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La pelota nel pozzo

di
Alex Hernandez
Alex Hernandez

Sognatore disilluso, lettore di libri fino a pagina 33. Abitante della Selva Lacandona ma non disdegno la Sierra Maestra

22 luglio 2026

Il trionfo della Roja: il successo di un calcio collettivo, giovane e plurale che batte retorica ed élites

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C'è un fuoriclasse ancora in fasce che non ha timore di sventolare la bandiera palestinese, lui, figlio di immigrati, non dimentica mai il sobborgo in cui è cresciuto (Barrio Rocafonda 304), ma soprattutto non dimentica che prima di essere campione bisogna saper essere uomo.

Lamine Yamal è il simbolo di una Spagna che prova ad opporsi al fascismo dilagante ed usa lo sport come tribuna morale perché sa che un pallone può portare un raggio di luce in mezzo a tanta oscurità: il trionfo mondiale spagnolo è uno schiaffo all’idea che pochi possano controllare tutto, e risuona vibrante nel silenzio delle arene statunitensi sui genocidi e sulle guerre, almeno per una notte. E ancora, la vittoria spagnola è Pedro Sanchez, tirato dentro un fascicolo impacchettato ad hoc da Washington, con la camiseta della Roja; è la rivincita dei soprusi sportivi a cui ci ha abituato questo mondiale, dal miglior arbitro africano respinto alla sospensione della squalifica di Balogun su chiamata (di Trump) ad Infantino, passando per il trattamento riservato alla nazionale iraniana e ai tanti episodi dubbi sul campo, nonostante la tecnologia.

Le élites suprematiste avevano deciso di tifare la Seleccion e il giocatore che ha rappresentato il calcio negli ultimi 20 anni, l’apolitica e ignava pulce: membri dell’IDF avevano persino dichiarato che in caso di vittoria sarebbero andati a sventolare la bandiera argentina nei villaggi in Cisgiordania. Siamo ben contenti oggi di appurare che quelle bandiere possano riporsele comodamente lì dove non batte mai il sole (a meno della “Estrella solitaria”, a sto punto).

Siamo qui però a celebrare la vittoria della Spagna per tanti altri aspetti che vanno aldilà della geopolitica, alcuni deliziosamente tecnico-sportivi, su cui passeremo brevemente, altri puramente politici.

Il calcio in Spagna viene insegnato, fin dai primi palleggi, come un passatempo ludico e collettivo: si può vincere come perdere. La scuola spagnola si differenzia dalla maggior parte delle altre perché gli allenamenti sono palla al piede: la tecnica di base rimane fondamentale, si gioca per divertirsi e per far divertire, si cerca di limare gli individualismi che possano ledere l’unità della squadra, non ci sono stelle che brillano solitarie ma solo costellazioni. La costellazione spagnola è fatta si di agganci volanti spettacolari, passaggi di prima millimetrici, stop deliziosi ma, soprattutto, della rincorsa dell’avversario fin sulla propria area da parte di tutti, campioni o meno che siano (vedasi Lamine Yamal braccare Mbappé al 76esimo della semifinale, con annesso fallo).

La Spagna però oggi non vince soltanto per le sue cantere, per la sua tecnica o per il suo schieramento geopolitico, ma per scelte politiche precise di cui faremo qualche breve esempio di seguito.

La Roja e la meritocrazia

Luis De La Fuente, l’allenatore delle Furie Rosse, non ha mai allenato un grande club: si è occupato fino 2011 delle giovanili del Athletic Bilbao (forgiando gente come Iker Muniain), poi dal 2013 ha cominciato a lavorare per la federazione spagnola, girando e vincendo con tutte le varie Under fino a prendere la guida della nazionale maggiore, battendo una concorrenza sulla carta molto più blasonata.

Qualche malalingua lo definirebbe un burocrate, in tanti lo descrivono allenatore di filiera: di sicuro è qualcuno che conosce molto bene i giovani calciatori e sa come valorizzarli, mettendo da parte tutti gli individualismi e le retoriche proprie del calcio per concentrarsi sull’idea di gruppo. Un po' come se in Italia affidassero la nazionale maggiore ad Alberto Bollini, attuale allenatore dell’U-19 con cui ha vinto gli europei di categoria nel 2023. In Italia, invece, si cerca il nome roboante che possa tirare fuori dal cilindro il coniglio che risolva i problemi strutturali del sistema calcio nostrano - o il solito capro espiatorio da mettere alla gogna in caso di fallimento o tradimento. Insomma, il puro sensazionalismo che tanto piace agli abitanti di un paese in cui la meritocrazia viene utilizzata meramente come arma retorica nei confronti dei poveracci: se c’è da scegliere qualcuno per un posto di prestigio si pesca sempre dallo stesso mazzo di carte.

