Il Modello Oltreaniene
Studente di Scienze Politiche. Anticapitalismo come stile di vita
Brancaleone, Astra, Lab! Puzzle Bene Comune: la politica di quartiere nel Municipio III di Roma
Per comprendere le dinamiche sociali della Capitale, è necessario guardare al di là dei confini del centro storico e immergersi nell’Oltreaniene. Il Municipio III (ex IV, con il suo cuore pulsante a Piazza Sempione) non è affatto una semplice periferia. Al contrario, si configura come una vera e propria città nella città, con oltre 200mila abitanti in un territorio capace di unire la storica borghesia di Montesacro alle classi popolari del Tufello e di Val Melaina.
Sul piano politico, questo quadrante rappresenta storicamente un laboratorio d’avanguardia per la sinistra extraparlamentare romana. La vera peculiarità del territorio risiede, non a caso, in una “politica di quartiere” ben lontana dalle aule consiliari; in grado di esprimersi appieno nelle strade delle zone popolari con la costituzione di un vero e proprio modello di contropotere popolare dal basso, e che affonda le sue radici storiche nel rione del Tufello.
Il Tufello e la sua tradizione antifascista. Breve storia di un quartiere ribelle
Il quartiere del Tufello (zona urbanistica 4) nasce ufficialmente negli Anni Trenta, quando il regime fascista avvia una massiccia opera di sventramento del centro storico capitolino (in primis attorno a Via della Conciliazione e ai Fori Imperiali) per “esaltare” (a scopi naturalmente propagandistici) la grandezza monumentale della Città Eterna. Gli abitanti di quest’area (nella maggior parte dei casi di estrazione popolare) vengono trasferiti in maniera coatta (o, detto in termini più crudi, deportati ed esiliati) in quelle che sono le neonate Borgate della periferia romana. Il Tufello, dunque, nasce proprio in virtù di questi eventi, cioè per accogliere gli sfollati del centro storico romano e gli italiani rimpatriati dall’estero.
La prima fase edilizia vede la costruzione delle cosiddette “francesine”, cioè apposite palazzine basse a tre piani. In seguito, la seconda fase (progettata dall’architetto Pietro Sforza) vede l’introduzione delle “case a pettine”; massicci blocchi a corte interna che valgono al Tufello il soprannome di “Stalingrado di Roma” o “Fortezza Proletaria”. I cortili interni, pensati dal regime per un controllo sociale panottico, divengono paradossalmente il punto nevralgico per lo sviluppo di una certa solidarietà di classe, la cospirazione e la condivisione delle stesse condizioni materiali di precarietà.
Con la Seconda Guerra Mondiale e l’arrivo della guerra nel Bel Paese, l’identità antifascista del Tufello si cementifica grazie alle azioni della Resistenza Romana. Sin dall’8 Settembre 1943 (il giorno dell’Armistizio di Cassibile), gli abitanti del rione si organizzano in formazioni clandestine (dalle cellule del PCI a Bandiera Rossa) per combattere l’occupazione nazifascista. Le vie del quartiere (come Via dei Prati Fiscali e Via Scarpanto) divengono presto teatro di continui sabotaggi e imboscate alle truppe italo-tedesche, culminati nel durissimo rastrellamento subìto dal quartiere il 27 ottobre 1943.
Negli Anni Settanta, la memoria partigiana e antifascista del Tufello, nel pieno degli Anni di Piombo, subisce l’influsso del conflitto di classe. Nel quartiere nascono i primi movimenti per il diritto all’abitare, i comitati di quartiere contro la speculazione edilizia, i mercatini rossi e pratiche di disobbedienza radicale come per esempio l’autoriduzione delle bollette e gli espropri proletari dei furgoni alimentari (in contrasto al carovita).
Durante questo clima di aperte tensioni sociali, si consuma il tragico omicidio di Valerio Verbano - militante diciottenne di Autonomia Operaia - da parte di un gruppo neofascista nella sua casa di Via Monte Bianco. Il delitto, purtroppo, rimane impunito da parte delle autorità, ma il trauma collettivo è tale che la reazione del Tufello è immediata. Poche ore dopo il delitto, oltre diecimila persone sfilano per le strade del quartiere in un corteo blindato e militante, arrivando persino a scontrarsi con le forze dell’ordine a Piazza Sempione. Lo stesso Tufello si dichiara “zona vietata ai fascisti” e, stringendosi attorno al dolore della madre Carla Verbano, erge un muro invalicabile dinanzi a qualunque tentativo di infiltrazione dell’estrema destra neofascista. La casa di Valerio in Via Monte Bianco, addirittura, diviene un santuario laico per la sinistra extraparlamentare romana e la fondazione di una palestra popolare a lui dedicata mostra come tutt’oggi il suo ricordo sia impresso nella memoria collettiva del rione.
