Perché le nostre città sono diventate vetrine per ricchi
Militante e studentessa di Cooperazione Internazionale. Le ingiustizie mi fanno arrabbiare.
Breve storia della città neoliberista: dalle fabbriche alle vetrine
In uno dei suoi saggi, il geografo Peter J. Taylor definisce l'esistenza di tre scale di osservazione dei fenomeni urbani: la scala globale come "scala della realtà", la scala nazionale come "scala dell'ideologia" e infine la scala urbana come "scala dell'esperienza diretta", laddove si manifestano concretamente gli effetti prodotti dalle scale superiori. Nonostante la pervasività con cui i mezzi di comunicazione sono entrati nelle nostre vite, la nostra percezione della realtà rimane in larga parte plasmata da ciò che sperimentiamo direttamente nel quotidiano: la casa, il quartiere, la città in cui si vive. Siamo portati ad associare il concetto di luogo fisico a qualcosa di statico, di fermo, ma la realtà è ben diversa: i luoghi cambiano, e a cambiarli siamo soprattutto noi essere umani.
I modelli di città, e perfino il suo concetto stesso, hanno infatti subito profonde trasformazioni con l'avvento della globalizzazione e del neoliberismo negli anni Ottanta. Trasformazioni che, talvolta, ci fanno storcere il naso: la graziosa botteghina sotto casa sostituita da un imperante mostro di cemento, gli affitti che schizzano alle stelle, la costruzione di grandi opere semi-inutili - se non addirittura nocive, come nel caso dell’inceneritore di Roma - e così via. I quartieri che conosciamo sembrano via via perdere la propria identità per conformarsi a un’estetica grigia e alienante – e menomale che il brutalismo sovietico era brutto ...–, respingendo noi per attirare qualcun’altro, o qualcos’altro: turisti, capitali, residenti più ricchi.
Insomma, perché le città di oggi non ci sembrano più "a misura d'uomo"? Per comprenderne i motivi e riuscire a razionalizzare queste sensazioni è necessario analizzare l'intreccio tra il modello economico dominante e la dimensione urbana, seguendo l'evoluzione che ha portato alla nascita della città neoliberista contemporanea.
Dalla città fordista al neoliberismo
Facciamo un passo indietro e guardiamo al modello fordista, dalla sua economia alle fabbriche. Questo modello si sviluppò a partire dall'introduzione di innovazioni tecnologiche e organizzative, come la catena di montaggio, ma si estese ben oltre la fabbrica, coinvolgendo una serie di elementi economici, sociali e culturali. Tra le sue caratteristiche si annoverano infatti elementi come il mercato di consumo di massa, l'intervento diretto dello Stato nell'economia secondo principi keynesiani, una specifica cultura del lavoro e del consumo, un modello familiare tradizionale con una chiara divisione di genere del lavoro, la centralità della mobilità privata favorita dalla diffusione dell'automobile e la fortissima sindacalizzazione dei lavoratori. La concentrazione di migliaia di operai nel medesimo stabilimento, contratti simili e condizioni di lavoro standardizzate favorivano infatti l’organizzazione collettiva e la consapevolezza del lavoratore del proprio ruolo, sia all’interno della fabbrica che nella società nel suo complesso, in contrapposizione intrinseca con la funzione svolta invece dalla classe padronale nel capitalismo. Inoltre, l’influenza del marxismo e del Partito Comunista Italiano (PCI) nel nostro Paese rendeva necessario da parte dei dirigenti politici non comunisti offrire delle concessioni che potessero quietare gli animi dei lavoratori e garantire il cosiddetto patto sociale.
Il modello di lavoratore ideale nel fordismo era rappresentato da un individuo in salute, di buona costituzione fisica, pagato a sufficienza per svolgere efficacemente anche il suo ruolo di consumatore, e che conducesse una vita “stabile”. All'interno di questo quadro, le città cambiarono per rispondere alle esigenze della grande industria e della classe operaia. Esse non costituivano semplicemente un “prodotto” del fordismo, ma una componente essenziale di questo sistema, in grado di garantire la riproduzione sociale su larga scala e l’organizzazione della produzione. Le attività industriali erano concentrate all'interno del tessuto urbano, al punto da far emergere delle vere e proprie "città fabbrica". La crescita esponenziale delle città industriali contribuì alla formazione di periferie operaie ad alta densità abitativa e cinture industriali -fenomeno noto come suburbanizzazione- con quartieri residenziali destinati ad accogliere masse di lavoratori e famiglie. Il Piano INA-Casa promosso dal 1949 fino al 1963 fu il contributo più importante nella storia della repubblica italiana in questo senso, prima di essere smantellato a causa delle pressioni lobbistiche e dalle nascenti logiche del neoliberismo. Lo scopo del piano era quindi quello di stabilizzare le comunità, non espellerle.
