Paese sintetico VS paese reale
Copywriter e studentessa di medicina a tempo perso. Appassionata di narrazione territoriale e salute mentale.
Che fine fa la realtà quando il turismo insegue soltanto lo scatto perfetto?
C'è una domanda che attraversa ormai tutto il turismo contemporaneo: cosa cercano davvero i visitatori quando scelgono una destinazione? Un luogo autentico, con tutte le sue contraddizioni, oppure una sua versione semplificata, ordinata e Instagrammabile?
La Puglia è uno dei territori dove questa domanda emerge con maggiore forza. Da una parte c'è un patrimonio fatto di paesi vivi, uliveti, masserie, coste e comunità che continuano a cambiare. Dall'altra cresce un modello turistico che tende a trasformare questi stessi elementi in un prodotto perfettamente confezionato, privo di conflitti, di rumore e di tutto ciò che rende reale un territorio.
In questo contesto si inserisce il dibattito, ormai sempre più ampio e culturale prima ancora che urbanistico, attorno al progetto di un nuovo resort nella zona di Ostuni, previsto su terreni pubblici concessi dallo Stato. Il caso ha riaperto una discussione che va ben oltre il singolo investimento: quale deve essere oggi il rapporto tra interesse pubblico e grandi operazioni di trasformazione turistica del territorio? È giusto destinare porzioni di suolo collettivo a strutture ricettive sempre più esclusive nella speranza di attrarre investimenti e occupazione, oppure si rischia di alimentare un modello economico che consuma il paesaggio come risorsa finita, senza rafforzare davvero le comunità locali e la loro continuità sociale? Naturalmente non esiste una risposta semplice. Un resort significa lavoro, indotto, tasse e servizi. Ma significa anche scegliere quale idea di territorio si vuole costruire per il futuro. Perché ogni nuova struttura non è soltanto un edificio: è un modo diverso di immaginare il paesaggio e di viverlo.
Il punto è che il turismo contemporaneo sembra premiare sempre più spesso non i luoghi autentici, ma quelli perfettamente controllati. Ambienti dove tutto è previsto, pulito, accessibile, fotogenico e privo di imprevisti.
L'esempio più famoso in Puglia è senza dubbio Borgo Egnazia: pur essendo una delle strutture alberghiere più prestigiose d'Europa, Borgo Egnazia non è un paese storico. È un paese costruito. O, meglio ancora, è la ricostruzione ideale di ciò che un turista internazionale immagina debba essere un borgo pugliese, in una maniera poco distante da un qualsiasi parco tematico. Le strade in pietra sembrano antiche, ma sono recenti. Le piazzette sembrano nate nel corso dei secoli, ma sono progettate al centimetro. Le botteghe artigiane, gli spazi dedicati ai prodotti tipici, gli angoli dove assaggiare specialità locali compongono un'esperienza immersiva che richiama l'immaginario dei piccoli paesi del Sud Italia, ma senza ereditarne i problemi.
Non ci sono condomini anonimi, parcheggi caotici, cassonetti. Non ci sono auto lasciate in doppia fila. Non ci sono negozi chiusi perché il proprietario è andato in pensione. Ma soprattutto non ci sono abitanti: è un paese senza cittadini, un luogo pensato esclusivamente per essere vissuto da chi è in vacanza. Questo non significa che Borgo Egnazia sia un progetto sbagliato. Significa riconoscere ciò che rappresenta: non la riproduzione della realtà, ma la costruzione di una realtà alternativa. Un paese sintetico.
La differenza è sottile ma decisiva: un paese vero non è bello perché è perfetto, è bello perché è vivo e le sue imperfezioni sono parte della sua identità. Le auto parcheggiate male raccontano che qualcuno ci abita, i balconi con i panni stesi raccontano una quotidianità. Il rumore del mercato, i lavori in corso, i bambini che escono da scuola, persino il traffico delle ore di punta sono elementi che testimoniano una comunità in movimento.
Il turismo contemporaneo, invece, sembra sempre più interessato a eliminare queste complessità. Il visitatore non compra soltanto una camera d'albergo ma compra una narrazione, la promessa illusoria di entrare dentro una cartolina a favore di social network.
Negli ultimi anni è diventato virale un filone di contenuti conosciuto come "Instagram vs Reality": migliaia di turisti mostrano la differenza tra la fotografia perfetta vista online e ciò che trovano davvero arrivando sul posto. La spiaggia paradisiaca è affollata, il vicolo romantico è invaso di autobus turistici, il ristorante "segreto" richiede due ore di fila.
Molti raccontano queste esperienze come se fossero la prova che l'Italia venduta sui social fosse una bugia. In realtà raccontano che quei luoghi esistono davvero, e proprio perché esistono sono abitati, rumorosi, difficili da raggiungere, attraversati da problemi di mobilità, da servizi non sempre efficienti e da una quantità di persone che desidera vivere la stessa esperienza.
La realtà, per definizione, è più complicata della fotografia: una cartolina non mostra mai il parcheggio dietro il monumento, così come non mostra i residenti che protestano contro l'overtourism, gli affitti diventati insostenibili o i giovani costretti ad andare via perché il centro storico è ormai occupato quasi esclusivamente da case vacanza. Eppure tutto questo fa parte dello stesso luogo.
Il rischio è che, inseguendo un'idea di autenticità perfettamente confezionata, si finisca per produrre spazi sempre più artificiali, borghi che sembrano veri ma non lo sono, dove nulla nasce spontaneamente. È una trasformazione culturale ancora prima che urbanistica: l'Italia è diventata una delle principali destinazioni mondiali proprio perché è imprevedibile, perché ogni paese è diverso dall'altro. Perché dietro una piazza perfetta può esserci una strada dissestata, una festa patronale, un mercato improvvisato o un bar frequentato dagli abitanti. Eliminare queste contraddizioni significa eliminare una parte dell'identità dei luoghi.
Naturalmente nessuno auspica degrado, incuria o disorganizzazione: migliorare servizi, mobilità e qualità urbana è un obiettivo condivisibile. Ma è diverso dal costruire ambienti che simulano la vita senza contenerla davvero. Forse la vera sfida del turismo del futuro non sarà realizzare resort sempre più simili a paesi, ma rendere i paesi sufficientemente vivibili da poter continuare a essere sè stessi.
Perché un paese autentico non è quello che appare perfetto in fotografia ma quello che continua a esistere anche quando i turisti tornano a casa.