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No War, but Class War

di
Fabrizio Marengo
Fabrizio Marengo

Studente di Scienze Politiche. Anticapitalismo come stile di vita

8 ottobre 2026

La gioventù tedesca boicotta la chiamata alle armi di Rheinmetall

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La Germania sta tornando a marciare, ma le sue scuole si rifiutano di fare da avanguardia di Rheinmetall. Nelle piazze di oltre cento città tedesche, decine di migliaia di studenti hanno incrociato le braccia al grido di “I ricchi vogliono la guerra, la gioventù vuole il futuro”.

Quello che i media mainstream descrivono come un semplice “disagio generazionale” (tutto pur di leccare i piedi ai propri padroni) altro non è che la prima linea di una frattura di classe strutturale. Di fronte al tentativo dello Stato di reintrodurre gradualmente la coscrizione obbligatoria, la risposta dal basso della gioventù proletaria è netta: i corpi della classe lavoratrice (a maggior ragione quelli degli studenti) non sono e non saranno il carburante per i giganteschi profitti del complesso militare-industriale.

La miccia delle mobilitazioni studentesche si è accesa dopo l’accelerazione del Governo Merz sul nuovo modello di servizio militare (Wehrdienst). Con l’obiettivo dichiarato di espandere le file della Bundeswehr (le forze armate tedesche) fino a 260.000 soldati attivi entro il 2030, le istituzioni hanno messo in piedi un meccanismo di arruolamento (de facto) coatto basato su una vera e propria trappola burocratica progressiva. In primo luogo, la messa a punto di un questionario obbligatorio per tutti i diciottenni maschi, volto a valutare la loro idoneità psicofisica al servizio militare, è già di per sé un’enorme problematica, in quanto impone ai sottoposti la sottoscrizione con la minaccia di sanzioni amministrative. Inoltre, nonostante le iniziali rassicurazioni delle autorità sulla natura “volontaria” del reclutamento nella Bundeswehr, il Ministero della Difesa tedesco ha di recente rotto gli indugi: in diverse città del nord (come Kiel, Flensburg e Amburgo) centinaia di ragazzi che avevano espressamente sbarrato la casella “nessun interesse al servizio militare” si sono visti recapitare precetti forzati per le selezioni mediche obbligatorie.

Del resto, la situazione tedesca altro non è che un classico visto e rivisto migliaia di volte: mentre le scuole e i licei cadono a pezzi sotto il peso dei tagli alla spesa pubblica (con aule prive di riscaldamento, tetti fatiscenti e una carenza cronica di personale docente), lo Stato decide di blindare miliardi di euro per il riarmo militare; come se i grandi colossi del settore bellico non avessero già fatto abbastanza profitti dalle commesse multimilionarie degli ultimi anni. Per i figli dei lavoratori, gli studenti, la situazione è sempre la stessa: non ci sono soldi per lo studio, per gli ospedali o per autobus e treni efficienti, ma spuntano magicamente quando si tratta di finanziare la macchina della morte del militare.

La risposta studentesca, tuttavia, non si è fatta attendere e ha assunto fin da subito i connotati del sabotaggio sociale. La coalizione nazionale Schulstreik gegen Wehrpflicht (“Sciopero scolastico contro la coscrizione”), affiancata da comitati autonomi di istituto e collettivi antimilitaristi, ha già coordinato imponenti ondate di scioperi che hanno svuotato le aule di Berlino, Monaco, Amburgo e Francoforte. Solo nell’ultima mobilitazione nazionale, oltre 45.000 studenti hanno abbandonato le lezioni e distrutto simbolicamente le lettere di arruolamento all’interno di trituratori di carta. Addirittura, le pratiche di lotta messe in atto nelle piazze hanno per certi versi superato i canoni delle comuni manifestazioni. Gli studenti, infatti, hanno bloccato le arterie stradali principali e disturbato le campagne pubblicitarie della Bundeswehr, che tenta di reclutare i giovani precari spacciando la guerra come u’opportunità di “formazione professionale”. Ad Amburgo e Brema, i collettivi giovanili hanno protestato attivamente contro le esercitazioni di difesa civile (come l’operazione Red Storm), evidenziando la complicità della filiera logistica interna con i fronti di guerra internazionali.

La tensione politica è destinata a esplodere in vista della scadenza del 20 novembre, data per cui le organizzazioni studentesche hanno indetto lo “Youth Strike”: una giornata di sciopero generale della gioventù studentesca che punta alla totale paralisi dei distretti scolastici e alla convergenza con i settori dei trasporti e della logistica.

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Per la sinistra di rottura e il movimento studentesco, dunque, la mobilitazione contro la leva militare deve andare ben oltre il vicolo cieco del pacifismo astratto o dell’obiezione di coscienza individuale. D’altronde, la questione centrale che risuona nelle piazze tedesche ha un carattere squisitamente economico: chi guadagna dalla guerra? Mentre la classe lavoratrice affronta l’inflazione, il carovita e il taglio dei salari reali, i colossi industriali e finanziari dell’apparato bellico europeo registrano profitti da fare paura. Nomi come Rheinmetall e ThyssenKrupp, spalleggiati dai grandi fondi speculativi azionari, vedono i propri titoli schizzare alle stelle sui mercati finanziari. Il militarismo, del resto, è una delle forme più parassitarie di economia che vi siano, in quanto propone un modello di profitto basato sul sangue della gente comune e sui sacrifici dei lavoratori nelle metropoli.

D’altro canto, il ritorno sul tavolo della coscrizione obbligatoria non può che svolgere innanzitutto una funzione ideologica, ovvero quella di militarizzare la società fin dall’adolescenza. Si tratta, in sostanza, di creare una società-caserma (proposta tipica delle destre europee), capace di abituare i giovani delle classi popolari (e non) alla gerarchia, alla sottomissione autoritaria dello Stato e all’accettazione acritica dei meccanismi di sfruttamento.

La gioventù in sciopero, quindi, sta indicando la strada corretta: il rifiuto del servizio militare non è solo autodifesa, ma la leva per portare alla radice il conflitto di classe. Siamo arrivati al punto, ormai, dove non è più sufficiente (e forse non lo è mai stato) mostrare una mera opposizione verbale a quella che è la guerra. Al contrario, urge sabotare concretamente i meccanismi di riproduzione della macchina bellica imperialista. Oltremodo, collegare l’opposizione al riarmo alle rivendicazioni quotidiane per la casa, il salario e lo smantellamento del welfare state significa trasformare la resistenza passiva in un’offensiva politica collettiva. La lezione storica del movimento operaio, dunque, non può che tornare attuale se guardiamo quanto sta accadendo nelle piazze tedesche: il nemico non si trova oltre i confini geografici, né ha un colore della pelle diverso dal nostro, ma siede nei consigli di amministrazione delle banche, delle fabbriche d’armi, delle multinazionali e dei palazzi del potere.

Contro i piani di macelleria sociale dell’imperialismo occidentale, l’unica alternativa reale e possibile è il rifiuto totale di imbracciare le armi per i grandi oligarchi del capitalismo europeo e d’oltremare.