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La passerella della resa

11 luglio 2026

Dal cyberpunk al grunge, la moda ha trasformato gli avvertimenti delle controculture in un’estetica dell’adattamento

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di Serena Parascandolo

Da qualche tempo la moda ha rinunciato a promettere che andrà tutto bene. Le passerelle continuano a funzionare come apparati del desiderio, gli investimenti restano ingenti e i cartellini dei prezzi conservano intatta la capacità di separare chi può comprare da chi può soltanto guardare. Eppure, ciò che vi appare sopra assomiglia sempre meno all’idea rassicurante e borghese del lusso cui siamo abituati. Si vedono abiti corrosi da trattamenti industriali e corpi protetti da stratificazioni pesanti che ricordano corazze. Anche lo sguardo dei modelli sembra fisso nel vuoto cosmico o schermato da lenti scure. È un cambiamento profondo, che segna perfettamente il momento che stiamo attraversando e che merita una profonda lettura.

Per generazioni la moda ha venduto una distanza dal presente. Era una fabbrica di illusioni capace di esibire una vita più bella, più ordinata e perfino più felice. L’abito – nel suo significato più profondo – non serviva a coprire il corpo, ma a promettergli un’altra condizione sociale. Oggi quella promessa sta svanendo, la moda non intende più indicare una via d’uscita dalla crisi: preferisce fatturare sulla crisi, fornendoci l’equipaggiamento adatto per attraversarla.

Persino la rovina, negli atelier, viene trattata con cura. Si scelgono appositamente ambientazioni dall’estetica brutalista o vecchi capannoni industriali abbandonati. Così come l’usura del tessuto è calcolata al millimetro, e la precarietà viene rifinita attraverso ore di costoso lavoro manuale. Se mettiamo a nudo il paradosso economico, però, ci si rende conto che in fondo non si acquista la condizione tragica di chi è costretto a sopravvivere – nessuno la comprerebbe – ma il privilegio di portarne i segni senza subirne gli effetti reali. La differenza, come sempre, si misura nel prezzo.

Se osserviamo le estetiche delle recenti collezioni, notiamo quanto stiano ricorrendo a due fenomeni culturali che la moda ripropone come semplici repertori visivi, ma che all’origine non avevano solo l'obiettivo di insegnare come vestirsi: Il cyberpunk e il grunge. Entrambe sono il fulcro di queste linee, perché ambedue le tendenze intercettarono due manifestazioni della stessa trasformazione. Il primo osservava la macchina mentre si preparava a colonizzare la vita, il secondo rifletteva sulla carne gli effetti di un sistema che aveva già cominciato a farlo.

Il cyberpunk non elaborò un programma politico unitario, ma mise in scena con straordinario anticipo alcuni conflitti destinati a diventare centrali: il controllo privato delle infrastrutture, la sorveglianza, la proprietà dei dati e la sovranità sul corpo. Hacker e reietti dei bassifondi urbani erano archetipi narrativi utili a mostrare cosa si celava sotto la superficie luminosa dell’innovazione tecnologica. In quelle storie, l’uomo ampliava le proprie possibilità digitali solo per rendere invisibili i nuovi rapporti di dipendenza, e l'innesto cibernetico si rivelava spesso una forma di assoggettamento commerciale, non di liberazione.

Il grunge registrò la medesima trasformazione da una direzione opposta, più speculare e biologica. Non possedeva un manifesto comune, ma il modo in cui appariva finì per contraddire l’immagine dominante del successo. L’abito di seconda mano, la camicia da lavoro logora e il maglione slabbrato non nacquero a Seattle come semplici allenamenti di stile, ma come conseguenza visibile di un logorio sociale. Quel modo di vestire conviveva con profonde contraddizioni interne e dipendenze, eppure intercettava il rifiuto dell’ottimismo forzato degli anni Ottanta: la salute esibita nei media e la competizione elevata a virtù individuale. Il grunge mostrava nel concreto tutta la stanchezza cronica di chi non intendeva più partecipare alla recita del vincitore. Il suo carattere politico risiedeva nel venir meno della disponibilità a collaborare con l’immagine richiesta dal sistema.

Il verdetto, unendo i pezzi, mostra che dove il cyberpunk intuiva la colonizzazione del futuro e l'estinzione della privacy, il grunge registrava l’esaurimento del presente. Tecnologia alienante e depressione generazionale appartenevano alla stessa storia: quella di un sistema economico che cominciava a organizzare il tempo, l’attenzione e il modo in cui ciascuno interpreta la propria sofferenza.

