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Nucleare: risposte alle bugie più frequenti

di
Andrea Zennaro
Andrea Zennaro

Fotografo militante e artista di strada, è iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2021. Scrive per passione su temi come l'ecologia, il femminismo, le lotte contro il capitalismo e il colonialismo.

13 giugno 2026

La nuova propaganda sull'energia nucleare smontata pezzo per pezzo

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Il nucleare è decarbonizzato

La quantità di anidride carbonica emessa nell’atmosfera dai reattori nucleari è certamente irrisoria rispetto a quella prodotta dai combustibili fossili, questo è vero, ma ciò non significa che tale fonte non sia comunque inquinante e dannosa.

Il nucleare produce scorie radioattive che non siamo in grado di smaltire. Sotterrarle comporterebbe evidenti rischi per l’agricoltura e per gli ecosistemi sotterranei; c’è chi propone di gettarle in mare isolandole in blocchi di cemento armato (che però si corrode con l’acqua, soprattutto quella salata). Chi parteggia per il nucleare sostiene che le scorie prodotte ogni anno siano “poche” (quante di preciso non è chiaro perché le stime sono variabili): ciò è vero sul breve termine, ma questo discorso non può reggere sul lungo periodo in un mondo nuclearizzato.

Inoltre, una centrale che produrrà energia nucleare richiede un’enorme quantità di energia di origine fossile per essere costruita.

Il nucleare è sicuro

Poche bugie sono più grandi di questa.
L’incidente nucleare più famoso è quello di Chernobyl del 1986. Le stime non sono unanimi sul numero delle vittime (l’ex Unione Sovietica, l’Unione Europea, l’ONU, l’OMS e Greenpeace riportano cifre contrastanti), ma nessuna fonte autorevole nega la portata dell’incidente in termini non solo di vite umane e malattie ma anche di danni ecologici ed economici: l’Ucraina è sempre stata “il granaio d’Europa”, ma per anni è stato evitato di comprare grano e prodotti agricoli ucraini a causa della contaminazione radioattiva del terreno.

Se Chernobyl ha visto una fuga di radioattività causata da un errore umano e dagli scarsi investimenti sovietici sulla sicurezza industriale, ciò non vale per l’incidente di Fukushima del 2011, che ha avuto origine da un terremoto e da un conseguente tsunami che ha colpito il reattore della centrale. Al momento della costruzione della centrale, si sapeva che il Giappone fosse sismico, ma non ci si aspettava un maremoto di tale portata: è stato l’incidente a portare alla luce un aspetto pericoloso che era stato sottovalutato da tutti gli “esperti”. Per capire la portata della dispersione di radioattività nell’aria e nell’acqua, il governo giapponese, subito dopo l’incidente di Fukushima, era pronto, a seconda della direzione del vento, a evacuare l’intera città di Tokyo (con oltre 37 milioni di abitanti), situata a 238 chilometri dal luogo dell’incidente.

Un episodio meno noto è quello di Three Miles Island (in Pennsylvania) del 1979, dove il surriscaldamento di un reattore ha causato una fuga di gas radioattivo che il vento ha disperso nelle zone circostanti contaminando terreni agricoli e falde acquifere. I fautori del nucleare sminuiscono questo episodio in quanto non avrebbe causato vittime: tale stima è disonesta in quanto tiene conto soltanto delle vittime al momento dell’incidente, che effettivamente non ci sono state, ma non dell’aumento dei tumori tra gli abitanti della zona degli anni immediatamente successivi. Anche nel caso di Fukushima, chi sostiene il nucleare attribuisce le vittime soltanto al terremoto e maremoto in maniera da sminuire la portata dell’incidente nucleare, ma non tiene conto dell’aumento dei tumori nella zona.

A questi incidenti gravi si aggiungono quelli “minori”, come quello avvenuto a Tricastin (nel Sud della Francia) nel 2008, quando del materiale radioattivo è stato gettato per errore nel fiume Gaffière: i danni sono stati limitati se guardiamo solo i danni immediati (non ci sono state vittime sul momento), eppure è stato vietato alla popolazione di pescare, di avvicinarsi all’acqua e di bere acqua corrente delle case, normalmente potabile, oltre che di usarla per l’irrigazione perché non è stato possibile valutare il rischio di contaminazione.

