Il passato come arma, il futuro come proprietà privata
Il discorso di Rubio alla Conferenza di Monaco: tra nostalgia e potere, la civiltà diventa brand e la forza si traveste da valore morale
Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell'amico Oscar Monaco
Ascoltare l'intervento di Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco è come assistere a una messa solenne dell’imperialismo occidentale, con incenso retorico, santi canonizzati a posteriori e peccatori sempre rigorosamente altrove. Un discorso lungo, torrenziale, apparentemente colto, in realtà ideologicamente primitivo, che usa la storia come un jukebox, premi un tasto e parte la colonna sonora che serve in quel momento.
Rubio apre evocando il Muro di Berlino, la crisi dei missili cubani, la guerra fredda, cioè l’album dei grandi successi, per stabilire subito la cornice morale, noi siamo la civiltà, gli altri sono la minaccia. È il trucco più vecchio del mondo, se controlli il passato, puoi sequestrare il futuro. Il problema è che qui la storia non è analisi, è scenografia, serve a nobilitare una tesi già decisa, l’Occidente è buono per definizione, quando domina lo fa per salvare, quando bombarda lo fa per responsabilità, quando sfrutta lo fa per errore in buona fede.
Il cuore del discorso è una gigantesca operazione di scarico di responsabilità. La deindustrializzazione non è stata causata dal capitalismo globale, no, è stata una scelta astratta, quasi metafisica, come se i governi non fossero stati strumenti perfetti di interessi economici ben concreti. La finanza non esiste, le multinazionali non esistono, il capitale non esiste, esistono solo élite ingenue che hanno creduto nel libero scambio per sbaglio. È una narrazione comodissima, perché assolve il sistema e colpevolizza una nebulosa classe dirigente senza volto.
Poi arriva il capolavoro sociologico, la migrazione. Non come fenomeno storico strutturale, non come effetto di guerre, saccheggi, destabilizzazioni spesso occidentali, ma come una specie di calamità naturale, uno tsunami morale che minaccia la purezza culturale. Nessuna parola su chi ha distrutto Stati, economie, equilibri regionali. Il migrante appare dal nulla, come un’invasione biblica, mai come una conseguenza. È l’eterna magia imperiale, creare il problema e poi presentarsi come unica soluzione.
Il discorso sulla sovranità è ancora più grottesco. Quando l’Occidente viola confini, rovescia governi, impone sanzioni che affamano intere popolazioni, quello è realismo, leadership, responsabilità globale. Quando altri rivendicano la propria sovranità, allora improvvisamente diventa una minaccia all’ordine mondiale. Un ordine, guarda caso, scritto, controllato e applicato sempre dagli stessi. L’ONU viene liquidata come inutile non perché è strutturalmente paralizzata dalle grandi potenze, ma perché non obbedisce abbastanza velocemente. Se non funziona come braccio operativo di Washington, allora è fallita.
Straordinario anche l’uso della cultura europea. Dante, Beethoven, Michelangelo, i Beatles, tutto buttato nello stesso calderone come se fossero testimonial di una campagna NATO. La civiltà ridotta a brand, la cultura trasformata in giustificazione morale per la superiorità geopolitica. Non è amore per l’Europa, è appropriazione simbolica, sei dei nostri solo se confermi la linea, se dissenti diventi ingrato, debole, decadente.
Quando Rubio parla di non provare vergogna, il lapsus è rivelatore. Perché la vergogna non nasce dal nulla, nasce da secoli di colonialismo, schiavitù, genocidi, sfruttamento sistematico. Dire non vergognatevi non è un invito alla consapevolezza, è un ordine di rimozione. Dimenticate, assolvetevi, andiamo avanti come se nulla fosse, perché ricordare troppo ostacola la proiezione di potenza.
E poi la parte più inquietante, quella detta col sorriso. Bombardamenti chirurgici, forze speciali, precisione morale. La violenza diventa igienica, quasi elegante. Non è guerra, è manutenzione dell’ordine. Non sono morti, sono effetti collaterali. Non sono interessi, sono valori. È l’imperialismo che si guarda allo specchio e si trova bellissimo.
Il tutto incorniciato dal riferimento costante a Donald Trump, presentato come restauratore di una grandezza perduta. Non un progetto politico, ma un mito restaurativo, torniamo a quando comandavamo senza doverci giustificare troppo. Il futuro non come spazio di emancipazione, ma come ritorno a un passato idealizzato, ripulito, semplificato, armato.
Questo non è un discorso sulla sicurezza. È un discorso sulla paura, sulla nostalgia, sul bisogno disperato di riaffermare una centralità che il mondo multipolare sta erodendo. È l’Occidente che non accetta di essere uno tra tanti, che pretende di restare misura di tutte le cose, giudice, poliziotto e narratore ufficiale.
Altro che fine della storia. Qui siamo alla sua riscrittura forzata, con le bombe a fare da note a piè di pagina e la retorica della civiltà a coprirne il rumore.