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Marcinelle, uccisi per profitto

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

11 agosto 2026

Marcinelle, 1956: il disastro del Bois du Cazier, simbolo di un'industria obsoleta e del sacrificio degli immigrati

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Marcinelle, otto agosto 2026. 262 rintocchi di campana, uno per ognuno dei minatori morti nel disastro del 1956. Durante la commemorazione, ogni nome letto sullo spiazzo davanti agli edifici della miniera all'ombra delle scheletriche torri minerarie incombenti è seguito da un tocco di campana, davanti in silenzio i rappresentanti dei sindacati di Belgio e Italia, gli ultimi minatori, le autorità e persone.

La campagna vallone scorre mossa da leggeri sali e scendi, intorno s'eleva qualche erto terril, eredità del passato minerario: sembrano piccoli vulcani ormai conquistati dalla natura, lontani i giorni in cui erano brulle cataste di sterili su cui ci si arrampicava a cercare i tartufi di Boemia (Pisolithus arhizus). I boschi verdi e i campi di colza gialla si insinuano fino alla periferia di Charleroi. Tre le case basse prima del principiare della città ecco il Bois du Cazier, la miniera di carbone di Marcinelle. Il sito è dominato dai due castelletti d'estrazione in traliccio di ferro sovrapposti ai pozzi originari, subito avanti gli eleganti edifici a due spioventi della miniera che fanno da imponente sfondo al piazzale d'accesso col suo memoriale alle vittime del disastro.

Lo sfruttamento del deposito carbonifero risale agli albori dell'industrializzazione della Vallonia nel 1822, prima ancora dell'indipendenza dal regno dei Paesi Bassi. A partire dal 1898, il campo carbonifero diventa di proprietà della compagnia Charbonnages d'Amercoeur e affidato alla Société anonyme du Charbonnage du Bois du Cazier. Il sito di coltivazione consisteva di due pozzi minerari in produzione profondi rispettivamente 765 metri e 1.035 metri. Mentre un terzo pozzo, chiamato Foraky perché realizzato dall’omonima ditta, venne aperto a metà degli anni '50 a sinistra e più indietro dei precedenti. La miniera è stata chiusa a fine 1967, mentre il sito è diventato monumento nazionale solo il 28 maggio 1990 e musealizzato nel 2002.

Negli edifici della miniera ora trovano posto musei di archeologia industriale disseminati di macchinari minerari e attrezzature pesanti, giganteschi motori elettrici dagli avvolgimenti in rame del katanga fuso a Liegi, retaggio dell'antico dominio coloniale. Nella palazzina immediatamente prospiciente i due pozzi rimangono i segni della funzione originaria, il tabellone con le medagliette degli operai: ogni volta che si scendeva sotto terra bisognava lasciare il proprio, per consentire di sapere chi era al lavoro nei tunnel e se alla sera ne restava qualcuno era un brutto segno e bisognava scendere a cercare il malcapitato. Poco oltre lo spogliatoio, dei ganci sospesi al soffitto, che era possibile abbassare ed alzare previa una catenella, a cui appendere la tuta concluso il lavoro, per farla asciugare durante la notte.

Una tuta che restava completa addosso per poco tempo, perché il caldo dei pozzi era opprimente, ogni 100 metri la temperatura saliva di tre gradi e non sempre la ventilazione era sufficiente. D'inverno si scendeva con lo scuro e si risaliva che era nuovamente tramontato il sole, mesi senza luce naturale, coperti di polvere nera. Prima degli anni ‘50 sì usavano solo i martelli pneumatici per aprire i tunnel, mentre per aggredire i banchi di carbone bisognava usare il piccone e infilarsi nelle vene racchiuse tra gli strati di roccia inerte, che venivano considerate redditizie anche se alte poche decine di centimetri, giusto lo spazio per fare passare il bacino. Ogni metro di avanzata bisognava mettere un certo numero di puntelli come prescritto dall'ingegnere e procedere gettando all'indietro il carbone estratto. La notte avveniva il decalage, forse uno dei mestieri più rischiosi della miniera, i puntelli venivano rimossi all'indietro in modo che la roccia si accomodasse chiudendo lo spazio rimasto vuoto dopo l'estrazione.