Alcune centrali, come quella di Gravelines (nel Nord della Francia), sono soggette a frequenti mareggiate e inondazioni causate dal riscaldamento climatico che sta facendo alzare il livello del mare, aumentando i rischi di incidenti più o meno gravi e la dispersione di radioattività attraverso le correnti marine.

La Francia sta prolungando l’uso di reattori che oggi dovrebbero essere già stati dismessi in quanto erano stati progettati per durare quarant’anni e invece alcuni operano dagli anni Settanta, il che aumenta il rischio di malfunzionamento degli stessi e di relativi incidenti.

Se il caso giapponese dimostra la pericolosità di installare una centrale nucleare in una zona sismica e vulcanica (come è l’Italia), l’attuale guerra in Ucraina mostra anche un altro pericolo: una centrale nucleare può essere occupata come minaccia in caso di guerra - è il caso della centrale ucraina di Zaporizhzhia, conquistata dalle forze armate russe - o può essere bombardata, il che renderebbe inefficace qualsiasi costruzione antisismica.   
Dunque, un nucleare sicuro al 100% non esiste.

I referendum italiani sono stati falsati dalla paura

Questa argomentazione è grave e inaccettabile. In Italia la volontà popolare sia è già espressa due volte (nel 1987 e nel 2011) in maniera chiara e non la si può delegittimare quando non fa comodo a chi governa.
La democrazia presenta il rischio intrinseco che la popolazione si esprima “di pancia”; l’alternativa sarebbe un platonico “autoritarismo degli scienziati” simile a quello sperimentato nel 2020 e 2021 (quando i governi hanno fatto finta di non vedere che la comunità scientifica non era affatto unanime e comparivano in televisione soltanto le voci filogovernative, come accade oggi nelle facoltà universitarie pro-nucleare).
Dato che si parla di una fonte energetica che presenta rischi variabili ma oggettivi, la paura fa parte dei criteri legittimi per scegliere di rifiutare tale fonte.

Il nucleare dà l’indipendenza

Questa frase è uno dei principali cavalli di battaglia dei governi, in particolare quello francese. Ma non è vera. La Francia, che ha una percentuale molto elevata di energia nucleare, è uno dei Paesi europei che usa meno gas, di provenienza principalmente russa. Così Parigi può sostenere di non star dipendendo dalle fonti russe. Ma anche l’uranio, che l’azienda EDF (colosso del nucleare francese) usa per nutrire le centrali nucleari, proviene dalla Russia, in particolare dall’azienda russa Rosatom - che partecipa attivamente alla guerra in Ucraina e all’occupazione militare di alcune centrali nucleari ucraine - e dal Kazakistan, anch’esso filorusso. Una recente azione di Greenpeace Francia volta a disturbare un incontro dei vertici di EDF portava l’attenzione proprio sul fatto che una parte dei soldi che Mosca investe per l’attuale guerra in Ucraina viene dai profitti di Rosatom, fatti appunto vendendo uranio alla Francia.

La presenza di uranio in Paesi africani come il Mali e il Niger fa sì che la Francia mantenga il controllo commerciale e militare sulle sue ex colonie in nome della propria indipendenza energetica.
La Russia non è l’unico Paese a disporre di uranio. La Gran Bretagna, ad esempio, lo acquista dall’Australia, ex colonia britannica tutt’ora membro del Commonwealth.

Resta il fatto che, dal momento che l’uranio non è ovunque, un mondo nuclearizzato comporterebbe la dipendenza energetica e politica di un Paese da un altro, esattamente come accade con il petrolio.
Tra quanto arriveremo a fare guerre per l’uranio simili a quelle per il petrolio? L’attuale aggressione statunitense all’Iran sta già spianando la strada a tale dinamica.

