Muhammad Ali: quando lo sport aveva il coraggio di schierarsi
Scrittrice e attivista.
Articolo dedicato a Muhammad Ali, icona globale dei diritti civili, della lotta contro il razzismo e dell’impegno politico per la causa palestinese, oltre lo sport e il ring. Dal rifiuto della guerra in Vietnam alla denuncia dell’apartheid e delle violazioni del diritto internazionale, Ali incarna un modello di atleta militante oggi assente. In un mondo dello sport sempre più silenzioso davanti a Gaza, Palestina e Israele, la sua eredità morale risuona più attuale che mai.
Mentre il mondo celebra la nascita del Salvatore, nella terra in cui venne al mondo al freddo e al gelo, si continua a morire con 800 e oltre violazioni del cessate il fuoco, oltre 400 morti, più di un migliaio di feriti, blocco sistematico degli aiuti umanitari e ogni forma possibile e (in)immaginabile di violenza e terrore.
C’è opulenza ovunque, di parole soprattutto, vacue, ripetute, eppure manca tutto, specie punti di riferimento forti a cui affidare il proprio sgomento, uomini che sulle loro spalle hanno trainato istanze, portato alla luce cause e dato voce a un dissenso che allora come oggi vogliono reprimere in ogni modo possibile, fosse anche solo desautorandolo, infangandolo, a detrimento di tutti i diritti, anche quelli di cui godono gli stessi che li minano.
Nell’ empireo preziosamente popolato dagli uomini che soprattutto nel secolo scorso hanno reso il mondo un posto migliore con le loro battaglie contro ogni forma di apartheid, che sia quella della comunità afroamericana fino alla causa palestinese, ve ne è uno che amava molto il Natale. Era nato Cassius Marcellus Clay Jr. in una Lousville segregata nel 1942 ma il suo nome non gli piaceva tanto quanto il mondo in cui viveva e da lì cominciò la sua rivoluzione, corroborata dalla conversione all’Islam e dalla volontà di chiamarsi per tutti Muhammad Ali. Una vita da campione dei pesi massimi solo a volerlo sminuire, tanto fu grande il suo contributo alla storia fuori dal ring.
Si racconta nelle sue biografie che negli ultimi anni di vita, in una stupefacente armonia con il suo islam spirituale, quasi sofistico, e con il suo corpo che purtroppo tremava sempre di più, passasse la vigilia di Natale chiamando numeri a caso dall’elenco telefonico di Manhattan, augurando di tutto a tutti e sentendosi regolarmente mandare a quel paese da gente che ovviamente non credeva neppure per un secondo fosse davvero lui. Un Natale chiamò anche Thomas Hauser, il suo principale biografo, che obiettò: «Grazie Muhammad, però ammetterai che è perlomeno divertente che un musulmano come te chiami un ebreo come me per augurargli buon Natale...». Ali, nemmeno glaciale, addirittura minerale, rispose: «Perché mi dici questo, Thomas, non stiamo forse andando tutti dalla stessa parte?». Quella risposta così semplice eppure fortissima, gelò l’americano e il suo tentativo divisivo, così come fece con ogni suo gesto atletico e politico, compiuti per più di 50 anni sul ring dell’ America degli anni ’60 e ‘70 particolarmente in preda, ieri come oggi, a deliri di onnipotenza, turboimperialismo e razzismo.
Muhammad Ali perse il titolo e subì 4 anni di processo per il suo rifiuto di “servire” la patria in Vietnam, lui che “non era mai stato chiamato nero da un vietcong”, diversamente da quello che accadeva nei ristoranti della sua città dove neanche lo facevano entrare, ma era l’atleta più popolare al mondo e la sua voce scomoda che denunciava nefandezze e ingiustizie poteva arrivare ovunque, come il suo messaggio dirompente impresso su ogni sua medaglia.
E così portò il suo corpo e il suo sostegno ai palestinesi, in diversi viaggi compiuti sia in Palestina che in Libano nella prima metà degli anni ‘70, visitando campi profughi e città, perché l’ apartheid vissuta sulla sua pelle, quella che ancora vigeva nell’America segregata, gli rendeva ancora più insopportabile quello che succedeva in Sudafrica e ovviamente in Palestina. Partecipava a cortei, proteste e manifestazioni contro il sionismo, celebre la foto che lo ritrae in prima fila ad una delle più grandi manifestazioni tenutesi nel 1988 a Chicago nel corso della prima Intifada, sostenendo più volte pubblicamente che “fino a che il popolo palestinese non fosse stato libero nessun altro popolo avrebbe potuto esserlo”.
Lui, che era nato in un paese in cui anche nello sport vi erano le “negro leagues”, ha combattuto e sfidato fino all’ultimo giorno l’ipocrisia e la violenza di quella bandiera a stelle e strisce che lo esaltava quando riempiva i palazzetti e lo crocifiggeva ogni volta che apriva bocca per denunciare le condizioni in cui era ed è costretta a vivere la comunità afroamericana.
Con lui abbiamo sperato lo sport non sarebbe stato più lo stesso, con il suo esempio nessun atleta avrebbe mai più potuto voltare le spalle davanti alle ingiustizie del mondo e nessuno sportivo poteva più sottrarsi dal denunciare, dallo schierarsi, dal prendere posizioni pubbliche contro abomini come l’apartheid, come davanti a un genocidio, contro sistematiche violazioni di diritto umanitario e internazionale.

Eppure da quel 3 giugno 2016 c’è un vuoto enorme, mai colmato, una voragine nella storia della lotta per i diritti umani, ben oltre lo sport.
E mentre in questi anni leghe e federazioni internazionali continuano a permettere allo stato genocida di Israele di concorrere in competizioni sportive, nelle quali si fa anche fatica a comprenderne l’ammissione, - pensiamo agli Europei di calcio ad es.- , a fronte della Russia esclusa e sanzionata da tutto, la forza e il coraggio di Muhammad Ali sono un’eredità pesantissima che abbiamo il dovere di continuare ad invocare, nel vuoto pneumatico di un settore che dovrebbe nobilitare gli uomini, elevarli, e invece li riduce spesso a mercenari, burattini del potere, strumento per oleare flussi milionari in logiche in cui l’antico valore dello sport è ormai regredito a cupidigia e settarismo, in una bolla fatta di affari e speculazioni.
Secondo la Palestinian Football Association (PFA), Israele ha ucciso almeno 724 atleti e osservatori palestinesi, tra cui 382 calciatori, dall’inizio dell’attacco alla Striscia di Gaza nell’ottobre 2023.Ma il mondo dello sport sostanzialmente ha colpevolmente taciuto e tace ancora.
Quanto manchi, Muhammad Ali.