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Il padrone sei tu

3 agosto 2026

In una società che ti ripete che puoi tutto, l'esaurimento non è un cedimento privato: è il prezzo di una libertà che è un comando travestito

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di Filippo Dicchi

C'è un'app che assegna un punteggio al modo in cui dormi. Ti svegli, controlli il telefono e scopri quanto è stato "efficiente" il tuo riposo: percentuali, grafici, un voto. Se hai dormito male, l'app ti suggerisce come ottimizzare il recupero perché tu possa, l'indomani, rendere di più. Esistono app analoghe per la meditazione, con tanto di streak da non interrompere: rilassarsi diventa una serie di obiettivi consecutivi, e saltare un giorno di calma interiore produce un piccolo, autentico senso di colpa. Persino il riposo, persino la quiete, sono diventati prestazioni da misurare. È il segno più nitido di un'epoca: non c'è più un fuori dal lavoro. Anche quando smettiamo, lavoriamo a essere persone che si riposano bene per lavorare meglio. E lo strumento che misura il sonno e archivia le meditazioni è lo stesso che stringiamo in mano quando finalmente non dovremmo fare nulla: e anche allora, invece di fermarci, scorriamo. Perfino la distrazione è diventata un compito.

Il luogo in cui questa grammatica viene portata all'estremo, però, non è il salotto di chi si misura il sonno: è il lavoro che si vende a pezzi. Su piattaforme come Upwork e Fiverr milioni di persone formalmente autonome (nessun padrone, nessun orario, la libertà tanto celebrata) si offrono a un mercato mondiale in cui il prezzo lo fa chi ha il costo della vita più basso. Il lavoro esiste, ma va riconquistato ogni giorno da capo, e a decidere se ti vedranno non è un capo: è un posizionamento. Un punteggio di gradimento, una percentuale di incarichi portati a termine, un tempo medio di risposta, un badge che si perde più facilmente di quanto si ottenga. Rispondere a un messaggio alle due di notte non è zelo, è manutenzione del ranking; rifiutare una commessa sgradita, o concedersi una settimana di influenza, non costa solo il mancato guadagno, abbassa la visibilità, cioè il guadagno del mese prossimo. Su Amazon Mechanical Turk, dove i micro-compiti si contano in centesimi, le ricerche che hanno provato a calcolare il salario effettivo (tenendo conto del tempo non pagato speso a cercare i compiti e a verificarne la convenienza) hanno stimato una mediana intorno ai due dollari l'ora, e che solo una piccola minoranza dei lavoratori arrivava a superare il salario minimo federale statunitense.

Quello che questo regime produce nelle teste comincia a essere misurato. L'Organizzazione internazionale del lavoro ha documentato che una quota consistente del tempo di chi lavora sulle piattaforme online non viene retribuita affatto: la ricerca dei compiti, le candidature che non andranno a buon fine, le attese, le revisioni gratuite pretese dal committente. È tempo di lavoro che non esiste in nessun registro, se non nella giornata di chi lo mette. E nel 2022, su BMJ Open, è arrivato il primo studio condotto su un campione nazionale rappresentativo: 17.722 adulti britannici, di cui 429 lavoratori di piattaforma. Il disagio psichico, misurato con una scala clinica standard, cresceva per gradini: 1,89 tra i dipendenti a tempo pieno, 2,07 tra i part-time, 2,65 tra i lavoratori di piattaforma, 3,47 tra i disoccupati. La soddisfazione di vita scendeva nello stesso ordine. Ma il dettaglio che conta è un altro: circa due terzi dello svantaggio dei lavoratori di piattaforma rispetto ai dipendenti stabili era spiegato da due sole variabili, la precarietà finanziaria e la solitudine, e la solitudine pesava più del denaro. Non è soltanto la paga, dunque: è non avere colleghi, né un luogo, né qualcuno che sappia com'è andata la giornata. Gli autori avvertono che lo studio è trasversale e non dimostra un nesso causale, e che potrebbe anche accadere il contrario, cioè che chi già sta male finisca più facilmente in questi lavori. Ma sull'insicurezza in sé la letteratura è consolidata da tempo: la percezione di poter perdere il proprio lavoro è associata a un rischio di sintomi depressivi superiore di circa un terzo, e per chi vive di incarichi brevi quella percezione non è un episodio da attraversare, è il clima permanente in cui si abita. La flessibilità c'è davvero: è la sola cosa che viene consegnata come promesso.

