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Minuetto iraniano

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

9 giugno 2026

Il cambio di postura di Teheran di fronte all’assedio del danzatore siamese Israele-Usa

minuetto iraniano.jpg Il minuetto è il ballo di corte francese archetipico del XVIII secolo. Deriva dal termine “pas minute”, piccolo passo, perché caratterizzato da tanti piccoli passi avanti e indietro intervallati da scivolate e saltellini, il tutto impreziosito da inchini e riverenze che ci restituiscono appieno tutta la teatralità, anche nella danza, del ‘700 di corte. Possiamo usare come simulacro della falsa trattativa con l'Iran il suo movimento a Z o ad S della singola coppia che caratterizzava il ballo d'epoca - da una parte il danzatore siamese Israele-Usa e dall'altra l’Iran. Dove il duo continua ad incrociare e disturbare in una finta atmosfera di tregua, irta di provocazioni e colpi di scena, ma ben attenta a non arrivare alla rottura, almeno per ora.

Una trattativa infinita condotta a due mani dal duo simbiotico Epstein in un gioco delle parti il cui scopo è ottenere solo uno stato di quiescenza che permetta di mantenere l'Iran sotto pressione come già avviene dal ‘79. Evitare la rottura o la pace stabile per perseverare nello strangolamento economico con le sanzioni, favorire ancora il ribellismo interno e le infiltrazioni di agenti stranieri, volti a favorire la caduta del governo islamico o preferibilmente della compagine statuale iraniana. Il duo intende ottenere quello che le due guerre contro l'Iran non hanno raggiunto con la solita politica dello soffocamento.

Oggi può sembrare che vi sia una certa discrasia tra Israele e gli Usa in materia, ed entro certi limiti è vero. Sicuramente l'entità sionista ha bisogno di una presenza stabile e militante americana nella regione, che ne garantisca l'esistenza, e accanto a questa la distruzione militare dell'Iran è un obiettivo israeliano importante, per assicurarne la primazia nella regione. Per gli Usa sarebbe preferibile un minor impegno diretto nell'area per ridurre la sovraestensione strategica, ma c'è da aggiungere che ciò sarebbe possibile solo dopo la normalizzazione dell’Asia anteriore, come è interesse comune del duo, e ciò sarebbe possibile solo con la disarticolazione dell'Iran e dell'asse della resistenza, un vero uovo di colombo per Washington - e forse proprio per la suadenza della prospettiva, rafforzata nella decisione dal senso di superiorità bianco, Trump ha voluto credere alle promesse di facile vittoria paventate da Tel Aviv. Un tiro di dadi abbastanza peculiare del personaggio, un colpo di teatro risolutivo che chiudesse la questione alla svelta per fare un nuovo passo avanti nel salvataggio dell'impero.

La sconfitta militare è stata imprevista e malvissuta, ma come detto in precedenza gli Usa già hanno in campo una strategia alternativa: usare il tempo e l'assedio per piegare gli irriducibili. Israele sembra preferire una politica più muscolare, ma non ritengo sia disponibile a pagarne lo scotto, quindi resta da chiedersi quanto sia retorica ad usum populi o se qualcuno covi la speranza che in caso di ripresa delle ostilità la reazione americana trascenda e possa diventare estrema.

Ieri la provocazione israeliana del bombardamento di una struttura di Hezbollah - semiabbandonato, stando alla informativa del gruppo di resistenza - nel sobborgo meridionale di Dahia a Beirut è stato un nuovo passo di Israele per tastare il polso di Teheran, non escludo con l'assenso di Trump - il gioco delle parti divise ritengo sia solo folklore ormai. La reazione pronta dei persiani, ma contenuta alla sola base aerea coinvolta nel bombardamento illegittimo, avrebbe potuto chiudere la questione piuttosto velocemente, ma la necessità di una risposta per soddisfare le esigenze di politica interna di Tel Aviv ha spinto per un attacco alla strutture energetiche iraniane. Teheran, giunta al cambio della sua postura strategica, archiviando entro certi limiti la “pazienza strategica” tradizionale, stamane ha preso di mira impianti simili in Israele. Nelle prossime ore si vedrà sino a dove arriverà la provocazione israeliana e quali siano i suoi reali scopi: limitarsi a cercare di avere l'ultima parola a fini elettorali? Spingere al massimo la provocazione, ma senza trascendere? Oppure fare all-in e tentare di coinvolgere direttamente gli americani? Il terzo caso non lo ritengo particolarmente ideale per il duo, ma non sarebbe una novità tentare di rompere un’impasse con un'azione violenta, solo i prossimi giorni ci daranno risposte.

