Il paravento d’oro di Schiaparelli
L’Haute Couture tra feticcio capitalista e crisi d'identità
di Serena Parascandolo
La sfilata di Schiaparelli, tenuta il 6 luglio 2026, ha alzato il sipario su quel particolare momento dell’anno definito Haute Couture. L’ennesimo evento-spettacolo di un fashion system che ha il compito istituzionale di far sognare, e che rappresenta, da sempre, quanto di più vicino possa esserci al concetto puro di desiderabilità. Per chi non mastica il linguaggio modaiolo, parliamo – semplicemente – di alta moda. Una roba nata a Parigi a metà dell’Ottocento per merito di un sarto, tale Charles Frederick Worth, che ebbe la brillante idea di fondare la sua maison in Rue de la Paix e capovolgere il meccanismo allora esistente, andare oltre il semplice confezionamento dell’abito richiesto dalla cliente, decidendo di mostrare le proprie creazioni – nate dal suo cervello, quindi – per proporle poi sotto forma di sfilate alle classi più agiate.
Questa è storia economica prima ancora che culturale e di costume. Siamo nel pieno della seconda rivoluzione industriale, all’alba di un mondo in cui questa nobile intuizione creativa si tramuta nel prodotto diretto e nello specchio delle attuali dinamiche capitaliste moderne. Per questo motivo, nel corso degli anni, la moda e soprattutto la sua comunicazione hanno dovuto ricorrere alla narrazione tossica intorno alla creazione di un abito. Maestra di profonde supercazzole, la cortina fumogena del marketing deve convincere il pubblico che ciò che sta osservando in passerella non sia un vestito bizzarro – e anzi, guai solo a pensarlo – perché dietro quel corpetto stravagante si celerebbe un’opera d’arte pura. Così, l’haute couture si tramuta da subito in una faccenda per palati fini, non comprensibile a tutti, perché prima bisogna masticare la filosofia, poi la letteratura, poi l’antropologia e infine, semmai, l’abito.
In questo spazio iper-intellettualizzato si sono inserite numerose figure che, dall’interno, hanno provato a sovvertire e sabotare il sistema. Elsa Schiaparelli era una di queste, e quelle dinamiche le conosceva fin troppo bene. Ha scelto di usare l'arte di Salvador Dalí e Jean Cocteau come un'arma di rottura contro il classicismo rigido e lo snobismo dell'epoca. Il suo era un tentativo politico di prendere in giro quei quattro palloni gonfiati che sedevano nel pubblico a osservarla; borghesi che mica comprendevano che quelle opere d'arte deambulanti servissero a spiattellare in faccia la loro stessa pochezza. A molti di loro bastava semplicemente essere lì, assistere col mignolo alzato per il solo privilegio di poter dire "io c'ero".
Oggi, però, la maison Schiaparelli si è totalmente svestita dagli abiti dadaisti e surrealisti di Elsa, preferendo indossare il classico maglioncino a collo alto del designer Daniel Roseberry, che dal 2019 sceglie accuratamente come muovere i fili. Sotto la sua guida la maison ha registrato una crescita verticale straordinaria, basata su ricavi stellari e sul feticcio della scarsità controllata. La sua manovra più astuta è stata comprendere che, nel capitalismo visivo dei social media, serve sempre un hook – un gancio lirico e pop che catturi l'algoritmo. Ha così preso l'estetica di Elsa e l'ha tradotta in elementi di pelletteria e gioielleria anatomica d'impatto, trasformando l'avanguardia storica in un codice virale per fare cassa e far esplodere il fatturato.
Ma questa corsa all'oro ha un prezzo, e oggi l’intero settore della moda e del lusso – comparti chiave e strategici di questo realismo capitalista – versa in una condizione di profondissima crisi d’identità. Inevitabilmente, anche la maison ne è rimasta intaccata. La domanda, in fondo, è più semplice di quello che si vuole far credere: come può un brand che deve produrre sogno – un tempo comune a tutti – generarlo oggi che il sogno non esiste più? Cosa sogna oggi l’essere umano?
La sfilata Haute Couture Autunno/Inverno 2026–2027 ha provato a rispondere a questo stallo con la collezione “The Abyss”. Il concept vuole comunicarci che, in fondo, l’abbandono all’ignoto può anche essere la chiave per dare vita a qualcosa di davvero inedito. Una furbata concettuale in cui il senso abissale proposto viene strategicamente spostato dal globale al singolo individuo, così da poter essere accolto, romanticizzato e, se necessario, snaturato. Lo stesso designer, evidentemente colto dall’esasperazione della crisi, ha confessato che l’idea è nata proprio dalla saturazione verso una caterva di progetti di studenti e designer emergenti, capaci solo di proporre collezioni impeccabili – spesso frutto di intelligenza artificiale – ma gelide e prive di pensiero. Roseberry ha ammesso lo scontro con la freddezza di milioni di portfolio fotocopia, dominati da formule geometriche e firmati grossomodo da ragazzi di altissima estrazione sociale – gli unici che oggi possono permettersi le rette di scuole prestigiose – che inviano disegni di vestiti astrusi al solo scopo di risultare inediti.