Nucleare civile e militare non sono collegati

Oltre al fatto che è bene diffidare di una tecnologia con un forte risvolto bellico, è difficile sostenere che i due usi siano separati quando, nei Paesi che dispongono di impianti civili e armi nucleari, a controllarli è la stessa ditta. La francese EDF, detenendo la gestione dell’uranio, collabora sia con il ministero della (cosiddetta) transizione ecologica che con quello dell’esercito; la russa Rosatom si occupa tanto di illuminare le città quanto di fornire armi all’esercito, partecipa attivamente all’occupazione dei siti nucleari ucraini e fornisce uranio all’Iran, usato per scopi sia civili sia militari.

Il secolo scorso il nucleare statunitense era stato in un primo momento studiato e progettato per uso civile, ma è poi stato usato per commettere due gravissimi crimini di guerra - tutt’ora impuniti - contro il Giappone. Ci possiamo ancora fidare dell’uso che un mondo sempre più militarista farebbe di uno strumento così potente?

In Italia il nucleare fa gola non soltanto a ditte come ENEL, ENI e Ansaldo, legate all’energia, ma anche a Leonardo che, tra le varie cose, produce armi (e le invia a Israele). Siccome la gestione del nucleare è affidata a governi e aziende tutt’altro che pulite, chi ci garantisce che un nucleare civile non abbia ben presto anche un risvolto bellico?

Il nucleare è economicamente conveniente

Il nucleare è la più costosa delle tecnologie energetiche. Costruire una centrale costa tra i 4 e gli 8 miliardi di euro (a seconda delle sue dimensioni) e richiede tra i 5 e i 17 anni per una durata di quarant’anni di attività energetica (più la si prolunga più aumentano i rischi), il tutto senza contare i costi di manutenzione, l’acquisto dell’uranio e gli stipendi di chi ci lavora.

La più bassa di queste stime corrisponde a quasi un milione di posti letto in ospedale o alla messa in sicurezza di decine di migliaia di edifici scolastici. Chi sostiene il nucleare, cosa è disposto a tagliare per realizzarlo?

Con i costi di apertura di una centrale nucleare si possono installare quarantamila pannelli solari, batterie riciclabili incluse, o circa quattromila pale eoliche della massima potenza (molte di più se si scelgono quelle più piccole) o circa mille impianti idroelettrici.
Queste sono le stime ufficiali, ma è assai probabile che i costi dei cantieri italiani aumentino a dismisura fra burocrazia, subappalti e infiltrazioni mafiose.

L’uranio è una fonte è rinnovabile

Ciò è del tutto falso. Oggi l’uranio abbonda (anche perché sono pochi i Paesi che lo usano) e possiamo non porci il problema, ma questo non vuol dire che sia eterno. Sul breve termine l’uranio disponibile è certamente più del petrolio, ma a lungo andare anche l’uranio finirà e rimarremo con delle centrali ormai inutili ma che non potranno essere smantellate.

Le uniche fonti “eterne” (o almeno che si estingueranno più tardi dell’umanità) sono il sole, il vento, l’acqua e il calore della terra. E sono anche le meno pericolose.

Non ci sono alternative al nucleare perché le fonti rinnovabili sono insufficienti o problematiche

Pensare che un singolo pannello solare installato su ogni palazzo possa essere risolutivo è un’ingenuità. Quando si parla di fonti rinnovabili ci si riferisce a una miscela di tutte queste. Non esiste un punto sul pianeta che non disponga né di sole né di venti né di correnti acquatiche fluviali o marine né di geotermia.
È vero che anche le fonti rinnovabili presentano dei limiti, ma sono superabili.

I pannelli solari permettono di sfruttare la più grande risorsa di cui la Terra dispone, che altrimenti andrebbe sprecata. Se la Svezia (che si trova in parte a Nord del Circolo Polare Artico) usa energia solare per rispondere al 50% del proprio fabbisogno, quanta ne potrebbero produrre Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia o il Nord Africa? La Spagna sta chiudendo gradualmente le centrali nucleari man mano che aumenta la produzione di energia solare.