Ad oggi, il Tufello sta vivendo una profonda transizione. A differenza del vicino Pigneto non è un quartiere gentrificato, ma ha mantenuto un'anima popolare e verace, pur dovendo affrontare diversi cambiamenti. In primo luogo, con il riscatto e la vendita delle ex case popolari Ater, la composizione demografica ha subito un certo mutamento. Coesistono, infatti, residenti anziani (memoria storica della borgata), nuove famiglie della classe medio-bassa che non possono permettersi i costi del centro e una forte componente di cittadini stranieri. La frammentazione sociale, inoltre, viene arginata dalle realtà di quartiere che hanno trasformato la vecchia lotta di classe in infrastrutture di mutuo soccorso. Luoghi come il CSA Astra o la Palestra Popolare Valerio Verbano svolgono una funzione di utilità pratica per la popolazione locale, distribuendo pacchi alimentari od offrendo sportelli gratuiti contro gli sfratti. Del resto, il Tufello continua a conservare un valore simbolico enorme nel panorama politico capitolino. Rapporti investigativi e cronache recenti (come le inchieste sulle chat neonaziste della galassia di Terza Posizione) hanno rivelato come i gruppi dell’estrema destra identifichino ancora il Tufello come “il quartiere più antifascista di Roma”; al contempo pianificando addirittura incursioni per colpirne il valore simbolico.
Per quanto riguarda il piano artistico, invece, la memoria del quartiere ha avuto modo di darsi pienamente visiva. Le strade e i cortili che hanno fatto da sfondo al cinema neorealista (basti pensare alle scene iconiche di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica) oggi ospitano un vero e proprio museo a cielo aperto di arte urbana. I grandiosi murales firmati da artisti di fama internazionale come Jorit (che ha dipinto il volto di Valerio Verbano su una facciata di Via delle Isole Curzolane) e Lucamaleonte (con il suo omaggio a Gigi Proietti, cresciuto proprio in queste strade) costituiscono monumenti contemporanei; capaci di valorizzare quella che è la storica identità proletaria del Tufello.
La mappa del potere popolare: Brancaleone, Astra e Puzzle Bene Comune
Se la tradizione antifascista del Tufello costituisce un tassello imprescindibile per comprendere l’identità politica del Municipio III, altrettanto rilevante sul piano pratico è il ruolo a dir poco fondamentale rivestito dalle tre realtà politiche principali dell’area: il Centro Sociale Brancaleone, il Centro Sociale Autogestito Astra e il Lab! Puzzle Bene Comune.
Ognuno di questi spazi sociali, infatti, costituisce un importante punto d’incontro per quello che è l’attivismo antifascista di quartiere del Municipio III; e, oltretutto, possiede una storia ricca di punti notevolmente interessanti. Molto attraente, a tal proposito, è il percorso storico del Brancaleone, la cui genesi politica risale al Febbraio 1990; quando un gruppo eterogeneo di studenti universitari, militanti della sinistra extraparlamentare e dei collettivi giovanili romani occupa una palazzina scolastica abbandonata in Via Levanna. Battezzato “Brancaleone” in onore del celeberrimo film di Mario Monicelli, lo spazio diventa subito un luogo d’aggregazione alternativo a quella che è la consuetudine capitalista e sperimenta una fioritura artistica che si riflette in primis nella musica elettronica underground e nell’hip-hop militante. A cavallo della fine degli Anni Novanta e l’inizio degli Anni Duemila, il Brancaleone si consolida come una delle anime ideologiche e logistiche del movimento No Global romano. Gli attivisti del centro, infatti, confluiscono per la maggior parte dapprima nelle cosiddette Tute Bianche e, in seguito, nei Disobbedienti, prendendo attivamente parte ai tragici Fatti del G8 di Genova nel 2001.
Il 14 Dicembre 2016, tuttavia, le forze dell’ordine mettono i sigilli alla struttura per disporne il sequestro amministrativo. In virtù della Delibera 140 della Giunta Marino sul riordino del patrimonio comunale, il Comune di Roma revoca la concessione a canone agevolato che il Brancaleone aveva ottenuto nel 1996. L’accusa dell’amministrazione è di morosità; con la quale viene preteso il pagamento di centinaia di migliaia di euro di affitti arretrati (calcolati a prezzi di mercato) totalmente all’improvviso. Tuttavia, a differenza di molti altri spazi, la sua rinascita non è avvenuta affatto con una nuova occupazione coatta, ma tramite una lunga battaglia legale culminata, nel 2017, con l’annullamento del sequestro preventivo. La vera e propria riapertura avviene però solo due anni più tardi, nel 2019, grazie a un accordo amministrativo con il Municipio III che permette al Brancaleone di ripartire sotto il cappello protettivo dell’ARCI.