Così, anziché comprendere che quei progetti e l’abisso in cui ci troviamo altro non sono che il risultato finale di un progetto capitalista alla deriva, si preferisce scaricare la responsabilità sul singolo, quasi permettendogli di vivere questo stato di sprofondo e, anzi, invogliandolo a starci dentro proprio perché è al suo interno che può trovare le risposte. Touché, Roseberry.
La verità è che Roseberry non può creare una collezione per dire e fare realmente ciò che pensa, un privilegio che Elsa Schiaparelli poteva ancora permettersi. La maison oggi è pressata da dinamiche industriali e finanziarie che impediscono l'autenticità del pensiero, poiché ogni mossa è dettata da pressioni terze. Pertanto, ciò che vediamo sulla passerella è solo il risultato di un brand che fa semplicemente il suo dovere: deve generare un sogno. Solo che stavolta prova a farlo vivendo un incubo, adattandosi al contesto di crisi. L'ibridazione dei materiali – che introduce in passerella elementi scultorei in silicone, lattice ed effetti bagnati – diventa così una scelta strategica di campo, dove l'arte scultorea serve a nascondere il campionario commerciale. È l'estrema estetizzazione di un marchio ormai dilaniato dalla sua stessa eredità.
A furia di voler cercare a tutti i costi un senso filosofeggiante dietro ogni singola cucitura, la moda ha perso la compassione, la bussola e pure la destinazione finale. Si produce, sì, ma esattamente per cosa? E soprattutto per chi? Se all'epoca Elsa Schiaparelli portava in passerella un'anarchia giocosa che puntava a colpire e affondare la borghesia, oggi a cosa si punta? Come si fa a mirare a un unico obiettivo quando si deve rispondere a troppi consigli di amministrazione e variabili finanziarie?
Le sfilate di Haute Couture non sono da considerarsi solo un evento di moda fine a se stesso, perché nei fatti rappresentano un potere che va ben oltre il concetto di abito e passerella. Questi eventi costituiscono nel concreto il laboratorio socio-politico in cui si plasma il pensiero dei prossimi anni, il perimetro estetico dei trend futuri e, inevitabilmente, ciò che saremo costretti a pensare. Il mondo della moda ha compreso benissimo la profonda crisi antropologica che stiamo vivendo, e anziché combatterla tenta disperatamente di appropriarsene e di monetizzarla. Come? Mercificando il disagio e lo smarrimento stesso. È un'operazione che il sistema ha già fatto in passato, ma che oggi ha affinato con cinica maestria, perché l'industria ha capito che non serve offrire una cura o una soluzione al malessere contemporaneo. Basta accogliere il trauma del momento, estetizzarlo e, di fatto, snaturarlo delle sue istanze di protesta. In questo senso Roseberry accoglie l’abisso che forse lui stesso sta vivendo, ma che al tempo stesso vivono gli altri, assorbendo la crisi del settore e il vuoto sociale per sputarli fuori sotto forma di intrattenimento per l'élite.
La soluzione a questo cortocircuito è comprendere che l'abisso non è dentro di noi, ma che l'abisso è il sistema stesso. Quando guardiamo i vestiti scultorei in silicone ed effetto bagnato di Schiaparelli, non dobbiamo leggerli come l'esplorazione dell'anima del designer, ma come la proiezione della prigione industriale e finanziaria in cui lui per primo è rinchiuso, perché lo smarrimento di Roseberry è strutturale, non artistico.
L'Haute Couture vive proprio su questa frammentazione, dividendo chi acquista l'abito da 100.000 euro, chi compra il rossetto da 40 euro per sentirsi parte del sogno, e gli studenti ricchi che producono portfolio gelidi per posizionamento sociale. La vera risposta sta allora nel dis-esilio, ovvero nell'unire questi punti separati e riconoscere che quel senso di vuoto e di saturazione visiva è un fatto politico collettivo, e che quindi l'attacco non va rivolto alla sfilata in sé, o al designer, ma all'impianto capitalistico che ha fallito, e che fagocita il nostro disagio per rimetterlo sul mercato sotto forma di merce esclusiva.