Malvinas, i veterani contro Milei
Ramón Robles (Confederación de Combatientes de Malvinas): «Malvinas non ha un partito politico: appartiene alla Nazione»
di Sandra Moyano
La questione delle Malvinas è tornata con forza al centro della politica argentina. Nel suo discorso del 3 settembre 2026, il presidente Javier Milei ha ribadito che «Las Malvinas son argentinas», definendo la sovranità sulle isole una questione storica e di diritto. Ha inoltre annunciato nuove misure contro le compagnie petrolifere che operano nell'area, il rafforzamento della presenza militare nel Sud del Paese e una nuova strategia per aumentare la pressione sull'occupazione britannica delle isole.
Ma questa nuova offensiva del governo ha provocato una reazione immediata da parte dei veterani della guerra del 1982. Tra loro c'è Ramón Robles, presidente della Confederación de Combatientes de Malvinas, che da anni insiste su un principio preciso: la causa delle Malvinas appartiene all'intera società argentina e non può diventare proprietà di un governo, di un partito o di una campagna elettorale.
La posizione della Confederación era stata espressa già prima del discorso presidenziale. I veterani avevano dichiarato di essere pronti a sostenere «qualsiasi politica seria, permanente e coerente» in difesa della sovranità nazionale, ma allo stesso tempo avevano respinto «qualsiasi tentativo di utilizzare Malvinas come strumento di negoziazione politica o elettorale».
È proprio qui che nasce lo scontro con Milei.
Una causa che non può essere accesa e spenta
Per comprendere la diffidenza dei veterani bisogna guardare anche alla storia recente.
Durante il governo Milei, Robles aveva già manifestato forti preoccupazioni per alcune posizioni presidenziali sulla questione Malvinas. In particolare, aveva criticato l'atteggiamento di Milei nei confronti della Gran Bretagna e i riferimenti positivi del presidente a Margaret Thatcher.
Nel 2025, dopo il discorso del 2 aprile, quando Milei aveva parlato della possibilità che un giorno gli abitanti delle isole scegliessero di diventare argentini, Robles aveva reagito ricordando che la sovranità non può essere affidata alla volontà degli abitanti di un territorio conteso. La Confederación arrivò a presentare una denuncia contro il presidente.
Robles ha inoltre più volte spiegato il significato della parola «malvinizar»: raccontare la storia delle Malvinas attraverso la memoria dei combattenti, mantenere viva la rivendicazione della sovranità e difendere i diritti dei veterani. Il contrario, secondo lui, è «desmalvinizar»: lasciare che quella storia venga dimenticata o ridotta a una semplice ricorrenza.
Per questo, davanti alle nuove dichiarazioni di Milei, il messaggio dei veterani è netto: la causa non può essere utilizzata soltanto quando serve politicamente.
La contraddizione del Mondiale
A rendere ancora più evidente questa posizione è quanto accaduto durante il Mondiale di calcio del 2026.
Alla vigilia della semifinale tra Argentina e Inghilterra, il governo argentino aveva appoggiato il divieto di entrare nello stadio con bandiere, cartelli o messaggi riguardanti le Malvinas. Tra le espressioni considerate «contenuto politico» c'era proprio «Las Malvinas son argentinas».
La decisione, inserita nei protocolli di sicurezza concordati con la FIFA e le autorità statunitensi, aveva suscitato indignazione in Argentina. La questione assumeva un significato ancora più forte proprio perché la partita metteva di fronte Argentina e Inghilterra, le due nazioni protagoniste del conflitto del 1982.
La contraddizione appariva difficile da ignorare: la stessa frase che oggi il governo utilizza per rilanciare la propria politica sulle Malvinas era stata considerata troppo politica per essere esposta da un tifoso durante una partita.
E la vicenda non si è fermata al calcio.
Anche nel Congresso è stata rimossa la scritta «Las Malvinas son argentinas»
Il 26 agosto 2026 un altro episodio ha riacceso la polemica. Alla Camera dei deputati argentina, il presidente Martín Menem ha ordinato di rimuovere dai muri alcuni manifesti con la scritta «Las Islas Malvinas son argentinas», sostenendo che gli adesivi danneggiavano le pareti dell'edificio. Anche in questo caso, la frase simbolo della rivendicazione argentina sulla sovranità è stata rimossa da uno spazio istituzionale nazionale.
