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Operazione 2011, combattere o cadere

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

20 ottobre 2026

La Francia al bivio: cedere per non spaventare i borghesi o lottare

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Siamo davanti alle grandi manifestazioni studentesche francesi contro il deterioramento dell'istruzione transalpina, che sta facendo da detonatore a tutto il disagio sociale e politico del paese. Tutto parte dalla politica economica macroniana incapace di rispondere alle reali esigenze della nazione.

I primi sommovimenti rimontano almeno al 2018 con le manifestazioni dei gilet gialli o ancora in precedenza contro la riforma del lavoro del 2016 e sono continuate in anni più recenti con le manifestazioni sindacali contro la riforma pensionistica che ha portato l'età minima di ritiro a 64 anni - alla fine imposta malgrado la mobilitazione. Accanto a scelte economiche divisive, la presidenza non si è fatta mancare decisioni strutturali che hanno fomentato il disagio delle regioni periferiche come la Corsica, dopo la controversa uccisione in carcere di un noto indipendentista, o la disastrosa decisione di modificare le regole per ottenere cittadinanza in Nuova Caledonia, modificando gli accordi di Palais Matignon del 1988, che ha portato alla mobilitazione violenta dei Kanaki. A tutto questo si somma la polveriera irrisolta delle banlieue urbane, con torme di esclusi dal sistema nazionale pronti ad esprimere il loro disagio.

Macron è un uomo del sistema finanziario internazionale, un sacerdote del culto della finanziarizzazione che si è trovato a governare un paese che per anni ha vissuto a metà del guado tra una scelta eminentemente finanziaria di stampo inglese o statunitense e una visione legata al mondo industriale, che sino a tempi recenti è stata la cifra del sistema germanico.

La base industriale francese ha sempre avuto nel governo un sostegno diretto, con gli impianti gestiti dallo stato, e indiretto, con la fornitura di infrastrutture ed energia. Anche nel caso, molto più datato del nostro, di corsa all'investimento turistico, la Francia ha sempre rifiutato una gestione anarchica, e sin dagli albori ha voluto porre l'accento sul turismo culturale e di qualità. Non che sia mancata una forma più ruspante e di massa di sfruttamento turistico garantita da hotel a basso prezzo come i Formul 0 e 1 ecc. Conservo in ogni caso le mie riserve su uno sviluppo che ponga le sue fondamenta sul turismo, anche se migliore del nostro.

Il sistema interventista francese ha però caratterizzato anche il debito pubblico nazionale, che è meno rivolto alla copertura delle spese correnti del nostro, ma è indirizzato agli investimenti. Questo impegno finanziario ha permesso la costruzione delle grandi infrastrutture nazionali, dal sistema energetico nucleare alla rete TGV; è un carattere di spesa che ha permesso ai titoli di debito francese di essere a lunga scadenza.

Un sistema di debito pubblico può reggere se l'investimento restituisce una crescita economica sufficiente. Una condizione che è saltata a causa della situazione internazionale, con la concorrenza economica dei paesi stranieri e le politiche infelici degli ultimi decenni in Francia, che ha portato sempre più verso una soluzione britannica del sistema paese. Condizione diventata drammatica con Macron, ma già annunziata dalle presidenze imbelli da Chirac in qua, arresisi alla finanziarizzazione incipiente.

Negli ultimi anni, per coprire il disavanzo fiscale e la scadenza dei debiti di lungo corso, il governo francese ha emesso sempre più spesso debito a breve termine, con tassi sempre più alti e scadenze ravvicinate. Sotterfugi che sono stati una via per nascondere la polvere sotto il tappeto, davanti a scelte economiche sbagliate, anche se per il contesto neoliberale sono probabilmente ottime trovate per addivenire a un contesto economico finanziarizzato e sgravato dagli eccessi di spesa pubblica, quindi sano - per loro.

Per tentare di bloccare il circolo vizioso del debito, la presidenza non ha saputo che dare una risposta neoliberale, che è peraltro congeniale e perfettamente simpatetica all’ordoliberismo che pervade i palazzi di Bruxelles ed è volta a favorire i creditori in ogni caso. Non mancano quindi le misure, di lacrime e sangue di montiana memoria, in cui si inseriscono i grandi tagli di bilancio che hanno colpito anche la scuola, dopo essersela presa l'anno passato con il sistema pensionistico. Ci tengo comunque a ricordare ai lettori italofoni che il loro investimento scolastico è superiore al 5% del PIL, mentre il nostro supera solo il 3%.