Sino a ieri sera la trattativa è stata un minuetto con cui la coppia Israelo-statunitense, in un continuo avanzare e retrocedere caratterizzato da provocazioni seguite da abboccamenti, ha testato i limiti massimi di Teheran, per poi fermarsi. Lo stillicidio di avvicinamenti durante gli scambi di messaggi via Pakistan seguiti da precipitosi ritorni in alto mare con la smentita dei punti raggiunti o l'aggiunta di nuove richieste. La sequela di provocazioni con le azioni criminali in Libano dell'entità, che in quel caso si coniuga ad esigenze prettamente israeliane sia di politica interna sia militari, forzando il disarmo o la sconfitta di Hezbollah. A queste si aggiungono le forzature americane: il tentativo di violare il blocco dello stretto di Hormuz, il contro blocco delle coste iraniane e gli attacchi periodici alle strutture militari del corpo delle Guardie Rivoluzionarie, in particolare quelle a guardia dello stretto di Hormuz. Arrivare al limite, ma non scatenare la guerra, che come abbiamo visto si è dimostrata né pagante, né gratuita. Mantenere la ferita aperta senza giungere allo scontro che potrebbe modificare l'equilibrio in favore dell'Iran e allo stesso tempo nessun vero accordo per non riconoscere la vittoria iraniana sul campo. Tutto per cucinare l'Iran con un assedio snervante ed economicamente debilitante.

Se è interesse degli Stati Uniti e Israele mantenere l'Iran in una situazione di precarietà normalizzata, una costante crisi che ne metta in luce le problematiche interne, in particolare di natura economica - che già si notano in modo evidente in questi giorni, ma hanno bisogno di uno stato di simil pace per arrivare a diventare propellente per le contestazioni interne, ora smorzate dalla mobilitazione patriottica - dall'altro lato l'interesse iraniano è tagliare il nodo gordiano e non consentire di essere assediata e provocata. Per questo motivo la vediamo sempre più attiva nella reazione alle provocazioni americane e promette nei prossimi giorni di moltiplicare le reazioni di un mezzo rispetto alle azioni americane e al contempo assicura che reagirà davanti ai crimini israeliani in Libano. È quindi prevedibile una sempre maggiore proattività della compagine iraniana, perché sembra che finalmente le autorità di Teheran abbiano compreso la posta in gioco e l'impossibilità di giungere a un accordo con le potenze occidentali che non si traduca in un inganno.

Una proattività che per essere sostenuta ha però bisogno di due braccia. Da una parte l'Iran deve fare una scelta risoluta in campo economico rivolgendosi definitivamente ai mercati e agli investimenti del mondo Brics, abbandonando ogni speranza di giungere a un accomodamento con le potenze occidentali per potersi sviluppare, come è stato invece accarezzato nell'ultimo trentennio durante i governi dei riformisti e non solo loro, si veda in particolare Rafsanjāni (1989/97).

Dall'altro lato, la necessità di una politica di robusta reazione militare alle azioni nemiche atta ad evitare di essere piegata con lo stillicidio economico-militare di un assedio sistemico e tenuto in conto di avere davanti i due psincopati atomoforniti, pare inderogabile la scelta di dotarsi di un arsenale nucleare atto alla deterrenza, al fine di ottenere un'assicurazione da una reazione inconsulta del duo Epstein. Se sino a tempi recenti la fatwa di Khomeini confermata da Khamenei contro le armi atomiche ha garantito che il paese non si dotasse dello strumento, perché contrario ai principi di una guerra giusta e non in linea con la Sharia, il pericolo esistenziale per il paese rende necessario un ripensamento. La scelta fatta dalle autorità iraniane, a inizio millennio, di restare una potenza nucleare o meglio sub-nucleare in nuce non garantisce più i risultati superati, non basta più la minaccia del possesso per fermare l'offensiva nemica.

Prima dell’attuale crisi, un riarmo atomico di Teheran sarebbe stato preferibile se fatto in modo non ufficiale e non dichiarato, seguendo l'esempio di Tel Aviv, magari con la tacita accettazione della finzione da parte delle altre potenze nucleari, in particolare gli USA stessi, per evitare una corsa al riarmo incontrollabile di tutti i paesi del Golfo e non solo. La Corea del Nord non ha provocato la prevedibile onda che scatenerebbe il riarmo iraniano perché circondata da paesi tutti forniti di armamento nucleare, sia diretto come Cina e Russia, sia indiretto come le armi di Corea del sud e Giappone assicurate dagli Stati Uniti; al contrario la regione del Medio Oriente assisterebbe ad una gara al riarmo imprevedibile in presenza di soggetti tutt'altro che affidabili, come le monarchie del Golfo, ma purtroppo la situazione incandescente che si è venuta a creare tra l’Iran e i suoi nemici occidentali probabilmente è arrivata al punto che si renderà necessario manifestare il possesso dell'arma per chiudere la stagione dello strangolamento.

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