Pochi giorni dopo, però, il presidente Milei è salito sul palco per ribadire con forza che «Las Malvinas son argentinas», annunciando nuove misure politiche, economiche e militari.
La domanda, quindi, diventa inevitabile: come può una frase essere considerata un messaggio politico da vietare durante una partita o da rimuovere dai muri del Congresso e, contemporaneamente, diventare il centro di una nuova offensiva politica del governo?
È una contraddizione che i veterani non possono ignorare.
Per chi ha combattuto nel 1982, le Malvinas non sono una parola da utilizzare quando serve. Sono una parte dolorosa della storia nazionale, legata alla vita dei 649 argentini morti durante la guerra, alle migliaia di reduci tornati dal conflitto e alle conseguenze che molti di loro hanno continuato a vivere per decenni.
I veterani non hanno mai smesso di «malvinizzare»
C'è poi un altro aspetto che spesso rimane fuori dal dibattito politico: il lavoro quotidiano dei centri degli ex combattenti. In Argentina, i veterani non hanno mantenuto viva la causa delle Malvinas soltanto attraverso gli atti commemorativi del 2 aprile. I centri di ex combattenti presenti in diverse province del Paese hanno costruito negli anni una rete di sostegno, assistenza e partecipazione sociale.
Queste organizzazioni hanno accompagnato veterani e famiglie, ma in molte occasioni hanno rivolto il proprio lavoro anche alla comunità più ampia, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà. Durante le crisi economiche e sociali, diversi centri hanno organizzato raccolte di alimenti, distribuzione di beni essenziali, iniziative solidali e attività a favore delle persone più vulnerabili.
È una parte della storia dei reduci che raramente trova spazio nel discorso pubblico. Ed è proprio Robles a sottolineare da anni che, se oggi la questione Malvinas continua a essere presente nella società argentina, lo si deve anche al lavoro portato avanti dai centri degli ex combattenti in tutto il Paese. Questa attività ha trasformato la memoria della guerra in qualcosa di vivo: non soltanto un ricordo del passato, ma un impegno quotidiano verso la società.
«Malvinas non ha un partito politico»
Per questo la posizione di Robles va oltre la semplice critica a Milei. I veterani non dicono di essere contrari alla difesa della sovranità. Al contrario. Chiedono che la rivendicazione argentina sia sostenuta con una politica seria, permanente e coerente, attraverso la diplomazia, la memoria storica e una strategia nazionale che non cambi a seconda del governo di turno.
Il problema, dunque, non è che Milei parli delle Malvinas. Il problema è come e perché ne parla.
Dopo anni in cui i veterani hanno portato avanti la memoria della guerra, difeso i propri diritti e mantenuto viva la rivendicazione della sovranità, vedere la causa utilizzata come tema politico divide invece di unire. E la frase di Robles diventa allora il punto centrale di tutta la vicenda: «Malvinas non ha un partito politico: è della Nazione».
Una frase particolarmente importante in un momento in cui il governo argentino cerca di rilanciare la questione delle isole, anche attraverso nuove misure contro le attività petrolifere britanniche e un rafforzamento della presenza militare nel Sud.
La sovranità, per i veterani, non dovrebbe essere una bandiera da sventolare soltanto davanti alle telecamere. È una responsabilità che attraversa generazioni. Ed è anche per questo che la contraddizione tra i divieti del Mondiale, la rimozione dei cartelli nel Congresso e il nuovo discorso presidenziale sulle Malvinas pesa così tanto.
Per chi ha combattuto nel 1982, le Malvinas non sono uno slogan elettorale. Sono memoria, dolore, identità e una rivendicazione che appartiene a tutto il popolo argentino. E quella memoria, soprattutto per chi ha rischiato la vita, non può essere accesa e spenta secondo le necessità della politica.
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Fonte: Ramón Robles, presidente onorario della Confederazione Nazionale degli Ex Combattenti delle Malvinas, presidente del Centro dei Veterani di Guerra di La Matanza, nella provincia di Buenos Aires, e presidente della Commissione per le celebrazioni commemorative del Grupo de Artillería Aerotransportado 4.