Non-Aligned Movement e BRICS: analogie e differenze
Come possono i BRICS evitare il fallimento che segnò il destino dei Non Allineati
di Luigi Scotto, ex ambasciatore d'Italia in Tanzania
C'è un fantasma che aleggia sul vertice dei BRICS: quello del Non-Aligned Movement, il Movimento dei Paesi non allineati che, nato all'inizio degli anni Sessanta come ambizioso progetto di autonomia del cosiddetto Terzo Mondo, finì progressivamente per perdere gran parte della propria capacità di incidere sull'ordine internazionale.
Il paragone non è soltanto suggestivo. I due fenomeni presentano alcune sorprendenti analogie: entrambi riuniscono Stati molto diversi per regime politico, interessi nazionali e collocazione geopolitica; entrambi nascono dalla volontà di ridurre la dipendenza da un ordine internazionale dominato dalle grandi potenze; entrambi aspirano a dare maggiore voce ai Paesi del Sud globale.
Ma proprio queste analogie rendono ancora più importante una differenza fondamentale. Il NAM cercò progressivamente di costruire una posizione politica comune su un mondo diviso in due blocchi. I BRICS, invece, possono sopravvivere soltanto se accettano di essere qualcosa di diverso: non un nuovo blocco, ma una piattaforma flessibile di cooperazione tra potenze che condividono alcuni interessi senza condividere necessariamente una stessa visione del mondo. È probabilmente qui che si trova la chiave del loro futuro.
La lezione del NAM
Quando il Movimento dei Non Allineati nacque a Belgrado nel 1961, la sua ambizione era tutt'altro che modesta. Nehru, Tito, Nasser, Nkrumah, Sukarno e gli altri protagonisti del movimento non volevano semplicemente creare un gruppo di Stati neutrali. Volevano affermare il diritto dei Paesi appena usciti dal colonialismo a non essere assorbiti dalla competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e, più in generale, a partecipare alla definizione delle regole dell'ordine internazionale.
La storiografia più recente ha però messo in discussione l'idea di un NAM originariamente omogeneo. Il movimento era fin dall'inizio composto da progetti politici molto differenti: il socialismo jugoslavo, il neutralismo indiano, il panarabismo egiziano, il nazionalismo anticoloniale indonesiano e le diverse esperienze dei nuovi Stati africani. La sua unità derivava meno da una comune ideologia che dalla condivisione di alcune grandi aspirazioni: sovranità, decolonizzazione, autonomia e trasformazione di un sistema internazionale percepito come profondamente squilibrato.
Ed è proprio qui che il paragone con i BRICS diventa interessante.
Anche i BRICS non sono un'organizzazione ideologicamente omogenea. India e Cina sono rivali strategici; Russia e Cina hanno un rapporto molto più stretto; Brasile mantiene una tradizione di autonomia diplomatica che non coincide necessariamente con quella di Mosca o Pechino; gli Stati mediorientali e africani che hanno aderito al gruppo hanno interessi regionali spesso divergenti.
L'allargamento ha aumentato ulteriormente questa eterogeneità. Oggi i BRICS comprendono undici membri e rappresentano una parte enorme della popolazione e dell'economia mondiale, ma proprio la loro maggiore rappresentatività rende più difficile trovare una posizione comune su questioni geopolitiche controverse.
Quando la diversità diventa una debolezza
Il problema del NAM non fu semplicemente quello di essere composto da Paesi diversi. La diversità, di per sé, non è necessariamente un problema. Il problema fu che le differenze divennero sempre più difficili da conciliare quando le grandi crisi internazionali imposero ai membri di prendere posizione.
La guerra del Vietnam, la crisi del Congo, il conflitto arabo-israeliano, l'invasione sovietica della Cecoslovacchia e la questione cambogiana produssero fratture profonde. Il movimento, nato anche con l'ambizione di svolgere una funzione di mediazione tra i grandi blocchi, si allontanò progressivamente da quella funzione.
La guerra fredda, paradossalmente, finì così per essere una delle cause della difficoltà del non allineamento.
Il NAM aveva bisogno della distinzione tra i due blocchi per definire la propria ragion d'essere, ma proprio quella contrapposizione rendeva sempre più difficile mantenere una posizione comune.