L'editoria digitale è il caso di scuola, perché è il mestiere in cui il residuo di vocazione rende più docili. Un articolo pagato una manciata di euro, a volte a parola e a volte a visualizzazione, con il titolo deciso prima del testo, le parole chiave suggerite da uno strumento SEO e la lunghezza dettata da quello che l'algoritmo di ricerca premia quel mese. Le fabbriche di contenuti pagano a centesimi la parola e chiedono volumi che nessuna cura del linguaggio può sostenere; i redattori esterni con partita IVA impaginano, correggono, ottimizzano e ricaricano, senza ferie, senza malattia, senza contributi che non siano i propri; i traduttori vengono pagati meno per "revisionare" l'uscita di una macchina di quanto prendessero per tradurre; i trascrittori sono retribuiti al minuto di audio, non al minuto di lavoro, e un audio disturbato è un problema loro. Poi è arrivata l'ultima torsione, quella che chiude il cerchio: agli stessi collaboratori si chiede oggi di ripulire testi generati automaticamente, a tariffe inferiori a quelle con cui li scrivevano. E le prime analisi economiche su una grande piattaforma di lavoro freelance hanno registrato, nei mesi successivi alla diffusione di ChatGPT, un calo di incarichi e di guadagni proprio per chi scriveva su commissione: non una previsione, una misura già fatta. Sul versante clinico, ciò che questa combinazione fa alle persone è documentato meglio del lavoro di piattaforma in sé.

Quando lo sforzo richiesto e la ricompensa ricevuta restano a lungo squilibrati (una condizione che la medicina del lavoro chiama effort-reward imbalance, e che descrive con precisione imbarazzante un compenso a parola), gli studi prospettici registrano un rischio di disturbi depressivi di circa una volta e mezza superiore, con stime che in singole coorti arrivano al doppio. E un'indagine australiana sui lavoratori di piattaforma ha trovato un dettaglio che sembra scritto per l'editoria: i più stressati non erano i meno istruiti, ma i più istruiti, chi aveva un titolo post-laurea; e con loro chi guadagnava meno di ventimila dollari l'anno. La spiegazione che gli autori avanzano è semplice e amara: sono persone che non riescono a trovare un impiego stabile nel campo per cui hanno studiato, e nel frattempo fanno lavoretti per pagare le bollette. Quel campione era piccolo e autoselezionato, quarantanove persone raggiunte tramite i social, quindi il dato va preso per quello che è, un indizio e non una prevalenza. Vale la pena aggiungere che studi come quello britannico, costruiti su campioni davvero rappresentativi, restano l'eccezione: quasi tutte le indagini disponibili su questi lavoratori sono condotte da piattaforme o associazioni di categoria su chi accetta spontaneamente di rispondere. Chi lavora così compare a fatica nelle statistiche sulla salute occupazionale, per la stessa ragione per cui non compare nei bilanci alla voce costo del personale.

Qui l'efficienza non è più una virtù privata da coltivare con un'app: è la condizione per continuare a esistere sul mercato. E il vocabolario per protestare è stato tolto in anticipo, perché nessuno di questi lavoratori è formalmente sfruttato: sono tutti imprenditori di sé stessi, e se il compenso non basta la colpa sarà del posizionamento sbagliato, della formazione non aggiornata, del personal branding trascurato. Il dato più eloquente di quell'indagine australiana è proprio questo: tra tutte le strategie con cui quei lavoratori provavano a reggere l'urto, una sola risultava associata a più stress e non a meno, e non era il negare, né il distrarsi, né il bere. Era incolpare sé stessi. La libertà che era stata promessa serve, alla fine, a intestare il fallimento a chi lo subisce.