Il paradigma fordista entrò in crisi tra gli anni Settanta e Ottanta a causa di diversi fattori: la crisi della produzione di massa, la crisi petrolifera, il mutamento degli equilibri geoeconomici con l'ascesa di nuove potenze industriali asiatiche e la diffusione delle tecnologie informatiche, che cambiarono radicalmente l'organizzazione della produzione e le logiche di localizzazione industriale. Questa transizione rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella storia del capitalismo, durante il quale si manifestarono fratture sempre più evidenti rispetto al modello tradizionale di interpretazione della città.
Il mondo infatti cambiava a velocità record, e la rigidità della fabbrica fordista non le consentiva di rimanere al passo con i tempi: le nuove parole d’ordine diventarono flessibilità, rapidità, adattamento, esternalizzazione... e possibilmente lavoratori un po’ più mansueti.
Le conseguenze furono molteplici: l’industria manifatturiera perse importanza, e con essa la classe operaia come soggetto produttivo e del conflitto sindacale, mentre crebbe il ceto medio impiegatizio – i cosiddetti “colletti bianchi” - con l'affermazione della società dei servizi e dell'informazione. La classe lavoratrice cominciò a disgregarsi e a diventare sempre più precaria e autonoma, perdendo la sua connotazione di classe in senso tradizionale.
La deindustrializzazione lascia tutt’oggi nel tessuto urbano numerosi spazi abbandonati, soprattutto in quelle città che vanno via via spopolandosi; nelle città più ricche, invece, li vediamo spesso riconvertiti in loft residenziali, musei, studi artistici o spazi culturali. Le città, dunque, tendono a trasformarsi da luoghi di produzione a luoghi prevalentemente di consumo, diventando spazi dedicati all'acquisto di beni, servizi ed esperienze, con particolare considerazione per l’aspetto culturale, che questo sia autentico o semplicemente scimmiottato.
Sebbene la transizione dalla città fordista a postfordista riguardi tipicamente l’Occidente, il modello urbano consumistico tende a diffondersi su scala globale.
Sarebbe tuttavia errato pensare che la produzione industriale sia semplicemente scomparsa: quello che ha fatto, più esattamente, è cambiare forma e localizzazione. È qui, infatti, che subentra il modello della “specializzazione flessibile”; per capirci, quello dei cluster e dei distretti industriali. Basta alle massicce strutture produttive che concentrano al loro interno ogni fase della filiera produttiva: da questo momento in poi, tutto viene esternalizzato tra piccole e medie imprese più leggere e flessibili. Parallelamente, le multinazionali scaricano nel Sud del mondo le fasi a più alta intensità di lavoro sfruttando i costi minori, con conseguenze note sulle popolazioni locali. Nel frattempo, i centri di comando e le attività ad alto valore aggiunto – come il marketing o il design del prodotto - vengono generalmente situati nei Paesi più ricchi.
La rigenerazione urbana post-industriale, ovvero sentirsi fighi visitando i musei
Come già accennato, il declino industriale rendeva necessaria una diversificazione della base economica, e la cultura appariva una risorsa strategica sia per la sua capacità di creare occupazione e nuovi consumi, sia per i suoi effetti indiretti sull'immagine e sull'attrattività urbana, con benefici estesi ad altri settori economici. Dobbiamo infatti tenere a mente che le città di oggi sono molto più “globali” di quanto lo fossero in passato, rendendo di fatto impossibile estrinsecarle dalle fitte reti transazionali di cui fanno parte.