Non è quindi del tutto corretto dire che il NAM "fallì". La storiografia più recente invita a una lettura più prudente: il movimento sopravvisse alla fine della guerra fredda e continuò a rappresentare un'espressione politica delle aspirazioni del Sud globale. Tuttavia, perse progressivamente la capacità di trasformare quelle aspirazioni in un'effettiva capacità collettiva di modificare l'ordine internazionale.
Questa distinzione è importante perché permette di formulare meglio la domanda sui BRICS.
I BRICS sono il nuovo NAM?
La risposta dovrebbe essere: no, ma il rischio di riprodurne alcune debolezze esiste. Il NAM era nato come movimento politico legato alla logica della Guerra fredda. I BRICS hanno un'origine completamente diversa. Il termine BRIC nacque nel 2001 come categoria economica per indicare alcune grandi economie emergenti; soltanto successivamente il gruppo si trasformò in un foro politico e diplomatico. La sua evoluzione è stata dunque, almeno inizialmente, più pragmatica che ideologica.
Questo offre ai BRICS un vantaggio importante.
India e Cina non devono necessariamente avere la stessa posizione sulla sicurezza asiatica per poter cooperare sulla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. Brasile e Russia non devono concordare su ogni crisi internazionale per poter sostenere una maggiore rappresentanza dei Paesi emergenti nelle istituzioni multilaterali. Arabia Saudita e Iran non devono diventare alleati per poter partecipare allo stesso foro.
La domanda fondamentale, dunque, non è se i BRICS siano capaci di pensare allo stesso modo. È se siano capaci di cooperare senza pensare allo stesso modo.
La tentazione del "blocco anti-occidentale"
Qui si trova forse il principale pericolo. Alcuni membri, soprattutto Russia e Cina, hanno interesse a fare dei BRICS uno strumento più esplicitamente alternativo all'ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Altri Paesi, soprattutto l'India, sembrano invece avere interesse a mantenere una maggiore flessibilità.
L'India rappresenta in questo senso il caso più significativo. Nuova Delhi vuole contemporaneamente rafforzare i BRICS, mantenere rapporti strategici con la Russia, competere con la Cina e conservare una relazione fondamentale con gli Stati Uniti e con le altre democrazie occidentali.
Questa posizione potrebbe apparire contraddittoria soltanto se si immagina che i BRICS debbano diventare un'alleanza geopolitica. Se invece vengono considerati come uno strumento di autonomia strategica, la contraddizione scompare.
La recente esperienza dei BRICS mostra esattamente questa tensione. Al vertice di New Delhi del 2026 il gruppo ha cercato di adottare posizioni comuni su questioni internazionali controverse, ma l'India ha contemporaneamente insistito sulla necessità di evitare che i BRICS si trasformassero in un'alleanza antioccidentale.
È una scelta che potrebbe rivelarsi decisiva.
Un'organizzazione che non deve avere una politica estera comune
I BRICS potrebbero evitare il destino del NAM proprio rinunciando a un'ambizione che il NAM aveva progressivamente assunto: quella di diventare una voce politica collettiva su quasi tutte le grandi questioni internazionali.
Non è necessario che undici Paesi abbiano una posizione comune sulla guerra in Ucraina.
Non è necessario che abbiano la stessa politica nei confronti di Washington.
Non è necessario che condividano la stessa posizione sul Medio Oriente.
E non è nemmeno necessario che condividano una medesima concezione della democrazia, dei diritti umani o del rapporto tra Stato ed economia.
Ciò che serve è molto più limitato: identificare settori nei quali gli interessi convergono e costruire istituzioni capaci di produrre risultati concreti. Finanza, commercio, infrastrutture, energia, tecnologia, salute, cooperazione scientifica, pagamenti internazionali e rappresentanza nelle istituzioni multilaterali sono terreni nei quali una cooperazione pragmatica può essere più facile di una sintesi geopolitica.
Il successo dei BRICS, dunque, potrebbe dipendere dalla loro capacità di abbassare l'ambizione politica per aumentare l'efficacia concreta.
Il paradosso dell'allargamento
L'allargamento dei BRICS presenta però un problema apparentemente insolubile.
Più il gruppo cresce, più aumenta il suo peso internazionale.