Più avanti nel tempo arrivarono le sfogliatrici e le altre macchine rumorosissime per svuotare gli strati, che aumentarono la resa e tolsero al minatore l'incombenza.

Dopo il secondo conflitto mondiale, il Belgio aveva subito una certa mancanza di manodopera, in particolare per le vetuste miniere valloni, dove a parità di retribuzione i belgi erano meno propensi a scendere. Era un lavoro troppo logorante e pericoloso, così si cercò manovalanza all'estero. In quegli anni il Belgio divenne perciò meta di un grande flusso migratorio. Molti immigrati, forse la maggioranza all'epoca, era formata da italiani. In particolare dopo che il 23 giugno 1946 fu firmato il Protocollo italo-belga che prevedeva l'invio di 50.000 lavoratori in cambio di carbone. La polizia belga su suggerimento del padronato prediligeva scegliere tra i non sindacalizzati e sino ad un certa data faceva preferenze sull'origine geografica.

Nel 1956, dei 142.000 minatori impiegati nel paese 63.000 erano stranieri, di cui 44.000 italiani. [1]
Ancora qualche anno fa era possibile trovare degli ex minatori tornati in patria sordi come campane e ingobbiti dall’artrite, ma i loro figli hanno trovato il loro posto in Belgio.

Disastro minerario

Mentre il pozzo due della miniera fungeva da via di evacuazione dell'aria attraverso grandi ventilatori, il pozzo uno era usato per l'accesso dell'aria. Ambedue i pozzi erano impiegati per far salire e scendere sia il personale che il materiale grazie a due ascensori a bilanciere a più piani, montacarichi a gabbie.

L'incidente sfortunatamente incorse nel pozzo uno, dove correvano le condotte e i cavi di servizio e dove scendeva l’aria: la sicurezza sconsigliava infatti di usare il pozzo di risalita a causa del pericolo di concentrazione del grisou che veniva espulso dalla corrente d’aria.

Tutto partì innanzitutto da un disguido: essendo l'ascensore A e quello B del pozzo uno collegati era necessaria una certa coordinazione, normalmente assicurata dal suono di una campanella. Quel giorno era stato disposto che per due viaggi l'ascensore B dovesse restare inutilizzato, dando modo di movimentare l’A con maggiore libertà, una pratica piuttosto comune chiamata protocollo “ascensore libero”.

Alle 8:10 l'ascensore A carico venne fatto salire in superficie, mentre B giunse al livello 975 metri. dove Antonio I., addetto alle manovre di fondo (carico e scarico dei carrelli dall’ascensore), cominciò a caricare i carrelli pieni e smontare quelli vuoti, incurante o ignaro del fatto che quell'ascensore fosse interdetto, perché gli accordi tra fondo e superficie erano stati stabiliti dal suo aiutante Vaussort, mentre lui era assente e non è stato dimostrato se sia stato trasmesso ad Antonio I. un via libera scorretto o se questi abbia agito sua sponte.

A complicare la situazione la manovra non riesce: il sistema che blocca il carrello durante la risalita dell'ascensore si incastra. Normalmente il blocco si sarebbe dovuto sganciare consentendo al carrello vuoto di evacuare mentre si spingeva dentro il carrello carico dal lato opposto. I due vagoncini si ritrovano così bloccati insieme nell'ascensore, il carrello vuoto sporgente di 35 centimetri, mentre quello pieno svetta di 80 centimetri. Per Antonio I. la situazione è fastidiosa, ma non c'è pericolo perché usualmente l'ascensore parte solo dopo che lui ha dato il segnale.

Intanto in superficie l'operatore degli ascensori Mauroy non conosce i problemi verificatisi al piano 975 metri e prosegue nel suo lavoro seguendo il protocollo “ascensore libero”: farà partire il montacarichi appena avrà finito di scaricare i vagoni risaliti dal livello 765 metri. Cosa che succede alle 8:11 quando, finito di scaricare l'ascensore A, lo rimanda sotto terra. Immancabilmente provoca anche la partenza dell'ascensore B. al livello 975 metri, dove Antonio I. lo vede sfuggire di scatto.

