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Oceani consumati

di
Andrea Zennaro
Andrea Zennaro

Fotografo militante e artista di strada, è iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2021. Scrive per passione su temi come l'ecologia, il femminismo, le lotte contro il capitalismo e il colonialismo.

4 giugno 2026

Isole di plastica, petrolio e pesca intensiva: perché facciamo la guerra al mare?

tartaruga oceano plastica.jpg Mari e oceani costituiscono oltre il 70% della superficie terrestre, contribuendo anche all’ossigenazione dell’atmosfera e ospitando un ecosistema enorme e complesso. Oggi tutto ciò è gravemente minacciato e danneggiato dalle attività industriali umane.

Plastica in mare: un’emergenza mondiale

Il danno più evidente arrecato al mare è lo scarico di plastica monouso. Come denuncia Greenpeace:

“Ogni minuto l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani, provocando la morte di tartarughe, uccelli, pesci, balene e delfini, fino ad arrivare nei nostri piatti! […] Sono oltre 700 […] le specie a rischio: scambiano la plastica per cibo e muoiono per indigestione o soffocamento”.

Secondo varie statistiche, 12 milioni di tonnellate di plastica non riciclata vengono gettati in mare ogni anno o vi arrivano attraverso i fiumi e i canali.

La questione è ormai un’emergenza mondiale. Oggi l’Oceano Pacifico ospita un’isola di plastica - detta “il settimo continente” e situata tra il Giappone e gli Stati Uniti - grande circa 10 milioni di chilometri quadrati (ovvero oltre sei volte la Francia, più di tutte la Penisola Iberica e dell’intero Canada); altre discariche galleggianti, assemblate dalle onde e dalle correnti marine, sono nate spontaneamente nell’Oceano Indiano, nell’Atlantico e persino nel Mediterraneo.

Anni fa, lavorando con Greenpeace, dicevo:

“Sono nato sulla Luna e quando dalla Luna guardavo la Terra, la chiamavo “il pianeta azzurro” per tutta l’acqua presente sul pianeta; oggi, i lunari la chiamano “il pianeta bianco e rosso” per le bottiglie di Coca-Cola che riempiono gli oceani!”.

Chi è andato a perlustrare queste isole non ha fatto fatica a identificare gli autori del disastro: la maggior parte dei rifiuti che le onde hanno compattato sono firmate Coca-Cola, Nestlé, Pepsi, Ferrero e Unilever.
A questo punto si pone la questione della responsabilità, individuale o collettiva. Dato che sono noti i nomi dei responsabili, chiunque vada a fare la spesa porta sempre con sé un’arma non indifferente: il boicottaggio. Ma come si fa a limitarsi a dire che ogni persona dovrebbe essere responsabile di come usa e dove getta la bottiglietta o il sacchetto che ha acquistato, quando le grandi imprese che gestiscono il mercato mondiale non fanno nulla per cambiare la produzione? È difficile per chi fa la spesa evitare di comprare cereali o verdure rivestite di pellicola di plastica, imballate in altra plastica e trasportate con sacchetti di plastica. Le alternative non solo alla plastica quanto in generale al concetto di “monouso” sono già abbondantemente presenti e disponibili: bottiglie in vetro (riutilizzabili all’infinito), lattine metalliche (facilmente riciclabili) e plastica dura (non eterna ma nemmeno “usa e getta”). Ma le imprese legate al petrolio non ascoltano. Solo per quanto riguarda la Coca-Cola, le bottiglie non riciclabili che finiscono in mare sono circa 110 miliardi all’anno; nonostante la disponibilità di alternative, l’azienda non vuole saperne di abbandonare questo materiale, il cui uso rischia anzi di raddoppiare da qui al 2050: lo squalo bianco e rosso non ha voluto ascoltare nemmeno la richiesta (irrisoria) di Greenpeace di diminuire la produzione di plastica monouso del 30% entro il 2030.