Ma più cresce, più diventa difficile raggiungere il consenso.
È lo stesso paradosso che accompagnò, in forma diversa, il NAM: la ricerca della massima rappresentatività aumentava il prestigio politico del movimento ma rendeva contemporaneamente più difficile una posizione comune. I BRICS devono quindi trovare un equilibrio tra due esigenze opposte.
Da una parte devono essere abbastanza inclusivi da rappresentare realmente una parte significativa del Sud globale. Dall'altra devono evitare di diventare una coalizione talmente eterogenea da riuscire soltanto a produrre dichiarazioni generiche.
Il vertice di New Delhi del 2026 ha mostrato entrambe le facce del problema: il gruppo ha assunto posizioni comuni su alcuni temi internazionali, ma le divergenze geopolitiche hanno reso necessarie formulazioni prudenti e largamente consensuali.
Dal "non allineamento" al "multi-allineamento"
Forse, allora, la vera novità dei BRICS potrebbe essere proprio questa.
Il NAM diceva: non scegliamo tra i due blocchi.
I BRICS potrebbero dire qualcosa di diverso: non accettiamo che il mondo debba essere organizzato in blocchi.
È una differenza sostanziale.
L'India, per esempio, può essere contemporaneamente membro dei BRICS, del Quad con Stati Uniti, Giappone e Australia, partner strategico della Russia e protagonista della cooperazione con l'Europa. Non si tratta necessariamente di incoerenza: è una politica estera basata sulla possibilità di appartenere contemporaneamente a più circuiti di cooperazione. Potremmo chiamarla "multi-allineamento".
Se questa impostazione si affermasse, i BRICS non sarebbero il nuovo NAM e nemmeno un nuovo Patto di Varsavia. Sarebbero qualcosa di molto più fluido: una delle piattaforme attraverso cui le potenze emergenti cercano di aumentare il proprio margine di autonomia in un sistema internazionale sempre più multipolare.
La lezione più importante del passato
La storia del NAM suggerisce dunque una conclusione meno semplice di quella secondo cui "il non allineamento fallì".
Il movimento non fallì perché i suoi membri erano troppo diversi. La sua difficoltà nacque, almeno in parte, dal tentativo di trasformare quella diversità in una posizione politica comune proprio mentre le crisi internazionali rendevano sempre più difficile mantenerla. I BRICS hanno davanti a sé una scelta analoga.
Possono cercare di diventare un nuovo polo geopolitico, con una visione comune dell'ordine internazionale, una crescente contrapposizione all'Occidente e una politica estera sempre più coordinata. Oppure possono accettare di essere una coalizione imperfetta di interessi convergenti: Stati che non condividono necessariamente la stessa visione del mondo, ma che riconoscono di avere interesse a ridistribuire il potere economico e politico internazionale.
La seconda strada è meno spettacolare, ma potrebbe essere proprio quella che consentirà loro di durare.
Il vero insegnamento del NAM, insomma, non è che l'eterogeneità conduce inevitabilmente al fallimento. È quasi il contrario.
È che un'organizzazione internazionale composta da Paesi diversi può essere efficace soltanto quando non pretende di essere più unita di quanto realmente sia.
Per i BRICS questa potrebbe essere la condizione della loro sopravvivenza: non cercare di diventare un nuovo blocco, ma diventare una piattaforma nella quale Paesi diversi possano coordinarsi là dove i loro interessi coincidono e mantenere la libertà di divergere là dove non coincidono.
Il futuro dei BRICS dipenderà quindi meno dalla loro capacità di produrre una nuova ideologia e più dalla loro capacità di costruire istituzioni, interessi e strumenti concreti di cooperazione.
È una lezione che il vecchio Movimento dei Non Allineati aveva intuito, ma che non sempre riuscì a tradurre in pratica. E potrebbe essere proprio questa la differenza tra una nuova stagione del Sud globale e una semplice ripetizione, in forme diverse, della storia del NAM.
Ho volutamente lasciato la tesi argomentativa ma non deterministica: non “i BRICS falliranno come il NAM”, bensì “il NAM mostra quali meccanismi potrebbero portarli a indebolirsi, e quindi quali errori dovrebbero evitare”.