Oggi la distanza critica di quei movimenti è scomparsa, e quando la distanza si azzera e restano disponibili soltanto le forme, il linguaggio continua a circolare mentre la critica che lo aveva generato diventa sempre più illeggibile. Mark Fisher ha tradotto questa condizione con il realismo capitalista, dove il sistema non deve più promettere un futuro migliore, perché è riuscito a rendere impensabile un futuro diverso. Tollera di essere raccontato come una macchina mostruosa, purché quel racconto non modifichi la percezione della sua permanenza. Fisher ci permette di vedere il punto in cui il cyberpunk e il grunge smettono di appartenere al margine e diventano atmosfera quotidiana. E dal momento che l'orizzonte alternativo è sbarrato, il mercato non deve più vendere il sogno del domani, perchè può permettersi di monetizzare la gestione della sopravvivenza nell'oggi.

La moda contemporanea quindi incontra queste due controculture, perché ha riconosciuto che le condizioni da loro raccontate sono diventate il nostro ambiente naturale. Il futuro sorvegliato del cyberpunk si è materializzato nei feed verticali di TikTok e nella sorveglianza predittiva di Meta, così come la stanchezza del grunge si è stabilita nella reperibilità continua di WhatsApp e nella difficoltà cronica di distinguere il tempo del lavoro da quello dell'esistenza.

Questa coincidenza antropologica smette di essere teoria e si fa materia nei casi più evidenti delle recenti sfilate. Si esprime nella collezione Mud Show di Demna Gvasalia per Balenciaga, dove l'usura grunge del cotone pesante e gli occhiali avvolgenti — veri e propri schermi di difesa dall'esposizione costante — vengono immersi in una passerella di fango vero, trasformando lo spettro del rifugiato in un codice d'élite. Si ritrova nelle architetture sartoriali di Rick Owens, che traduce l'avvertimento cyberpunk in corazze protettive e piumini monumentali, sagomando corpi preparati all'impatto con un esterno percepito come ostile. E si riflette, infine, nei lavori di Elena Velez, dove i tessuti grezzi, sfilacciati e macchiati non evocano più la vita vissuta dentro l'abito, ma incorporano l'usura prima ancora che l'esperienza possa produrla, normalizzando l'estetica della precarietà.

Il risultato è un’estetica dell’adattamento. Il lusso parte dall’ipotesi che il mondo gestito dai colossi della Silicon Valley abbia già assunto i caratteri che un tempo attribuivamo alla fine dei tempi, a quel punto resta solo da stabilire come vestirsi per muoversi dentro un mondo deteriorato senza pretendere di modificarlo. L’adattamento però, è la virtù dei prigionieri. Ed è contro questa resa che si scaglia l’ultima scommessa teorica di Mark Fisher. Poco prima della sua morte, il filosofo aveva iniziato a lavorare a Acid Communism, il suo progetto rimasto incompiuto. In quel testo, non si cercava un revival nostalgico degli anni Sessanta, ma la ricerca di uno spazio politico capace di sottrarre il desiderio alla gestione monopolistica delle piattaforme digitali. Fisher tornava a una stagione nella quale la liberazione del tempo, l’automazione delle macchine e l’espansione della coscienza sembravano appartenere allo stesso orizzonte, per riaprire una possibilità che la disciplina della scarsità vuole chiusa: immaginare una vita non organizzata interamente dal profitto e dalla competizione.

L’incompiutezza di quel libro lascia aperto il passaggio che la moda contemporanea non ha rinunciato a percorrere, ovvero quello dall’adattamento alla possibilità. Il mercato vince quando il linguaggio della protesta serve soltanto a riconoscersi individualmente dentro il disagio della propria bolla sociale. Non occorre più reprimere la rabbia, quando è possibile darle una silhouette da vendere in boutique, né tantomeno serve nascondere il collasso, quando in fondo si può rendere come un trend aspirazionale.

Forse lo scandalo non è che il lusso venda abiti da sopravvissuti a chi può permetterseli. Lo scandalo è che abbiamo cominciato a considerare la sopravvivenza come l’unico futuro disponibile. Il capitalismo non ha più bisogno del nostro entusiasmo né del nostro amore, gli basta che ci vestiamo bene mentre rinunciamo a sostituirlo.