Pacchetto & contropaccotto
Decreto Sicurezza del governo: il decreto che trasforma l’Italia in un Regime Preventivo
Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell'amico Olino Sciarada
Le modifiche volute dal Presidente non mitigano, a quanto pare leggendo l'estratto sin qui pubblicato, la deriva liberticida. Dalla legittima difesa come dire “preliminare” alle schedature prefettizie: così si smantellano i diritti costituzionali.
Mentre non mancano i commenti entusiasti per le modifiche presidenziali al nuovo decreto sicurezza, è necessario andare oltre la superficie. Quelle modifiche, infatti, non solo non hanno corretto la natura illiberale e reazionaria del provvedimento, ma in alcuni casi l’hanno addirittura aggravata, introducendo meccanismi pericolosi e senza precedenti nella storia repubblicana. Ci troviamo di fronte ad un cambiamento qualitativo: non un semplice inasprimento punitivo, come avvenuto in altre occasioni o per specifiche emergenze, ma l’architettura di un regime preventivo che mina alle basi stesse dello Stato di diritto e della democrazia (borghese) formale.
L'estensione della legittima difesa: un via libera all’impunità?
Uno degli aspetti più insidiosi è la creazione di una forma di legittima difesa preliminare. In pratica, chi commette un reato ritenendosi minacciato da un giustificato contesto di pericolo potrebbe essere rapidamente escluso dalle indagini, il responsabile del delitto verrebbe iscritto in un registro separato e la magistratura avrebbe un periodo brevissimo di tempo prima dell' archiviazione. Significa senza poter, dunque, svolgere indagini o approfondimenti, come avviene invece per gli iscritti nel consueto registro degli indagati. In un paese nel quale, tra l'altro, non è stato adottato il sistema bodycam per gli agenti, in uso in moltissimi altri paesi, è facile immaginare l'impunità per eventuali delitti commessi dagli agenti (vero obiettivo di questo decreto, poi modificato allargando l'applicazione della fattispecie di legittima difesa). La voglia di ICE. È un dispositivo criminogeno che trasforma la percezione soggettiva in giustificazione legale, svuotando il principio di accertamento giudiziario e aprendo la porta ad abusi e violenze “giustificate”.
Il nuovo regime delle schedature: libertà revocate per decreto prefettizio
Ma è nel campo delle limitazioni preventive della libertà che il decreto mostra il suo volto più autoritario. Viene istituito un sistema in cui:
- Denunce (anche senza condanna);
- Precedenti penali (già scontati);
- Semplici segnalazioni;
possono diventare base sufficiente per azioni restrittive decise dai prefetti o dalla polizia, non dai giudici tramite un procedimento giudiziario, senza difesa dunque. Alcuni aspetti, in particolare riguardo ai precedenti, e l'applicazione concreta di queste norme, restano ambigui e si prestano a differenti interpretazioni. Alle persone “schedate” potrà essere vietato di partecipare a manifestazioni pubbliche, assemblee politiche, o qualsiasi altra riunione? Potrà essere limitata la loro libertà di movimento in determinate zone o potranno essere sottoposti a fermi preventivi fino a 12 ore. Potenzialmente si crea un esercito di ricattabili, ai quali potranno o meno essere applicate restrizioni di polizia.
Si tratta di una sospensione amministrativa dei diritti fondamentali (tra l'altro articoli 3, 16 e 27 della Costituzione), basata non sulla responsabilità personale giudicata da un tribunale, ma sulla pericolosità presunta da un funzionario del governo.
Multe da 20.000 euro e un parallelismo storico pesante
Il provvedimento colpisce anche il diritto di protesta: per le manifestazioni non autorizzate sono previste multe di polizia fino a 20.000 euro, uno strumento che può finire per stroncare sul nascere ogni forma di dissenso spontaneo. E già il precedente pacchetto sicurezza ha inserito pene fino a 20 anni per manifestazioni contro le grandi opere.
Per trovare misure altrettanto invasive della libertà personale e politica bisogna tornare indietro di un secolo, alle leggi eccezionali del ventennio fascista, fondate sul concetto di “reato di opinione” e di “pericolosità presunta” come negli art.270 e a seguire del cp contro le organizzazioni rivoluzionarie. Neppure negli anni ’70, nel pieno di uno scontro sociale e politico incandescente, si arrivò a generalizzare all'intera dialettica e conflittualità sociale simili livelli di controllo preventivo. Ora siamo alla caccia ai "nemici della nazione", prove di guerra al nemico interno, impersonato in qualsiasi rivendicazione di giustizia o equità sociale.
Siamo alla svolta autoritaria: che fare?
Questo decreto non nasce dal nulla. Il terreno è stato preparato da anni di politiche securitarie e da precedenti “decreti sicurezza”, non solo nei governi di destra, o di estrema destra come l'attuale governo italiano. Ma qui si compie il salto: dalla democrazia liberale formale e da ciò che resta della Costituzione nata dalla Resistenza - e la sostanza è che il codice penale italiano è sempre quello del 1930 - al regime preventivo, un'articolazione del potere in chiave decisamente reazionaria, ben oltre la repressione che pure non è mancata specialmente nel secondo dopoguerra. Di fronte a questo scenario, l’indifferenza è complicità.
È urgente unire le battaglie:
- Mobilitazione civile e politica: Legare la campagna per il NO al referendum a quella contro questo decreto, creando un fronte unitario per la difesa delle libertà costituzionali, contro il premierato e contro la deriva autoritaria.
- Ricorso alla Corte Costituzionale: Incoraggiare e sostenere i ricorsi contro le norme palesemente incostituzionali del provvedimento e dei precedenti pacchetti sicurezza.
- Referendum abrogativo: Il centro-sinistra, spesso timido su questo tema, ha in mano le 5 Regioni necessarie per richiederlo, per questo e per il precedente pacchetto sicurezza, bisogna spronarli. I sondaggi mostrano che circa due terzi degli italiani sono preoccupati da queste norme, compresa tra l'altro una larga fetta dell’elettorato di destra. Sfruttare l’onda della mobilitazione referendaria per denunciare il nuovo decreto sicurezza, con mobilitazione e raccolta firme, è una strada percorribile e doverosa.
Il “decreto sicurezza” non è una semplice legge: è un attacco ai diritti di tutti. Accettarlo significa normalizzare la fine formale dello stato di diritto e la logica della repressione preventiva della dialettica sociale e politica. Opporvisi, intanto, con ogni mezzo democratico e popolare, dovrebbe essere un dovere civico ed un compito prioritario per ogni realtà dell' opposizione sociale e politica.