Denuncia la sezione francese del WWF:

“Negli ultimi vent’anni, abbiamo prodotto tanta plastica quanto in tutta la nostra Storia. Oggi, l’umanità è minacciata dal mostro che lei stessa ha creato. Come nel racconto di Frankenstein; salvo che adesso non si tratta di fantasia. Il mostro, stavolta, è reale. Si nasconde nelle nostre bottiglie, nei nostri vestiti, nei nostri edifici, in quasi tutti gli oggetti che utilizziamo”.

Quando si parla di plastica non ci si riferisce solo alle bottiglie di bibite (Coca-Cola, Nestlé e Pepsi) o di detersivi (Unilever) o agli involucri dei dolciumi (Nestlé e Ferrero).

La diffusione di microplastiche nell’ecosistema marino avviene anche attraverso oggetti di uso quotidiano: un’esposizione permanente della Cité de la Science et de l’Industrie, situata presso La Villette di Parigi, invita a fare attenzione a oggetti come gli spazzolini da denti e le spugne usate per lavare i piatti (la parte ruvida man mano che viene usata perde microplastiche che, attraverso il tubo del lavandino, finiscono nei fiumi e poi nei mari) o bicchieri, piatti e stoviglie in cosiddetta “plastica compostabile”, che altro non è che cartone plastificato (altrimenti il tè e il caffè scioglierebbero il contenitore e ci colerebbero sui piedi), il quale, se gettato nell’organico, disperde frammenti plastici che finiscono nel mare o nella terra e poi nel piatto attraverso pesce e sale o verdure e ortaggi. Bisogna evitare non solo le bottiglie usa e getta, ma anche gli imballaggi e i sacchetti (anche quelli venduti come biodegradabili contengono microplastiche, senza contare l’impatto sugli ecosistemi vegetali da cui viene gran parte del materiale usato per produrli).

Oggi una persona che consuma cibo di origine marina mangia circa l’equivalente di un bancomat a settimana sotto forma di microplastiche, contenute in particolare nel pesce. Una persona vegana non è esente dal consumo di microplastiche, poiché queste sono contenute anche in gran parte del sale estratto dal mare. Le microplastiche possono causare tossicità a livello cellulare, contribuendo al malfunzionamento degli organi e aumentando il rischio di tumori e malformazioni congenite.

Il mare e il petrolio (usato anche per produrre plastica)

Un altro nemico del mare è strettamente collegato all’origine della plastica: il petrolio. Si stima che nel 2050 un barile di petrolio su cinque sarà usato per produrre plastica.

I danni causati da quest’ultimo non si limitano ai casi di petroliere che si rompono in mare a causa della mancata manutenzione da parte delle ditte trasportatrici facendo strage di pesci e uccelli a largo e sulle coste (la scogliera della Galizia, per esempio, è ancora piena di macchie nere dopo il disastro della petroliera Prestige, che nel 2002 ha subito una falla nello scafo durante una tempesta, è rimasta alla deriva per giorni e poi si è spezzata in due prima di affondare). I danni maggiori sono provocati dalla trivellazione dei fondali marini per l’estrazione petrolifera. Oltre ai danni geologici che il fondale subisce e ai terremoti sottomarini che ne derivano, le trivelle lasciano fuoriuscire petrolio che si disperde in mare, contribuendo allo sterminio degli esseri che vi abitano.

Attualmente, Eni sta effettuando delle trivellazioni sui fondali tirrenici vicino alle Isole Eolie, noncurante del fatto che una zona in prossimità di tre vulcani presenta un elevato rischio sismico. Nel 2016, in occasione del referendum che avrebbe potuto impedire l’autorizzazione di nuove trivellazioni, le attiviste e gli attivisti di Greenpeace hanno svolto un’azione dimostrativa sulle piattaforme petrolifere di Eni a largo della costa siciliana nei pressi di Licata. Nel 2021, grazie alle pressioni della medesima organizzazione, il governo olandese ha formalmente ordinato a Shell di ritirare il 45% delle trivelle situate a Nord del Circolo Polare Artico (senza però assicurarsi che l’ingiunzione fosse realmente applicata). Se nel Mediterraneo i danni a flora e fauna marine possono sembrare minori perché l’ecosistema è meno variegato che altrove, lo stesso non si può dire per gli oceani. Un chiaro esempio è dato dalla distruzione della barriera corallina amazzonica a opera della compagnia francese Total a largo del Brasile: se il caso ha dato vita a una campagna congiunta di Greenpeace Francia e Brasile, ha però creato anche un conflitto di competenze tra il governo di destra francese e quello di sinistra brasiliano in quanto la barriera corallina in questione si trova tra il Brasile e la Guyane francese.