Mentre l’energia nucleare in eccesso viene sprecata (per questo la Francia è costretta a vendere il suo surplus di produzione energetica), quella solare può essere conservata in batterie e usata anche quando non c’è il sole (di notte o d’inverno). È vero che i pannelli vanno periodicamente cambiati e smaltiti e le loro batterie richiedono materiali, come il litio, che si trova sotto terra e quindi prevedono la costruzione di miniere che (per motivi coloniali e non geologici) vengono scavate soprattutto in Africa. Scavare miniere in Europa è più costoso perché sono riconosciuti più diritti e salari più alti a chi lavora, ma per migliorare le condizioni di lavoro del terzo mondo bisogna eliminare il capitalismo e non i pannelli solari. È così problematico smaltire pezzi di pannelli solari, dopo che per decenni abbiamo smaltito polveri di carbone ed emesso tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera? Davvero è peggio smaltire batterie (che almeno sulla carta sono riciclabili al 95%) che materiale radioattivo? In Danimarca sono già state inventate (ma sono poco diffuse a causa degli interessi di chi detiene il mercato globale dell’energia) delle batterie eternamente riciclabili, il che rende minimo il bisogno di estrarre minerali dal sottosuolo; inoltre, esistono batterie senza litio. Un pannellino solare rudimentale si può costruire con materiali di scarto come una lente e un filo di rame.

Associazioni come la LPO francese (equivalente della LIPU italiana) contestano l’installazione di pale eoliche in quanto queste sono situate sulle rotte migratorie degli uccelli causando spesso incidenti e morte di animali. Ma è sufficiente studiare tali rotte e mettere altrove i dispositivi energetici. Una pala eolica richiede una piattaforma di cemento su cui poggiarsi, il che avrebbe un impatto ambientale, ma certamente minore rispetto alla costruzione di una centrale nucleare o all’uso delle fonti fossili.

L’energia idroelettrica è abbondantissima in quasi tutte le regioni del pianeta (tranne nelle zone desertiche). Se usata male e nei punti sbagliati può dare luogo a incidenti come quello del Vajont (che era stato previsto da varie persone, di cui la più nota è la giornalista Tina Merlin, querelata per procurato allarme e poi assolta, il che dimostra la responsabilità dell’incidente va attribuita alla volontà politica del governo e non all’acqua o alla montagna), ma di per sé è un’ottima fonte. L’idroelettrico ha alimentato i mulini ad acqua prima della diffusione dell’elettricità; inoltre, l’Italia dispone di un enorme bacino idrico non sfruttato e di numerose ex centrali idroelettriche oggi dismesse e abbandonate che è sufficiente riaprire senza dover disboscare per costruirne di nuove.

L’energia rinnovabile più efficiente è quella geotermica, che può prodotta usata ovunque, all’infinito e senza rischi né emissioni di CO2 né costi per acquistare combustibili. L’Islanda, ad esempio, che quasi non vede il sole (pur disponendo di abbondante acqua e vento), vive soprattutto di geotermia. Una centrale geotermica non richiede grandi costruzioni: è sufficiente riconvertire una ex centrale a carbone o a gas, che quasi tutti i Paesi continuano ad usare nonostante sia evidente l’urgenza di abbandonare immediatamente le fonti fossili.

Mischiare le energie rinnovabili crea un’energie pulita e permette l’autosufficienza o il mutuo scambio (ci sono Paesi che hanno tanto sole e altri che hanno tanta acqua o tanto vento, ma non esiste una zona senza risorse). Ma ciò richiede di investire sulla ricerca scientifica: è la prospettiva del nucleare, insieme agli interessi ad essa relativi, che frena la ricerca sulle soluzioni rinnovabili. La lentezza delle rinnovabili è solo una questione normativa dovuta al fatto che i governi stanno investendo ancora sui combustibili fossili e che il nucleare sta monopolizzando la ricerca. Rimane il problema della volontà politica. La Francia, ad esempio, potrebbe essere autosufficiente usando il solare al Sud, l’eolico in Bretagna, Provenza e in tutto il Nord e sfruttare il proprio bacino idrico (4 fiumi grandi, più tutti quelli minori), ma questo comporterebbe intaccare gli interessi di pilastri come Total per il petrolio e EDF per il nucleare; lo stesso si può dire per l’Italia, che dispone di evidenti enormi ricchezze naturali (solari e idriche), ma per usarle dovrebbe prima liberarsi del fardello di ENI, che detta l’agenda governativa incentrando gli investimenti ancora sul fossile.

