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Malagò e la rifondazione del calcio in Italia

di
Francesco Cirelli
Francesco Cirelli

Ingegnere, si interessa di tematiche energetiche ed ambientali.

30 luglio 2026

Riconnettere il calcio alla sua anima popolare: perché il modello Malagò non può essere la risposta

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Il caos è il minimo che ti puoi aspettare se affidi il nuovo corso del calcio italiano a uno come Giovanni Malagò, da sempre focalizzato sulle opportunità di business legate ai grandi eventi sportivi.

Presidente del CONI dal 2013 al 2025, nel 2016 dovette incassare il diniego alla candidatura di Roma ai Giochi Olimpici del 2024 da parte della sindaca Raggi, la quale si trovava a dover gestire un debito di oltre 13 miliardi di euro che gravava sul bilancio comunale, incrementato in modo consistente dai costi esorbitanti dei mondiali di nuoto del 2009, caratterizzati da numerosi scandali legati a progetti faraonici incompiuti (come il polo natatorio di Tor Vergata) e strutture successivamente rimaste inutilizzate.

Da fidato garante del potere economico, tuttavia, Malagò rimediò prontamente operandosi per promuovere le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, di cui ha ricoperto la carica di presidente della fondazione omonima. In tale ambito, ha sostenuto la realizzazione di opere caratterizzate da un impatto ambientale devastante, e che hanno subìto esorbitanti incrementi di costo, come nel caso della famosa pista da bob costata 139 milioni di euro, a fronte dei 47 previsti inizialmente: una delle tante opere che continuano a far discutere anche per gli elevati costi di manutenzione e per la dubbia utilità per il territorio. Va ricordato, infatti, che quasi la metà dei 98 interventi previsti non è stata ultimata per l'inizio dei Giochi, con stime di completamento addirittura al 2030 e al 2033.

Il neoeletto presidente della FIGC, chiamato a risolvere i problemi che hanno condotto alla crisi di risultati del calcio italiano, dovrebbe compiere una virata ideologica di 180°, prendendo coscienza, innanzitutto, della necessità di restituire al calcio giovanile la sua prerogativa popolare. Il numero esiguo di giovani che praticano il calcio, infatti, oltre ad essere legato al calo demografico, dipende anche dallo stato di abbandono nel quale versano i campi di periferia e dalla mancanza di sussidi pubblici alle scuole calcio, che risultano inaccessibili economicamente ai giovani delle classi più disagiate. La questione è, pertanto, essenzialmente politica, poiché riguarda lo stanziamento di risorse pubbliche finalizzato, da un lato, a restituire alla collettività spazi pubblici degradati e, dall’altro, a calmierare i costi delle scuole calcio. Queste andrebbero valorizzate in primis come luoghi di aggregazione e di integrazione giovanile. Ciò favorirebbe anche l’affermazione di talenti i quali, oggi, devono rinunciare alla carriera calcistica a causa dei costi proibitivi delle rette mensili e delle trasferte, che le piccole società di quartiere sono costrette a scaricare sulle famiglie. Su questo aspetto la Francia costituisce un esempio da seguire. Nel paese transalpino, infatti, prima di accedere ad accademie come Clairefontaine, i giovani calciatori delle classi popolari hanno la possibilità di esprimere il proprio potenziale nelle scuole calcio di quartiere sovvenzionate dai comuni.

Guardando il problema da questa angolazione, risulta evidente che la rifondazione del calcio italiano non può essere affrontata semplicemente attraverso l’individuazione di un direttore e di un commissario tecnico, seppure di indubbia esperienza, come Claudio Ranieri e Roberto Mancini. Soltanto scelte di lungo periodo che tengano conto della complessità delle dinamiche sociali in cui è inserito il fenomeno calcistico potranno contribuire ad evitare che il calcio italiano percorra nuovamente il sentiero che l’ha portato, per tre volte di seguito, lontano dal palcoscenico mondiale.