Tutto questo ha un costo psichico, e il costo ha un nome che pronunciamo sempre più spesso: esaurimento, ansia, depressione. Nel 2019 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il burnout tra i fenomeni associati al lavoro. Le diagnosi di depressione e i consumi di antidepressivi crescono da decenni in tutto l'Occidente, e quando l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro ha chiesto ai lavoratori europei di parlare di sé, in un'indagine su decine di migliaia di persone, circa uno su quattro ha risposto di avere sperimentato stress, ansia o depressione causati o aggravati dal proprio lavoro. La tentazione è leggere questi numeri come la somma di tanti disturbi individuali, ciascuno con la sua causa privata. Vorrei provare la pista opposta: che siano la firma sistemica di un certo modo di organizzare la vita. Non per spiegare via la sofferenza di nessuno (ci tornerò, perché è il punto più delicato) ma per non lasciare il singolo solo, con il suo dolore, a credersi l'unico difettoso in un mondo perfetto.

La stanchezza di essere sé stessi

Il sociologo Alain Ehrenberg ha proposto la tesi più illuminante. Un tempo, dice, il modello della sofferenza psichica era il nevrotico: l'uomo di Freud, diviso tra desiderio e divieto, schiacciato dal "non devi", lacerato dal senso di colpa. Era una sofferenza del conflitto, della legge, del proibito. Poi qualcosa è cambiato. Le società del tardo Novecento hanno smesso di dirci che cosa dobbiamo essere e hanno cominciato a ripeterci, ovunque, che cosa possiamo essere: tutto. Sii te stesso, realizzati, supera i tuoi limiti, diventa la versione migliore di te. Sembra una liberazione, ed è qui l'inganno. Perché se puoi essere tutto, allora ogni fallimento è soltanto tuo. Non c'è più un divieto esterno contro cui ribellarsi: c'è solo l'inadeguatezza, il sospetto perpetuo di non essere abbastanza. La depressione, conclude Ehrenberg, è la "fatica di essere sé stessi": la malattia di una società che ha sostituito il conflitto con l'insufficienza, la colpa con l'inadeguatezza.

Byung-Chul Han ha spinto questa intuizione fino in fondo. Viviamo, scrive, in una società della stanchezza, popolata non più da soggetti dell'obbedienza ma da soggetti della prestazione che sfruttano sé stessi credendosi liberi. Non c'è più il padrone con la frusta: ciascuno è insieme il proprio aguzzino e il proprio operaio, e si spreme volontariamente, perché la voce che ordina "puoi farcela" è la sua. È una violenza più subdola di quella del divieto, perché non si può scioperare contro sé stessi. Lo sfruttamento senza padrone non lascia nemmeno la consolazione di un nemico. Da qui il burnout: non il crollo di chi è stato costretto, ma di chi si è bruciato inseguendo una libertà che era, in realtà, un comando travestito.

Vale, però, per un soggetto preciso: chi ha lavoro cognitivo e un margine di autonomia sul proprio tempo, dunque anche la libertà di caricarsene troppo. Il rider che segue il GPS di un'app, la colf senza contratto, hanno ancora un padrone con un orario e un nome: non hanno bisogno che lo sfruttamento si travesta da libertà, perché non gliel'ha mai promessa. I collaboratori delle piattaforme stanno esattamente nel mezzo, ed è la posizione peggiore: hanno l'autosfruttamento di chi si gestisce il tempo e, insieme, la rigidità di chi obbedisce a un algoritmo che non discute. E c'è un'altra assenza, ancora più silenziosa: il lavoro di cura, storicamente femminile, che produce esaurimento senza che nessuna app lo misuri, invisibile due volte, non retribuito e nemmeno pesabile nella grammatica della prestazione.