Ancora una volta, però, la quiete dura solo pochi anni, perché nel Luglio 2023 l’esistenza del centro sociale viene nuovamente messa a rischio. In questo frangente, il Municipio III revoca la licenza per la somministrazione di cibo e bevande a causa di presunti abusi edilizi nei locali di Via Levanna, de facto paralizzando l’attività socio-economica del Brancaleone.
Nella Primavera del 2024, quest’ultimo vive il suo momento più critico; dovuto al riemergere di enormi debiti pregressi con il Comune di Roma. Con lo spettro dello sgombero all’orizzonte, la cittadinanza risponde il 5 Aprile 2024 con un’enorme mobilitazione popolare a Montesacro; grazie anche a un appello pubblico firmato anche da figure del calibro di Zerocalcare e Achille Lauro.
Ad oggi, il Brancaleone si configura come un ibrido unico tra uno spazio di cultura underground e un presidio socio-culturale in parte istituzionalizzato. Il centro sociale di Via Levanna, infatti, continua a mantenere un’identità estetica affascinante e orgogliosamente alternativa, che riflette quella che è la tradizione storico-politica della sinistra extraparlamentare italiana. Non a caso, il Brancaleone rimane una delle mete più notevoli per un’arte slegata da quelle che sono le logiche commerciali tipiche del mercato, ospitando nei fine settimana serate di musica elettronica, techno, dark wave, synth wave e punk-jazz (con format iconici come le serate Paradox Night). Durante la stagione estiva, inoltre, prende vita l’arena cinematografica all’aperto, incentrata spesso su proiezioni indipendenti, documentari di inchiesta sociale e rassegne legate ai movimenti territoriali. Infine, notevole è il fatto che il centro organizzi festival e workshop incentrati sulle autoproduzioni. Un esempio centrale è il “BADA” (Beyond Aniene Doin' Autoproduzione), una tre giorni di workshop, incontri e laboratori artigianali ed editoriali nati per sottrarre l’arte e alle dinamiche tipiche del mercato contemporaneo.
Se il Brancaleone possiede le proprie radici nella controcultura, l’Astra nasce fin dal primo momento con l’obiettivo di praticare una forma di sindacalismo metropolitano nelle lotte sociali urbane. La sua avventura inizia ufficialmente nel 2003, nel momento in cui un collettivo di militanti della sinistra radicale occupa l’ex cinema Astra in Viale Jonio, abbandonato da diversi anni, per restituirlo al quartiere. Nonostante tutto, solo due anni dopo, il 9 Aprile 2005, lo spazio viene sgomberato con la forza dall’intervento della polizia, ma questo non decreta affatto la fine dell’esperienza. Gli attivisti dell’Astra, infatti, non lasciano il Tufello e si spostano a pochi isolati più in là; occupando un seminterrato di 250 metri quadri all’interno di una palazzina popolare Ater in Via Capraia 19. Nel Maggio 2005, però, praticamente un mese dopo la nuova occupazione, l’Astra viene colpito da un attentato di matrice neofascista per mano di una potente bomba carta. Malgrado ciò, la risposta del Tufello è ancora una volta compatta e qualunque tentativo di nuova infiltrazione dell’estrema destra extraparlamentare romana è arginato dalla mobilitazione collettiva locale.
Diversi anni dopo, come accaduto al Brancaleone, l’Astra vive il pericolo della Delibera 140 con il Comune di Roma, che richiede il pagamento di 250.000 euro di affitti arretrati. Ancora una volta, la mobilitazione popolare e la resistenza fisica degli attivisti impediscono lo sgombero, rivendicando il valore delle attività svolte nello spazio. La funzione sociale che riveste l’Astra, del resto, è viva più che mai e si lega in primis al legame con l’associazione contro la povertà Nonna Roma. Si tratta di un’evoluzione a dir poco incredibile di welfare dal basso per mano della cittadinanza, caratterizzato da una potente sinergia tale da ridefinire l’aiuto sociale nel Tufello. Durante l’emergenza Covid-19, infatti, gli attivisti del centro sociale fondano la Brigata di Mutuo Soccorso Astra per distribuire cibo e farmaci alle famiglie barricate nelle case popolari. Finita la pandemia, l’Astra si unisce alle competenze logistiche di Nonna Roma per rendere continuative le attività di soccorso.
Nel Maggio 2024, grazie anche al supporto della fondazione Periferiacapitale, viene ufficialmente inaugurato nei locali di via Capraia il nuovo Emporio Solidale. Quest’ultimo funziona come un vero e proprio supermercato (“Social Market”) fondato sul concetto di dignità del ricevente. Alle famiglie vulnerabili del rione viene assegnata una tessera a punti mensile con cui è possibile scegliere autonomamente cosa mettere nel carrello in base ai propri gusti e bisogni. Oltre al cibo, l’attività garantisce lo snodo territoriale per le altre campagne di Nonna Roma; come lo sportello contro gli sfratti, il progetto della Cucina Collettiva (rilanciato nell’autunno del 2026) e pranzi sociali a tema dove il cibo diventa motivo per dibattere di diritto allo studio, asili nido e welfare locale. In sintesi, l’Astra va ben oltre il concetto di “presidio sociale”, in quanto altro non è che la dimostrazione di come ci si possa organizzare dal basso per gestire quotidianamente i bisogni della classe operaia e precaria.
