Il moralismo del consumo
Dal caso "Simpatici & antipatici" alla censura preventiva: quando la correttezza diventa merce e il moralismo sostituisce la politica
di Serena Parascondolo
Luglio 2026. Il termometro sale, ma a scaldare il dibattito pubblico sono anche le polemiche social e di stampa su “Simpatici & antipatici”, film del 1998 diretto e interpretato da Christian De Sica.
La pellicola è tornata al centro quando alcuni spettatori si sono accorti che nella versione trasmessa da Cine34, distribuita in DVD e approdata sulle piattaforme digitali, mancavano alcune delle battute più graffianti. È bastato questo perché scattasse il riflesso condizionato del politicamente corretto e della cancel culture. Parole pronunciate con grande sicurezza ma scarsa precisione, perché prima di discutere di volgarità e moralismo, infatti, sarebbe utile stabilire che cosa queste parole significhino davvero. Il dibattito culturale degli ultimi anni infatti, non è diventato più civile, è diventato più povero. A cannibalizzarlo sono stati questi vari bacchettoni istituzionali e digitali, pronti a impartire lezioni di correttezza con modi spesso scorretti, semplificazioni grossolane e sentenze tanto definitive quanto fragili.
L’opera di De Sica è nei fatti un autentico spaccato di quella borghesia arricchita romana dell’epoca. Il racconto sociologico di una Roma degli anni Novanta ancora bagnata dal benessere economico, ma già sporcata da ciò che sarebbe diventato lo scenario futuro. Al centro del film c’è il Tiber, circolo sportivo esclusivo nel quale si incrociano ricchi, finti ricchi, professionisti, palazzinari, mantenute, aspiranti attrici e personaggi costretti a orbitare intorno al potere degli altri. Un microcosmo in cui ciascuno tenta disperatamente di apparire ciò che non è, molto simile a scenari attuali in fondo, solo un po' più plateali. Film di questo tipo non hanno mai avuto la pretesa e la supponenza di educare. Il loro scopo era quello di mostrare la realtà per ciò che era e, per farlo, occorreva documentarla anche attraverso la crudezza delle frasi sui corpi non conformi e sulle disuguaglianze di genere e di classe. Non perché ne condividesse necessariamente la violenza, ma perché quella violenza appartiene ai personaggi e al mondo che essi rappresentano. Tutto si sviluppa attraverso una trama corale anche leggera, capace di strappare risate certo, ma anche di restituire una fotografia sorprendentemente precisa di un’intera classe sociale. Memorabile, in questo senso, la presenza di Gianfranco Funari nei panni di Alberto Cecchini, palazzinaro sbruffone, megalomane e trafficone, destinato a essere arrestato prima del tempo.
Bastava dunque comprendere il senso dell’intero film e non basarsi su quattro battute, eppure la cosa più significativa di questa operazione sta nel fatto che la decisione di sforbiciare la pellicola non è arrivata come un’imposizione dall’alto. Nessun editto ministeriale o mobilitazione organizzata: Pietro Valsecchi, il produttore del film, ha ben pensato di eliminare le battute ritenute più volgari, proprio per consentire la trasmissione del film in televisione anche nelle fasce orarie pomeridiane, evitando così le limitazioni connesse alla programmazione nelle diverse fasce orarie. Valsecchi ha fatto il suo mestiere, dichiarandosi poi disponibile a proporre a Mediaset la versione integrale. De Sica, dal canto suo, ha liquidato la faccenda con un laconico «facessero come gli pare», ricordando però il valore di un’opera che, dopo l’insuccesso iniziale, è diventata negli anni un piccolo cult. Sul film in sé ci sarebbe poco altro da aggiungere, se non consigliarne la visione nella versione cinematografica integrale.
Stiamo parlando dunque non di una censura imposta, ma di una normalizzazione preventiva, ed è forse pure peggio, perché significa di essere scivolati completamente in un moralismo di consumo, che di certo non modifica la realtà delle cose ma rende solo il prodotto più facilmente collocabile. Il fatto in sé diventa di rilievo perché questo tocca la cultura. La forza di molte opere sta proprio nell’aver mostrato la brutalità del mondo e dell’esistenza, non nell’averla disinfettata. Ripulire ciò che deve essere visto nella sua totale sporcizia significa nei fatti privarlo della sua funzione. Quando un’opera viene corretta preventivamente per l’astratta possibilità di offendere, perde la propria potenza.
Il punto, allora, è capire quale clima culturale renda economicamente conveniente questa prevenzione. Oggi una parte crescente dell’opinione pubblica si forma sui social, diventati una tinozza di idee malconce, ruoli sovrapposti e autorità autoproclamate. Vi proliferano figure che si presentano contemporaneamente come mediatori culturali, educatori e rappresentanti di categorie che raramente hanno conferito loro un mandato. Si muovono attraverso pillole nozionistiche di sapere. Si dilettano a citare grandi sociologi, filosofi e intere tradizioni di pensiero senza averne mai studiato concretamente le strutture, le contraddizioni e le storture. Ne estraggono soltanto ciò che serve alla costruzione del contenuto successivo e, soprattutto, del proprio ego mediatico e politico. Il problema di questa porzione di spazio pubblico non è solo la polarizzazione delle idee, che è già grave, ma anche la presunzione metodologica di chi pretende di educare senza avere imparato ad analizzare.
Quelli messi in scena da De Sica non rappresentano esempi da seguire, ma la meschinità della stessa borghesia che il film mette alla berlina, e mostrare una condotta non significa approvarla, così come raccontare una società non significa assolverla. Altrimenti dovremmo epurare dalla storia del cinema qualsiasi individuo moralmente riprovevole e sostituirlo con figure irreprensibili, educate e perfettamente aggiornate sul lessico contemporaneo. Il risultato non sarebbe un cinema più giusto, ma un cinema morto.
Quindi, il vero nervo scoperto non è il politicamente corretto. È il concetto stesso di corretto che va rivisto, insieme all’identità di chi pretende di stabilirlo e divulgarlo.
Correggere ed educare sono verbi che portano con sé un significato profondo e un’enorme responsabilità. Chi pretende di farsene carico dovrebbe conoscere le problematiche di cui parla e confrontarsi con chi quelle discriminazioni le attraversa concretamente, senza trasformare chi le subisce in un’identità astratta da utilizzare per costruire la propria autorevolezza.
Il grande bluff del politicamente corretto sta precisamente qui: aver sostituito la trasformazione con la sorveglianza del linguaggio, il confronto con la sentenza, e la complessità con il contenuto facilmente condivisibile. Non stiamo diventando una società meno violenta, stiamo semplicemente imparando a nascondere la violenza dietro parole più educate. E mentre ci affanniamo a correggere i dialoghi di un vecchio film, la borghesia raccontata da De Sica continua indisturbata a governare il presente. Ha soltanto ripulito il linguaggio, aperto un profilo social e imparato a presentarsi dalla parte giusta.