La cosa più eclatante è che tutto questo scempio è essenzialmente inutile: come per le bottiglie monouso, anche al petrolio già conosciamo le alternative (energie rinnovabili e mobilità sostenibile, produzione riciclabile e disarmo internazionale). Sono proprio gli interessi delle compagnie petrolifere a ostacolare l’abbandono della plastica monouso.

Questo simpatico video di Greenpeace mostra il ciclo della plastica, i danni che essa causa e le possibili alternative.

La pesca intensiva e la falsa soluzione dell’acquacoltura

L’altro elemento che minaccia gravemente l’ecosistema acquatico è la pesca intensiva. A causa di vari fattori, come il riscaldamento climatico, l’acidificazione delle acque causata dagli scarichi delle industrie e degli allevamenti intensivi e la pesca industriale, oggi il 60% dei pesci è già estinto e il 90% di queste estinzioni è avvenuto negli ultimi sessant’anni. Stando alle statistiche dell’ONU, entro il 2050 le specie marine potrebbero essere del tutto scomparse, se non cambiamo immediatamente produzione e consumi.

Il metodo di pesca industriale più usato e più dannoso è quello detto “a strascico”, ovvero effettuata con enormi reti da pesca che, oltre a danneggiare il fondale marino (quando l’acqua non è profonda), raccolgono molto più del pesce commestibile e vendibile sul mercato (per esempio, in un peschereccio che pesca gamberi, una quantità che oscilla tra l’80% e il 90% del pescato è in eccesso e viene quindi rigettata in mare dopo essere stata uccisa di fatto per niente). Così facendo, il danno apportato alla biodiversità marina è enorme.

pesca squalo greenpeace.jpg

A causa della pesca, anche il 30% delle specie di squali rischia l’estinzione. Di questi animali, la pinna superiore è usata per la famosa zuppa cinese (che però miete vittime anche mediterranee) e il fegato è usato in cosmetica. La pesca dello squalo è particolarmente cruenta: per prendere la pinna da mettere in brodo, si cattura la preda e la si rigetta in acqua mutilata, ancora viva ma incapace di sopravvivere e destinata a morire di stenti. Molti squali, come tantissime altre specie marine, sono anche vittime “collaterali” delle reti delle tonnare, pescherecci che teoricamente pescano tonno, ma in realtà, usando il metodo del “trascinamento” (pesca a strascico sul fondale marino) con le loro reti raccolgono tutto ciò che trovano.

Nonostante alcune specie (come il pesce spada e il tonno rosso del Mediterraneo) siano protette, l’Unione Europea ha autorizzato la pesca in quantità tripla rispetto a quanto suggerito dalla comunità scientifica e poi chiuso un occhio sul fatto che attualmente venga pescato il doppio della quantità consentita.

Si può pensare che il pesce da allevamento costituisca forse una valida alternativa a quello pescato? Ebbene no: quasi metà del consumo ittico umano viene da allevamenti, ma i pesci allevati si nutrono di pesce pescato (per esempio, per produrre un chilo di salmone d’allevamento occorrono cinque chili di pesce “selvatico”, il che non aumenta la quantità di pesci disponibili ma solo il prezzo di ognuno), quindi allevare pesce richiede di aumentare anziché di diminuire lo sfruttamento marino.

Sappiamo già che mangiare animali non è una necessità umana. L’alternativa allo svuotamento dei mari è dunque una dieta vegana o estremamente selettiva per non contribuire a distruggere il pianeta.

