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Articolo

L’onda incandescente e la paura del potere

27 ottobre 2026

Disciplinare gli insofferenti, premiare i rassegnati: il caso Siher e la criminalizzazione preventiva di una generazione non prevista

di Geraldina Colotti

Per decenni la narrazione dominante, supportata da una sociologia da salotto e dai media padronali, ha liquidato la rabbia delle periferie attraverso lo stigma della criminalità o del degrado giovanile. I ragazzi delle banlieue francesi o delle nostre periferie metropolitane — adesso etichettati sprezzantemente come «maranza» — sono stati confinati nel perimetro del rifiuto sistemico, descritti come elementi sradicati, incapaci di visione politica. Ora, l'irruzione nelle piazze di un protagonismo giovanile slegato dai vecchi rituali ha spezzato questo “equilibrio” d'argilla. C'è un magma incandescente che attraversa i territori urbani, cresciuto nel silenzio della segregazione spaziale e della precarietà sistemica, che oggi rifiuta sia il paternalismo delle integrazioni di facciata sia la disciplina della delega politica. Di fronte a questo affacciarsi improvviso di una generazione non prevista, la risposta dello Stato è stata immediata e prevedibile: la profilassi giudiziaria e la criminalizzazione preventiva. Disciplinare gli insofferenti, premiare i rassegnati: è questo il doppio dispositivo con cui il potere cerca di gestire la fine della coesione sociale e il crollo della credibilità istituzionale.

Quanto accaduto attorno alla figura del giovane Youssuf Siher non è un semplice incidente di percorso, né un banale fatto di cronaca poliziesca legato alla gestione dell'ordine pubblico. È un sintomo rivelatore della vertigine che attanaglia le istituzioni del capitale quando si trovano a fronteggiare una forza sociale che non è stata contemplata nei codici della politica ufficiale. Quando gli apparati di sicurezza, le questure e le più alte cariche dello Stato evocano la comparsa dei soggetti inediti, descrivono con la consueta grammatica dello smarrimento l'accumularsi dialettico di decenni di marginalizzazione, precarizzazione ed esclusione di classe.

E scatta la riproposizione della filosofia dell'emergenza nata negli anni Settanta: un dispositivo ideato per rinchiudere il conflitto di classe tra la morsa del carcere e le lusinghe della premialità, dove pentimento, dissociazione e dietrologia (“Chi c'è dietro, chi c'è dietro?”) diventavano i requisiti per piegarsi alla legalità borghese e scolpire nella pietra il veto di Stato: "non ci provate". Un riflesso d'ordine che si spiega perfettamente anche attraverso l'eredità statolatrica di una "sinistra" istituzionale ormai irrimediabilmente prona agli interessi padronali e alle strategie del complesso militare-industriale. È questa stessa sinistra che, di fronte a ogni sussulto dal basso, si accoda agli strilli moralistici contro "le violenze" e invoca a gran voce una maggiore sicurezza poliziesca, svelando la propria natura di guardiana subalterna dello status quo.

Un riflesso d'ordine che ha cessato da tempo di rappresentare un'eccezione temporanea a cui ricorrere nei momenti di crisi acuta per diventare l'elemento strutturale di una vera e propria controrivoluzione preventiva. In questa architettura di governo della società, la logica disciplinare e la logica premiale agiscono in modo rigidamente complementare: da un lato si incentiva, si finanzia e si premia la docilità di chi si adegua passivamente alle compatibilità del mercato, dall'altro si attiva preventivamente la mannaia sanzionatoria per disinnescare sul nascere ogni potenziale di insorgenza prima ancora che riesca a darsi una forma organizzata.

Tra la spinta del proletariato segregato delle banlieue e delle periferie metropolitane — la cui risposta è storicamente la resistenza viscerale all'incursione della polizia nei quartieri ghetto — e i giovani delle terze generazioni si delinea una convergenza profonda e qualitativamente nuova. Sono proprio questi i soggetti inediti che animano le mobilitazioni odierne, e che si esprimono attraverso un'irruzione simbolica dirompente: sventolano le bandiere palestinesi per saldare la propria lotta all'internazionalismo anti-coloniale e operano un vero e proprio capovolgimento semiotico quando si riappropriano della bandiera italiana per ribadire con forza «siamo nati qui», strappandola alla retorica nazionalista e scagliandola contro il razzismo di Stato.

In questo orizzonte si colloca anche l'attacco mirato ai beni di lusso, che non indica mero vandalismo, ma la trasgressione violenta contro una cultura e una ricchezza ostentata a cui questi giovani sono strutturalmente esclusi, pur essendone il prodotto e la forza-lavoro marginale. Essi uniscono la materiale impossibilità di accedere al reddito e alla casa alla negazione radicale di un modello che li vuole consumatori virtuali ma cittadini reietti, ponendosi come forza autonoma e irriducibile alle vecchie griglie della rappresentanza. Indicano una composizione di classe che unisce la materiale impossibilità di accedere al reddito, alla casa e al futuro con la memoria viva della subalternità e del razzismo sistemico di Stato. Essi rifiutano la richiesta di una subordinazione passiva e si pongono come soggetti politici autonomi, estranei ai canali tradizionali della mediazione sindacale o partitica.

Come scrive il sito insorgenze, l'operazione tentata dal Siher — offrire contenuti analitici, una sponda concettuale e una traccia organizzativa a questo magma sociale attraverso le reti di comunicazione — ha compiuto ciò che per i palazzi del potere rappresenta un'eresia imperdonabile: il tentativo di trasformare l'odio di classe istintivo e la rabbia metropolitana in potenziale consapevolezza politica.

Di qui la sproporzione grottesca tra la semplicità degli strumenti comunicativi impiegati e la violenza dell'apparato repressivo. Il fermo e l'incolpazione con capi d'imputazione costruiti sulla cornice del terrorismo e dell'istigazione informatica dimostrano una volta ancora come il diritto borghese si pieghi senza remore alle esigenze della conservazione politica e della controrivoluzione preventiva. Contestare la regia di un processo sociale o l'istigazione tramite un canale digitale creato nell'imminenza dei fatti, fermando un attivista prima ancora che venissero date indicazioni operative, significa travalicare ogni fatto materiale per punire la pura intenzione o la funzione di catalizzatore simbolico. Si tratta della punizione del non reato, un avvertimento pedagogico e deterrente indirizzato all'intero corpo sociale per bloccare la propagazione del dissenso.

Allo stesso tempo, l'uso delle nuove infrastrutture digitali e dei codici espressivi metropolitani evidenzia il rifiuto delle liturgie polverose del passato e la capacità di bypassare burocrazie politiche incapaci di decifrare le fratture del presente. Tuttavia, questa stessa immediatezza della politica al tempo degli account racchiude un doppio fondo: la velocità virale può incendiare l'attenzione e far tremare per un momento i bunker del potere, ma rischia di consumarsi con la medesima rapidità se non si struttura in un lavoro di radicamento capillare nei territori e in una visione strategica di ampio respiro.

In definitiva, la difesa di chi come Youssuf Siher viene colpito dalla scure giudiziaria non è soltanto un atto di doverosa solidarietà militante, ma la tutela dello spazio stesso in cui è possibile esprimere rifiuto e opposizione reale allo status quo. Il compito di un'analisi marxista all'altezza dei tempi consiste nel porsi concretamente al fianco di questo magma ribelle per colmare il vuoto politico, fornendo ai soggetti inediti lo spessore analitico e la solidità teorica necessari per resistere sia alle trappole della cooptazione premiale, sia alla violenza della disciplina statale, e trasformando l'irruzione del presente nella costruzione organizzata del futuro.