Da una mia conversazione con la mia cara amica Jeanine M., animatrice di associazioni culturali e sociali volte all'integrazione dei soggetti deboli, sicuramente di sinistra, nasce questo breve articolo.

“Che tristezza quello che sta succedendo a Parigi in particolare, e in Francia in generale! Sta spianando la strada all'estrema destra l'anno prossimo! Non c'è nessuno in piazza perché stasera la situazione potrebbe degenerare. Credo che abbiamo raggiunto il punto di non ritorno e dobbiamo trovare un modo per ritrovare l'equilibrio (anche finanziario)!”

“Oggi in Francia, il primo pensiero di chi va a votare è… “Vogliamo ordine nel Paese!”… ed è il primo punto del programma di Marine Le Pen! Ma c'è un nucleo di logica francese che, spero, reagirà”.

Una presa di posizione da non sottovalutare, perché viene da una persona che conosce la pancia della Francia. Magari più avanti sottoporrò a critica la presa di posizione, ma ora non posso che analizzarla con serietà, non derubricando il tutto a timore di spaventare il borghese.

Non vi è una Francia, ma molte. Vi sono le periferie urbane che danno il nervo alle proteste, e in alcuni casi alle fasi di ribellismo più acuto. Sono aree intercettate, entro certi limiti, da La France Insoumise. Vi sono le città, spesso feudi dei partiti tradizionali con sindaci eterni, una specialità francese dove grosse personalità di partito incistate da tempo immemore in parlamento o tra i ministeri gestiscono i municipi come signorie personali. Troviamo poi le periferie bianche del paese, come il Nord Pas des Calais o il sud est, le aree che più di altre hanno subito i processi di deindustrializzazione o di mancato sviluppo e che ora sono preda, magari reduci anche da un’ammirevole storia politica, della propaganda razzista e gratuita del capro espiatorio comodo espressa dal Fronte Nazionale (Rassemblement National secondo la nuova dicitura).

Le campagne conservatrici, quella metà di paese monopolizzata della “France vide”. Se si traccia una linea mediana da nord est, zona della Mosa, a sud ovest nelle Landes, tutta questa fascia sarà “vuota” e con una densità media di abitanti di 30 per km. Ai lati vi è il resto del paese pieno di città, industrie e attività. Le aree agricole in generale sono state dal 1800 la tomba delle rivoluzioni francesi, ma si erano animate nella stagione dei gilet gialli - movimento magmatico di cui comunque fatico a trovare una linea guida e temo piuttosto che, a causa del milieu sociale di riferimento, possa seguire le sirene populiste, nel senso più deteriore, vuoto e falso che si può dare al fenomeno nella chiave di lettura data dal lepenismo.

Infine non resta che la borghesia diffusa, semi ricca, semiurbana e da medio o piccolo centro, ma che vive anche le periferie bene delle grandi città, come Neuilly sur Seine, i quartieri semiperiferici occidentali. Una borghesia, da intendere in modo estensivo, che ha visto un calo progressivo della sua ricchezza e che teme l’attacco alla finanza e ai creditori, mondo a cui si sono affidati mani e piedi. Un gruppo che ha orbitato naturalmente sui i partiti di centrodestra e più di recente sul macronismo trionfante, ma che, come in altri paesi, non si accontenta più del classico egoismo dei vincitori sociali, ma si sta sempre più abbandonando al disprezzo per chi non è emerso e ancora di più al rifiuto della “racaille”, termine odioso con cui indicano gli ultimi delle banlieue. Un campo che volendo potrebbe essere assai promettente per la Le Pen.

Non sono quindi affatto fuori luogo le paure di Madame Jeanine, e riposano nella natura e struttura del paese, ma detto questo non posso ora che ribaltare la questione, starà poi al lettore valutare quale via preferire, ben consci che nessuna delle due è perfetta e facile.

Le politiche di Macron non hanno favorito la crescita del Paese, ma l'hanno invece pericolosamente finanziarizzato, ed ora il suo unico obiettivo è quello di placare i creditori internazionali, quindi credo che ci siano poche possibilità di negoziare con lui. Anzi chiunque ceda finirà comunque per ritrovarsi con un clone di Milei, centrista o fascista che sia.

Come ricordano Michael Hudson e Richard Wolff in loro recenti interviste rilasciate a Nima Alkhorshid, le possibilità sono due: o l’insolvenza di almeno il 18% del debito, con una sua rinegoziazione, o i tagli. Il sistema finanziario para-imperiale, nella persona di Macron e del suo entourage, ha scelto cosa fare. La Francia non sembra del tutto d'accordo.