Nella risalita l'ascensore perde il carrello vuoto in corsa, che sbatte su una putrella del sistema di rinvio. La putrella salta e trancia una condotta d'olio idraulico a 5,81 atmosfere, i fili telefonici, due cavi elettrici a 525 Volt e le condotte dell'aria compressa per i macchinari della miniera, tutto questo provoca un imponente incendio. L’olio vaporizzato viene incendiato dalle scintille dei cavi, l’aria compressa alimenta le fiamme e soprattutto scarica le bombole in superficie bloccando la movimentazione degli ascensori. Il pozzo uno era anche quello di entrata dell'aria, cosa che finisce per alimentare il fuoco e soprattutto spandere il fumo nei tunnel, causando la morte dei minatori, anche a causa del tardivo spegnimento dei ventilatori. Il fuoco resta confinato ai due pozzi, ma taglia ogni via d'accesso e fuga nelle prime ore cruciali, fra le 9 e le 12. L'incendio non scende sotto il piano 975 metri, mentre divampa nei pozzi fino al piano 715 metri. [2]

Ritardi nei soccorsi, assenze importanti dei dirigenti e responsabili, scelte sbagliate nei primi momenti, problemi oggettivi come la difficoltà a raggiungere i tunnel dal terzo pozzo in costruzione provocarono uno dei più grandi disastri minerari in Europa dove persero la vita 262 operai di 11 paesi: 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 2 sovietici, 1 britannico, 1 olandese.

“Des investissements dans les conduites de l'huile et de l'électricité dans un état déplorable auraient pu éviter ce drame le patronat n’en voulait pas. Les travailleurs migrants, dont beaucoup des italiens, n’avaient pas les droit de base” - Marc Botenga, deputato europeo del Parti du Travail de Belgique

Come giustamente rileva il deputato Botenga, la miniera era antiquata anche per i parametri coevi, con sottoservizi datati, strutture lignee, mancanza di estintori e respiratori sufficienti, mentre le porte tagliafuoco non erano efficaci. Su altri piani fu proprio il disastro ad introdurre il concetto della necessità di ridondanza delle vie di fuga, che anzi nel caso di Marcinelle, seppur in presenza del terzo pozzo, questo non era stato messo in comunicazione col reticolo delle gallerie esistenti e fu possibile usarlo solo 4 ore dopo l'inizio della tragedia.

Il passaggio in cui Botenga ricorda che il padronato non ha voluto adeguare la miniera, riducendo gli investimenti, richiama tragedie a noi più vicine come l'incidente sul lavoro della Thyssen Krupp del 6 dicembre 2007.

E l'ultimo passo sui migranti privati dei minimi diritti di base non può che ricordare forse uno degli ultimi grandi sussulti dello spirito comunista e sindacale dei minatori del vicino Nord pas de Calais francese, area ora giunta a ben altri lidi, fenomeno che sarà trattato in futuro. Qui, all'inizio degli anni ‘70, dopo aver trattato con i sindacati l'inizio della dismissione degli impianti, per l'obsolescenza e l'antieconomicità degli investimenti per l'adeguamento degli stessi, il governo francese - che aveva rilevato dai privati le concessioni minerarie - intendeva portarle a fine vita utile con contingenti di braccianti magrebini a tempo importati appositamente. Allora il movimento dei minatori bloccò tutto al motto: “Dans la mine, au bout de dix minutes, nous sommes tous noirs”.

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[1] L. Franciosi. “Per un sacco di carbone. Ieri e oggi”, San Paolo edizioni 2024
[2] Rapport de la commission d'enquête chargée de rechercher les causes de la catastrophe survenue au charbonnage du Bois-de-Cazier, le 8 août 1956. Documento pubblicato dal "Ministère des Affaires Economiques" nel mese di giugno 1957