La privatizzazione dello stress

Il critico inglese Mark Fisher ha aggiunto il tassello politico, e brucia ancora. La nostra cultura, osserva, ha compiuto un capolavoro: ha preso un malessere collettivo (prodotto dalla precarietà, dalla competizione di tutti contro tutti, dall'incertezza permanente) e l'ha trasformato in un problema chimico privato. Sei depresso? È uno squilibrio di serotonina, una faccenda tua, da risolvere con una terapia individuale o una pillola. Così l'ordine sociale che produce la sofferenza non viene mai chiamato in causa. Fisher chiamava questo meccanismo la privatizzazione dello stress, e ne traeva una conclusione tagliente: bisogna ripoliticizzare la malattia mentale, smettere di trattarla solo come destino individuale e cominciare a leggerne le radici sociali.

Sulla stessa linea, Franco Berardi descrive il semiocapitale (un'economia che mette al lavoro l'anima, l'attenzione, il linguaggio) e il suo ciclo caratteristico di panico e depressione: prima l'accelerazione, la sovrastimolazione, l'infosfera che chiede più di quanto un cervello possa reggere; poi il collasso, il ritiro, lo spegnimento. Sotto tutto questo respira ancora l'intuizione più antica, quella di Émile Durkheim: l'anomia, la perdita dei limiti e delle misure condivise. Paradossalmente, è l'assenza di confini (il "puoi tutto") a generare disperazione, perché un desiderio senza argini non si placa mai.

La fabbrica dell'inadeguatezza

Se l'anomia è la perdita di ogni misura, nessuno strumento la incarna con più precisione dello scroll infinito. La pagina di Instagram o di TikTok non ha un fondo, un punto in cui il pollice possa fermarsi con la sensazione di aver finito, e non è un caso: la fine è precisamente ciò che l'ingegneria dell'attenzione è pagata per abolire. Natasha Dow Schüll, studiando le slot machine di Las Vegas in Addiction by Design, ha chiamato machine zone lo stato di trance in cui il giocatore perde il senso del tempo e di sé, catturato in un ciclo che non premia mai abbastanza da saziare né così poco da far smettere. Il feed lavora sullo stesso meccanismo, la ricompensa imprevedibile che rende quasi impossibile posare lo strumento: non ci ha sottratto questo tempo di nascosto, ce l'ha progettato addosso.

E non è soltanto il tempo, a essere messo al lavoro. È anche il metro con cui ci giudichiamo. Se Ehrenberg ha ragione, se la sofferenza di oggi nasce dal sospetto perpetuo di non essere all'altezza, allora Instagram è la macchina più efficiente mai costruita per fabbricare quel sospetto. Ogni volta che scorriamo ci confrontiamo con una parata di esistenze altrui accuratamente montate, corpi, viaggi, colazioni, traguardi: è il vecchio meccanismo del confronto sociale descritto da Leon Festinger nel 1954, ma somministrato senza sosta e sempre verso l'alto, contro versioni degli altri che gli altri stessi, nella vita, non riescono a eguagliare. Che il danno non sia una fisima da moralisti lo ha ammesso proprio chi quel danno lo misura per mestiere: le ricerche interne di Meta, rese pubbliche nel 2021 dalla whistleblower Frances Haugen (i cosiddetti Facebook Files), riconoscevano che per una adolescente su tre con problemi di immagine corporea Instagram peggiorava la situazione. Lo sapevano, e non hanno smesso.

Sul nesso tra schermi e sofferenza psichica non tutto è dimostrato, e la prudenza resta d'obbligo; ma questo, che il prodotto fosse costruito sapendo di far male, lo è. Il soggetto della prestazione trova qui il suo specchio perfetto: uno strumento che gli mostra, mille volte al giorno, tutto ciò che potrebbe essere e non è. E quel metro non resta al lavoro né sullo schermo: logora le serate, le giornate ordinarie e le relazioni che le abitano, fino a far sembrare insufficiente perfino una vita che non lo era. È un veleno lento, e per raccontarlo per intero servirebbe un discorso a parte.