La fusione nucleare è la soluzione del futuro

Sono trent’anni che se ne parla e ancora non c’è nulla di concreto, anche se i governi parlano di quest’ipotesi come se l’avessero già in mano. E, anche se, per assurdo, questa tecnologia fosse disponibile a partire da domani, richiederebbe circa altri trent’anni per andare a regime. Nel frattempo, l’abbandono dei combustibili fossili è più che mai un’urgenza immediata e le tecnologie rinnovabili sono già pronte. Quindi, il nucleare non facilita l’uscita dai fossili mentre le rinnovabili sì.

Che cos’è un conflitto di interessi?

A proposito di volontà politica, quando si parla con una fonte di parte - ogni fonte è di parte, non esiste un’informazione neutrale né apolitica - bisogna che sia chiaro con chi ci si sta confrontando. Una persona che ci parla di un prodotto ed è pagata per parlare di quel prodotto (che si tratti di un vaccino, una fonte energetica o qualunque altra cosa), non sta portando avanti un’opinione né tantomeno una verità bensì un interesse. Chi rappresenta un interesse senza dichiararlo commette un atto disonesto nella comunicazione e dà origine a un conflitto di interessi fra pubblico e privato. Se un governo (rappresentante del settore pubblico) è il principale azionista di un’azienda privata (come il governo italiano per ENI o quello francese per Total e EDF), c’è un conflitto di interessi. Se l’università pubblica è finanziata da un’industria privata o da un governo liberista, la ricerca universitaria è espressione di un conflitto di interessi. È eloquente il fatto che oggi molte università abbiano sul nucleare posizioni quasi identiche alla propaganda dei governi e delle aziende che le finanziano.

L’ostilità verso il nucleare è ideologica

Questa argomentazione è molto interessante.
Possiamo chiamarla “ideologia”, “volontà politica” o semplicemente strada che intendiamo percorrere, ma non possiamo non chiederci anche direzione vogliamo che vada il mondo. Essere pro o contro il nucleare sono entrambe posizioni che rischiano di essere tacciate di essere interessate in un caso o ideologiche nell’altro.

Mentre il nucleare ci spinge verso l’ennesima industria pesante su larga scala, peraltro con evidenti e pericolosi risvolti anche sul piano militare, le fonti rinnovabili possono portare verso il microconsumo e la deindustrializzazione.

Il concetto di sviluppo è nato durante l’Illuminismo quando si credeva che le risorse terrestri fossero illimitate; oggi è chiaro che non è così, parlare di “sviluppo sostenibile” è una contraddizione in termini. Abbiamo davvero bisogno di tenere accese le insegne dei negozi di notte, di far viaggiare treni quasi vuoti, di far volare folkloristici aerei militari per le feste nazionali, di andare in aereo da una regione all’altra dello stesso Paese, di prendere l’automobile per pochi chilometri, di usare condizionatori, eccetera? La premessa indispensabile per parlare di energia è che dobbiamo ridurre i consumi in maniera drastica e rapida. Durante l’azione di Greenpeace a Parigi contro il vertice di EDF, quando un giornalista hanno chiesto alle attiviste quale fosse l’alternativa al nucleare, prima ancora di parlare di fonti rinnovabili, la risposta è stata «la sobrietà».

Se è vero che l’ostilità al nucleare è ideologica, l’ideologia in questione è quella che il filosofo ed economista Serge Latouche chiama «decrescita felice» e che la politologa Fatima Ouassak chiama «ecologia pirata». Il rifiuto del nucleare fa parte dell’ideologia di chi ha capito che il capitalismo energetico ci sta portando al collasso climatico e sociale: l’ideologia antinucleare è la decrescita.