Ultimo ma non per importanza è, infine, il Lab! Puzzle Bene Comune, che forse rappresenta il pilastro più interessante soprattutto per quanto riguarda, sul piano giuridico, il superamento della dicotomia tra “Pubblico” e “Privato”.
Le radici di Lab! Puzzle affondano nel 2010, quando un nucleo di studenti universitari, precari e attivisti decide di occupare un enorme stabile abbandonato di quattro piani. L’edificio, di proprietà comunale, aveva ospitato in passato gli uffici del Catasto, l’ex IV Circoscrizione e infine una sede della ASL. L’obiettivo dell’occupazione è rispondere in modo diretto al caro-affitti e all’emergenza abitativa giovanile, creando un progetto di co-housing e studentato autogestito. Col passare degli anni, l’occupazione ha allargato il proprio raggio d’azione, arrivando a offrire servizi all’intero quartiere del Tufello.
Il momento di svolta storica per Roma arriva il 28 settembre 2021. Dopo anni di mobilitazione (portata avanti anche all’interno della rete politica locale Grande come una Città), la giunta del Municipio III approva una delibera rivoluzionaria. Lab! Puzzle, infatti, firma un Patto di collaborazione con le istituzioni locali e viene ufficialmente riconosciuto come il primo “Bene Comune” della Città Eterna.
Dal punto di vista del diritto amministrativo, Puzzle non viene “assegnato” tramite un classico bando pubblico commerciale e nemmeno tollerato come occupazione abusiva. Al contrario, si applica il cosiddetto principio della sussidiarietà orizzontale: lo spazio, né pubblico né privato, resta di proprietà della collettività, ma la gestione materiale delle attività viene affidata alla cittadinanza che lo abita e lo cura. Lo stesso Patto di collaborazione altro non è che un accordo fondato sulla fiducia reciproca; nel quale il Comune riconosce il valore sociale, culturale ed economico che lo spazio offre gratuitamente al territorio.
Oggi Lab! Puzzle Bene Comune è un alveare di attività diurne mirate alla crescita socio-culturale del Tufello. Tra i suoi servizi di maggiore rilievo, possiamo citare la presenza di un’aula studio h24 con Wi-Fi per studenti universitari, una biblioteca interna e un servizio di doposcuola e dopolavoro gratuito per i bambini delle scuole elementari e medie del quartiere. Notevole è anche la presenza dello Sportello Polifunzionale TuteliAmoci, il quale offre assistenza legale gratuita, consulenza fiscale, orientamento ai servizi burocratici del Municipio III e supporto ai lavoratori precari. Sul piano socio-economico, invece, non possiamo non menzionare il DarBazar: un emporio solidale e completamente gratuito di vestiti usati (dove chiunque può prendere e donare abiti senza transazione monetaria) e laboratori creativi come l’Atelier popolare d’arte. Infine, vi è anche la presenza di scuole di italiano per stranieri e aule destinate a corsi di fumetto, sartoria e illustrazione.
Il “Modello Oltreaniene”
Tirando le fila di questa complessa rete territoriale, emerge chiaramente come realtà quali il Brancaleone, l’Astra e il Lab! Puzzle Bene Comune non agiscano affatto come isole a sé stanti. Al contrario, queste esperienze si configurano come i nodi interconnessi di un coordinamento collettivo dal basso, capace di esercitare una pressione costante sulle istituzioni locali e di spingerle, in modo sistematico, a ripensare l’uso e la destinazione del patrimonio pubblico dismesso.
La parabola dell’Oltreaniene va ben oltre la semplice sommatoria di singoli spazi autogestiti, e altro non è che l’espressione di una tesi politica di fondo: mentre le istituzioni tradizionali faticano a dare risposte concrete alla crisi sociale ed economica che attanaglia le periferie (e non solo), nelle strade del Tufello la tradizione della sinistra radicale non solo è sopravvissuta con forza, ma ha saputo reinventarsi costruendo un hub di contropoteri materiali, capace di dettare, per certi versi, una sorta di modello su come dovrebbe strutturarsi l’organizzazione dal basso della collettività.
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Immagini: Roberto Flenghi / CC BY-NC-ND 2.0, IG @collettivogiordanobruno, Carlo Dani /CC BY-SA 4.0, IG @atelierlabpuzzle