioni, nessuno presenta un programma e lo impone (viene contrattato dopo, sulla base dei rapporti di forza).

Mi sono chiesto: ma come vota la gente?
Esistono due approcci.

Il primo è quello ultra-coerente, tipicamente minoritario dei duri e puri. È un voto di opinione, di fatto non politico. Tu non voti per cambiare il paese, voti per testimoniare che nel 2026 qualcuno la pensa così. Questo approccio a mio avviso, non è fedele al marxismo per due problemi:

  1. Calcare la mano sulla coerenza è un retaggio religioso, cristiano. I marxisti hanno il problema del potere per realizzare il loro progetto, non il problema della purezza ideologica;
  2. Condanna interi segmenti sociali all'inutilità. Io faccio la manifestazione per motivo X e tu vieni a parlare di Z, questo spacca la protesta e non fa portare nulla a casa tanto a X quanto a Z.

Questa idea della politica è intrisa di individualismo: a me interessa più l'idea di avere ragione, l'anima pura, la coscienza, piuttosto che fare qualcosa che apporti un cambiamento nella realtà. Dovremmo cominciare a chiamare questa categoria "marxisti per il neoliberismo", perché la loro scelta di essere estremamente coerenti, sacrificando il bene collettivo, è una forma di realizzazione del se estremizzata, "perché io valgo".

Esiste poi l'approccio due: la politica è il raggiungimento dei risultati nella realtà. Io devo cercare di plasmare la realtà in un modo affine ai miei desideri, tenendo conto dei rapporti di forza, delle dinamiche, di possibili fratture, ecc.. In altre parole, cambiare la realtà richiede dei compromessi che io accetto in chiave tattica di apportare gradualmente (non necessariamente in chiave riformista): anche i processi rivoluzionari del 900 hanno previsto varie fasi.

Io posso conquistare il potere (vincere le elezioni), ma non conquistare la società o peggio non conquistare dei settori chiave e posso essere schiacciato dalla reazione (pensate ad Allende in Cile). Torna quindi utile il concetto di egemonia culturale come teorizzato da Gramsci: dobbiamo conquistare la società passo passo, convincendo le persone, conquistandole alla nostra causa (dialogandoci - che non vuol dire dialogare con tutti).

Mi sono chiesto allora perché anche al netto della legge elettorale continuino a sorgere micro-partiti-setta che indicono manifestazioni, scioperi e chiamate al voto. Questo si regge, a mio avviso, su due grandi errori:

  1. Il personalismo, figura carismatica X si pensa veramente troppo importante per non fare politica (scena ciclicamente distrutta dalla realtà, ma che continua a ripetersi).
  2. L'aspettativa sugli astenuti. Il ragionamento è: “La gente non vota, perciò voterà la mia proposta”. Questo avviene senza alcuna prova, potrebbe anche essere: “La gente non vota perché è felice così”; oppure “La gente non vota, e continuerà a non votare perché non interessata”. Si dà poi per scontato che questo non-voto sarebbe di sinistra.

Questo errore è amplificato da internet. Nascono gruppi e gruppetti su internet che fanno politica, ottengono numeri online (non sappiamo quanto reali), magari fanno girare anche qualche soldo campando un dittatore dello stato di Bananas, ma questo non corrisponde quasi mai a realtà. A ogni mobilitazione o chiamata elettorale, questi gruppi si infrangono con i limiti della setta: posso fare 100mila visual, intervistare Gesù, riempire tre palazzetti nelle paludi della provincia, ma continuare a non contare un cazzo. Internet crea l'idea che prendere persone sparse sia uguale ad avere un nucleo di militanti in grandi città, la realtà è che il nucleo compatto e che vive nei centri nevralgici sul piano reale, fisico, può fare politica; gli altri possono organizzare gite.

Ma quindi dobbiamo votare solo i partiti più grandi? Peggio.

Dobbiamo partecipare a una congiura: la costruzione del socialismo. Questa si fa partecipando politicamente lì dove le persone sono realmente, non lo 0.8%, ma il 5-6% (insomma un numero realmente rappresentativo di qualcuno, non delle psicoteorie individuali).

Non dobbiamo smettere di essere radicali, dobbiamo portare il nostro radicalismo nei contenitori dove si incontrano le persone e fare lì la battaglia egemonica cercando di spostarle su singoli punti (per noi importanti). Questo è la politica; il resto è religione (attesa millenaristica del mondo che verrà e per cui concretamente non si fa nulla), e personalmente non mi interessa.