Integrazione e multiculturalità

Se si scorre la rosa spagnola ci si rende subito conto conto che le radici dei nomi sono basche ma anche catalane, castigliane e talvolta africane: la nazionale spagnola è quel posto in cui le differenze diventano l’arma in più per scardinare le difese avversarie o per difendere all’unisono la propria porta (la Spagna ha subito 1 solo gol in tutto il mondiale), rispettando l’identità di tutti (guardare le varie bandiere regionali portate sul palco dei festeggiamenti) - perché un basco è prima di tutto basco, poi è anche spagnolo.

Ma la multiculturalità si educa e si difende, e così quando l’ex premier spagnolo Rajoy esegue pindarici voli razzisti, la nazionale spagnola (come il governo) è pronta a prendere le distanze da quelle parole tacciandole senza mezzi termini come xenofobe ed elogiando la multiculturalità prima di tutto come ricchezza, sia questa dentro o fuori dei confini iberici.

Vengono in mente le tristi vicende del bomber Balotelli, mai protetto veramente quando attaccato per il colore della sua pelle dai patrioti nostrani: evidentemente, il sistema Italia non è mai riuscito a sradicare quella paura del diverso insita nella cultura italiana e anche un po' nell'indole umana.

Fiducia nei giovani

Nella finale mondiale, la Spagna ha schierato titolari due 19enni e l’età media della formazione iniziale era di 3 anni inferiore a quella dell’Argentina: non basta però questo a vincere una partita o un mondiale, almeno non sempre. C'è bisogno che quei giovani siano stati abituati a vivere quel tipo di pressione, che giochino nelle squadre di club in base al loro talento e non alla loro età e che abbiano completa fiducia nei propri mezzi tecnici e in quelli del compagno di fianco: se qualcuno sbaglia dovrà esserci un altro pronto a metterci una pezza, così da sfruttare allo stesso tempo la dinamicità, la spensieratezza e l’estro ribelle che soltanto un ragazzo è in grado di dare.

Mi tornano alla mente tutti quei giovani cresciuti nei vivai italiani mandati nelle leghe minori a farsi le ossa per troppo tempo perché non ancora pronti, rimpiazzati nel frattempo da giocatori a fine carriera, ingaggiati a parametro zero, che hanno “l’esperienza e i nervi saldi” giusti per vincere le noiose partite della serie A italiana.

La lotta al machismo

L'immagine di Nico Williams che corre a mettere al collo della madre la medaglia d’oro appena ricevuta fa da contraltare a quella violenza messa sul campo dagli argentini con i tanti colpi proibiti durante il tempo di gioco che poi, al fischio finale, si son trasformati in minacce, risse e spintoni: certo, rincorrere la pelota per 120 minuti sarà pur snervante, ma saper accettare la superiorità dell’avversario fa parte del gioco.

Lo sguardo felice e commosso di un figlio che si dirige verso la madre per regalarle quanto di più prezioso possiede, per ringraziarla di aver attraversato a piedi l'Africa e avergli donato un futuro migliore, illumina fotogrammi intrisi di un amore tale da far passare in secondo piano ogni tipo di machismo visto fino a quel momento.

Infrastrutture sportive

Si può star qui a discutere per ore che il problema del calcio italiano sia dovuto al fatto che i bambini non siano più in strada a giocare con la palla. La vittoria spagnola ci insegna che non si vince soltanto con un campo e una porta sbilenca tracciati alla buona: fosse così i paesi del terzo mondo dovrebbero esprimere il miglior livello di calcio, ma la realtà ci dice tutt’altro.

È invece vincente un sistema capillare di infrastrutture e tecnici federali che parlano tutti lo stesso calcio, che possano effettivamente scovare i talenti grezzi ma che abbiano nel contempo la forza di valorizzarli offrendogli la possibilità di allenarsi e studiare: non importa se quei talenti arrivino da Vallecas o da Rocafonda, o da qualche Barrio Sevillano o da un pueblo de la Mancha dimenticato da Dio. Il talento è talento in ogni dove, ma se non viene coltivato rimane talento sprecato.

La vittoria della Spagna rappresenta la vittoria di un sistema più giusto e più equo di altri non soltanto dal punto di vista sportivo ed organizzativo, ma soprattutto da un punto di vista umano.

Le élites hanno scelto l'Argentina. Il popolo, dalla Palestina fino a Cuba, la Spagna. Un barlume di speranza rimane vivo in questa spietata lotta fra pochi privilegiati, tecnocrati guerrafondai, e il resto del mondo che tali privilegi è costretta a concederli sotto un ricatto violento e spietato.

Per me Spagna-Argentina è stata anche questo.