Sintomo o malattia? Una falsa scelta

Qui devo fermarmi, perché c'è un crinale su cui è facile precipitare, e da entrambi i lati. Dire che la depressione è un "sintomo sociale" può scivolare in qualcosa di crudele: nel suggerire alla persona che soffre che il suo dolore non è reale, che è "solo ideologia", che basterebbe capire il capitalismo per stare meglio. Non è così, e nessuno che abbia visto da vicino una depressione vera potrebbe crederlo. Il dolore è reale, la biologia è reale, e i farmaci e le terapie aiutano milioni di persone a tornare a vivere: questo non si tocca, e chi sta male merita ogni cura disponibile, senza che gli si chieda di aspettare la rivoluzione.

Ma è altrettanto sbagliato il movimento opposto: quello che riduce tutto alla chimica, che spiega un'epidemia con la somma di tanti cervelli sfortunati, e che in questo modo lascia intatto il mondo che la produce. La verità onesta è che le due letture non si escludono: vanno tenute insieme. Il modello biomedico spiega il singolo episodio, la sua intensità, la via per uscirne; quello sociale spiega perché gli episodi siano diventati così tanti, tutti insieme, proprio adesso. Negare il secondo significa medicalizzare una ferita politica. Negare il primo significa abbandonare chi soffre a una diagnosi che non lo riguarda. La cura del singolo e la critica del sistema non sono rivali: sono due cose diverse, e servono entrambe.

Mark Fisher l'aveva detto con una frase che resta:

"La piaga della malattia mentale nelle società capitaliste lascia pensare che, lungi dall'essere l'unico sistema sociale che funziona, il capitalismo sia intrinsecamente disfunzionale" (M. Fisher, Realismo capitalista, 2009).

Forse il primo gesto di cura, allora, prima ancora della pillola e accanto a essa, è restituire al dolore il suo contesto. Dire a chi si sente l'unico a non farcela che non è difettoso, che non è solo, e che la stanchezza di essere sé stessi non è una sua colpa privata ma una fatica che, in questo mondo così com'è, portano in tanti. È un sollievo piccolo. Ma è vero, e quasi nessuno glielo dice.

C'è poi un secondo gesto, più scomodo del primo. Restituire il contesto al dolore significa anche ricordarsi che, da qualche parte, un imputato esiste ancora; non ha il volto di chi dorme accanto a noi, ha l'orario di un contratto, la logica di una piattaforma, la stessa ideologia del "puoi tutto" che ci ha resi soli nella nostra stanchezza. E quello, a differenza delle nostre crepe, non è fatto per essere guardato in silenzio.

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Riferimenti bibliografici

Sigmund Freud sullo sfondo della lettura di Ehrenberg: Il disagio della civiltà
Alain Ehrenberg, La fatica di essere sé stessi. Depressione e società
Byung-Chul Han, La società della stanchezza
Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative?
Franco "Bifo" Berardi, La fabbrica dell'infelicità. New economy e movimento del cognitariato e Il lavoro dell'anima. Alienazione, estraneità, autonomia
Émile Durkheim, Il suicidio. Studio di sociologia
Jamie Woodcock e Mark Graham, The Gig Economy: A Critical Introduction (Polity, 2019)
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Natasha Dow Schüll, Addiction by Design: Machine Gambling in Las Vegas (Princeton University Press, 2012)
Leon Festinger, "A Theory of Social Comparison Processes", Human Relations, 7(2), 1954
Frances Haugen e The Wall Street Journal, The Facebook Files, 2021

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Immagine di copertina: "The Daily Job" , by Erik Pevernagie, 1998