Palais Matignon e l'Eliseo vogliono passare sopra a tutto e usano con cinismo il sistema paese: polizia, organi amministrativi statali (prefetti, etc.) e magistratura, in Francia l'accusa dipende direttamente dal governo. I mezzi d'informazione mainstream assecondano e sembrano tirare la volata alla reazione più che al centro. La finta sinistra imperiale del Partito Socialista candida per la futura campagna presidenziale un personaggio assurdo come Glucksmann: guerrafondaio, atlantista impenitente, europeista a senso unico, espressione dei poteri forti, di cui non ci è nota una singola presa di posizione non discutibile, dal sionismo al prolungamento dell'uso di sostanze pericolose etc..

Cosa fare quindi? Poche sono le scelte. Cedere come noi, che abbiamo accettato compromessi spregevoli dal 1992 in poi, abbiamo subito tagli di bilancio indiscriminati senza discernimento tra investimenti e spesa corrente, che però in certi casi era inevitabile sostenere, e poi continuati nel tempo. Abbiamo avuto Monti, Draghi e Giorgetti eppure alla fine abbiamo comunque ottenuto la destra reazionaria, caciarona, vuota e sostanzialmente inutile al governo, che vive tra capri espiatori, mancette ad amici e sostenitori e becere trovate per grattare la panza molla dei borghesi. La stessa ricetta del lepenismo al governo di domani, che però avrà un surplus di cattiveria e violenza in più.

Quindi resistere ed opporsi. Mélenchon sta provando a cavalcare la tigre, ma è un lavoraccio. La protesta, per essere politicamente utile, deve essere forte ma non deve degenerare. Quindi, al contrario, è interesse dell'élite che scoppi il finimondo. Il cuore del dilemma è che serve protesta per non fare vincere Macron, ma non deve essere esplosiva. Un'alchimia assai difficile nel contesto francese tra i giovani molto arrabbiati e l'inquilino dell'Eliseo e tutta la sua cricca che ha interesse a soffiare sul fuoco se non riesce ad imporsi per le vie legali. L'inazione fa vincere il sistema, il disordine estremo può comunque favorirlo - soprattutto ora che pare aver gettato la maschera, confidando anche nell'estrema destra.

Il disordine viene dai numerosi provocatori della polizia, che anche se smascherati con video vengono coperti dalle corrotte autorità, come a Reims dove il prefetto ha dichiarato che comunque stessero sostenendo i colleghi…tirandogli i lacrimogeni, ma tant'è.

Il pericolo per la protesta ordinata, si badi bene ordinata, non addomesticata e inutile come vorrebbero le sciure benpensanti, giunge anche dagli esclusi delle banlieue. Quando scoppiano i disordini non sono quattro gatti, si raccolgono in molti e fanno vere e proprie Jacqueries. Non sono sovrapponibili agli studenti, anche se alcuni lo sono, né agli altri che protestano, perché non hanno una proposta e una finalità specifica. Sono portatori di una furia compressa e di un odio per i flik ampiamente comprensibile perché le periferie sono l'ambiente dove il disagio sociale, la fallita integrazione delle seconde e terze generazioni e la crisi lavorativa incontra una risposta statale bestiale e muscolare - le storie sui piedipiatti francesi sono alquanto brutte.

Le banlieue sono una pentola a pressione da quando, a partire dagli anni 70, sono cominciate le grandi crisi industriali: tessile, industria pesante, miniere. Sono diventate il ricettacolo degli esclusi. Chi si è reinserito nel sistema economico si allontana, gli altri restano. Un mondo di mezzo con una semi economia, uno stato assente nel fare del bene e presente solo con la brutalità paramilitare della polizia. Quando la misura è colma o più spesso qualche miccia infiamma la situazione, parte la rivolta e tutto un gruppo si solleva, ma non sono professionisti del crimine o sempre i soliti. È un blob.

Perché la polizia preferisca affrontare a muso duro le manifestazioni ordinarie e non le Jacqueries è presto detto. Ci sono ragioni politiche che risiedono negli intenti del governo volti a svilire la protesta e a delegittimarla, contenendo i successi della piazza e mostrando i disastri degli arrabbiati. Poi c'è anche una spiegazione più prosaica: gli studenti al massimo ti tirano i barattoli di merda e piscio fermentato e li meni più o meno a piacere, mentre quelli della banlieue, se si eccede, la notte stessa aprono la caccia al flick come nel 2005.