La caccia alle balene e la “guerra al mare”

È impressa nella memoria collettiva la campagna che rese famosa Greenpeace nel mondo, quella contro la caccia alla balena. Si parla di caccia e non di pesca poiché tutto ciò avviene con un’enorme industria galleggiate - detta “baleniera” - che trasforma immediatamente un animale in carne e grasso e perché la vittima non è un pesce bensì un mammifero pacifico e con una struttura sociale altamente sviluppata (le balene hanno forme di comunicazione evolute e strutture sociali complesse che presentano sorprendenti analogie con quelle dei primati e degli esseri umani). Spesso, le baleniere attaccano la balena femmina con i cuccioli affinché il maschio intervenga a loro difesa e così sia colpito l’intero nucleo familiare. La crudeltà di questa caccia è tale che il Giappone ne ha vietato la diffusione di immagini. Tutto ciò non ha niente a che fare con i bisogni alimentari umani. Leggendo fra le righe, quello che l’umanità sta applicando nel mare è una vera e propria guerra di sterminio di massa con mezzi industriali.

Dopo anni di rischiose ed eclatanti azioni dirette, sempre all’insegna della nonviolenza, in cui Bob Hunter (fondatore di Greenpeace) a mani alzate si metteva con il gommone tra i mammiferi marini e le baleniere per impedire ai cacciatori di sparare con gli arpioni, l’associazione ecologista riuscì ad ottenere una moratoria internazionale, varata nel 1982 e ratificata nel 1986, che rese illegale la caccia delle balene a scopo commerciale. I principali Paesi cacciatori di balene erano Norvegia, Islanda, Cile e Giappone; quest’ultimo ha ripetutamente violato la moratoria con la menzogna di praticare una caccia con finalità scientifiche anziché commerciali. L’intelligenza e la bontà di questi animali sono testimoniate nel romanzo del cileno Luis Sepúlveda Il mondo alla fine del mondo, in cui a dar loro la caccia è una nave “fantasma”, ovvero non registrata in nessun porto proprio per aggirare il divieto.

La nave rompighiaccio Artic Sunrise di Greenpeace, che ho avuto modo di visitare lo scorso anno nel porto di Pozzuoli (dove si preparava ad andare a monitorare le trivelle di Eni in azione nel Sud del Mar Tirreno), è dotata di un idrofono atto ad ascoltare e registrare le vocalizzazioni emesse dai cetacei, i quali sanno capire e comunicare l’avvicinarsi di un pericolo (di solito umano).

Oggi la principale associazione antispecista e che difende gli animali marini è Sea Shepherd, il cui fondatore Paul Watson (cofondatore di Greenpeace ma uscitone in quanto in disaccordo sul tema della nonviolenza) è stato di recente incarcerato in Groenlandia su richiesta giapponese per aver fisicamente impedito la “guerra al mare” illegale (a volte Sea Shepherd agisce anche affondando baleniere pirata, ma non era questo il caso al momento dell’arresto arbitrario del capitano Watson, poi rilasciato su pressioni internazionali).

Greenpeace, accusata da molte voci di non essere abbastanza radicale in quanto usa solo la nonviolenza, i compromessi con le aziende e i governi e al massimo i boicottaggi, riesce a far varare dalle leggi internazionali, che però spesso non vengono rispettate; al contrario Sea Shepherd, accusata dai più moderati di essere troppo violenta e di non poter vantare vittorie formali, riesce però con la forza a far rispettare le norme in questione “disarmando” chi vorrebbe infrangerle.

Industria, centrali nucleari e altre amenità

Ulteriori danni all’ecosistema marino sono causati dagli scarichi delle industrie e degli allevamenti intensivi e dalle acque usate nelle centrali nucleari.

Nel 2011, l’acqua usata per raffreddare il reattore di Fukushima in seguito all’esplosione è stata gettata in mare, contaminando il Mar della Cina e l’Oceano Pacifico (il caso ha dato vita anche a uno scontro diplomatico tra Cina e Giappone). In Francia, dove il governo continua a farneticare di un fantomatico "nucleare a rischio zero", abbiamo due esempi di gestione pericolosa dell’acqua usata per raffreddare i reattori (un reattore nucleare non raffreddato può esplodere): la centrale di Arles (in Provenza) è raffreddata con acqua presa dal fiume Rodano e rigettata nello stesso, con il rischio di contaminare il Mediterraneo dove il fiume sfocia; la centrale di Gravelines (nella regione Hauts-de-France) è situata talmente vicino alla costa che l’alzarsi del livello del mare dovuto al riscaldamento climatico la sta esponendo a frequenti mareggiate che aumentano la probabilità di incidenti o di dispersione di radioattività attraverso le onde e le correnti.

Senza bisogno di incidenti gravi, la fauna e la flora della costa della Bretagna (regione francese atlantica dove si concentra il maggior numero di allevamenti intensivi) sono già contaminate dagli scarichi industriali che contengono escrementi animali e sono vettori delle infezioni che si diffondono negli allevamenti.
Un esempio italiano di danno causato al mare dall’industria, stavolta quella chimica, è l’impatto che la Solvay (la fabbrica di soda a Rosignano, nei pressi di Livorno) ha avuto sul Mar Tirreno, in particolare l’estinzione delle poseidonie, piante costiere che frenano l’erosione delle spiagge da parte delle onde, fenomeno che è destinato ad aumentare con il riscaldamento climatico e l’innalzamento del livello del mare. Tutto ciò è egregiamente raccontato da tre musiciste locali note come De Soda Sister nel brano La ballata della soda.

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Come difendere gli oceani?

La conferenza internazionale sugli oceani che si è tenuta a Nizza a giugno 2025 si è conclusa con un nulla di fatto, dato che non è stato raggiunto nessun impegno formale e che non si può dare credito alle vaghe parole del presidente Emmanuel Macron, il cui governo minimizza il cambiamento climatico ed è tra i principali azionisti di Total Energie.

Nel 2023, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato un accordo molto importante ma che, almeno per il momento, non ha avuto conseguenze concrete, noto come Trattato 30x30, ratificato nel 2025 da 60 Stati, troppo pochi per dare efficacia al progetto. Il Trattato prevede che, entro il 2030, il 30% della superficie marina mondiale sia considerato «santuario ambientale» (come è già stato dichiarato l’Antartide nel 1991) e sia quindi soggetto al divieto totale di pesca e di scarico di rifiuti. Il 30% è lo spazio minimo indispensabile per permettere alle numerose specie in via d’estinzione di riprodursi ed uscire dal rischio di scomparsa. Occupandosi solo del 30% della superficie marina, il Trattato non protegge i fondali dalle trivelle né tiene conto del fatto che il petrolio può facilmente disperdersi e quindi un “incidente” in una zona non protetta danneggerebbe anche quelle protette. Qualunque governo può mettere una firma simbolica su un trattato che quasi certamente rimarrà lettera morta, ma sarà molto più difficile avere la volontà politica per tenere testa ad aziende come Eni, Total e Shell.

Parlare di inquinamento da plastica e da petrolio e di industrie della morte (animali o militari che siano) senza parlare di ciò che lega tutti questi crimini è come constatare che tante gocce d’acqua cadono dal cielo senza mai nominare la pioggia. L’inquinamento, il colonialismo e il razzismo, le disparità etniche e di genere e le ingiustizie sociali hanno una causa comune. Viviamo in un sistema produttivo basato sullo sfruttamento da parte dell’uomo (di solito maschio, bianco, ricco, occidentale) su tutti gli altri esseri viventi. Che senso ha limitarci a contemplare la bellezza di un paesaggio senza chiederci perché venga distrutto e senza capire le cause politiche della sua distruzione? Fino a quando il capitalismo sarà in vigore, ci potranno essere forse lievi miglioramenti (o grossi peggioramenti) ma non una vera soluzione. Non a caso petrolio e plastica, armi e industrie, violenza sociale e sessuale, guerre e colonie, sono tutti temi strettamente collegati tra di loro. L’ecologia è scomoda e radicale e non può che essere una forma di militanza politica perché mette sotto accusa in toto il capitalismo e la sua violenza antropocentrica.