In una prima fase, i governi locali si limitavano a sostenere eventi culturali tramite sponsorizzazioni private o a migliorare la gestione dei servizi culturali esistenti. Progressivamente, però, si è affermata l'idea che la spesa pubblica in cultura potesse essere un investimento strategico per la rigenerazione economica, sociale e fisica delle città postindustriali.
In alcuni casi, la cultura è diventata il motore principale della trasformazione urbana, processo definito come culture-led regeneration, in cui la rigenerazione della città è guidata esplicitamente da interventi culturali. L’offerta culturale tende sempre meno a venire considerata un semplice servizio pubblico, e sempre più una leva di crescita economica, al punto da parlare di culturalizzazione dell'economia urbana. Essa diventa parte integrante delle strategie di sviluppo, contribuendo a ridefinire il profilo competitivo delle città.
Questo fenomeno tende a stereotipizzare fortemente le classiche “città d’arte” come Firenze, esaltandone solo alcuni aspetti specifici per occultarne altri meno attrattivi. Abbiamo poi casi degni di nota come quello di Liverpool nel Regno Unito, città portuale e industriale che, come molte altre tra gli anni ‘70 e ‘80, si trovò ad affrontare una serie di problematiche come il degrado urbano e la disoccupazione di massa. Per uscire dalla crisi si è tentato di rilanciare la città come centro di interesse culturale; questa strategia ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, ma ha anche dato vita a evidenti contraddizioni: l’intenso sviluppo edilizio che aveva accompagnato la riqualificazione di Liverpool - in particolare con la costruzione di grattacieli – compromise il valore storico-paesaggistico del waterfront, portando al mancato rinnovo del titolo di “Patrimonio UNESCO” nel 2021.
Chi governa davvero le città, e come?
Il settore pubblico ha perso oggi il ruolo tradizionale di comando e controllo diretto, assumendo quello di “facilitatore”. Esso non si concentra più sulla fornitura di servizi, ma crea le condizioni affinché soggetti privati possano farlo. Si creano perciò intrecci fatti di attori pubblici e privati che collaborano su progetti e interessi specifici, spesso tramite accordi temporanei, portando spesso alla realizzazione di progetti scollegati dai reali bisogni dei cittadini. Un esempio chiaro è, ancora una volta, quello delle politiche abitative: possiamo facilmente constatare come la presenza dell’edilizia pubblica sia fortemente diminuita nel tempo, da un lato perché una parte di essa viene progressivamente venduta, dall’altro perché questa perdita non viene sostituita dalla costruzione di altri immobili. Non solo, ma molte case popolari non ricevono manutenzione da anni, lasciando intere famiglie in condizioni di estremo disagio. A queste tendenze si somma quella dei senzatetto, ormai in costante aumento da oltre un decennio, con la capitale in cima alla lista per numero di casi.
La risposta dello Stato e delle amministrazioni comunali a questi problemi è generalmente scarsa; sempre di più invece assistiamo a progetti di “housing sociale”, cioè alloggi destinati a fasce di popolazione specifiche, in particolare afferenti alla classe media. Anche qui, il pubblico non costruisce direttamente le case, ma affida la loro realizzazione ad attori privati, rinunciando a risolvere problemi ben più gravi e prioritari che affliggono numerosi cittadini in condizione di povertà relativa o assoluta.
Poiché molte decisioni vengono prese al di fuori dei tradizionali canali elettivi, la governance solleva un problema cruciale di legittimità democratica. Attori privati auto-interessati — spesso espressione delle élite economiche e sociali — esercitano un'influenza rilevante, rendendo meno trasparente capire chi governa realmente la città. In alcuni casi, queste reti di attori danno origine a regimi urbani: coalizioni informali ma stabili, capaci di orientare nel tempo le politiche pubbliche locali.
Dal punto di vista teorico, la governance non esclude la partecipazione di soggetti considerati più “deboli” e popolari, come ONG, movimenti sociali, associazioni e singoli cittadini. Per questo motivo il concetto di governance è spesso affiancato a quello di partecipazione, intesa come l'insieme delle pratiche volte a rendere più inclusivi i processi decisionali pubblici. Un’interpretazione spesso di comodo, che nella realtà di tutti i giorni genera circuiti di “amichettismo” e appalti affidati ai soliti noti, anche in quegli spazi considerati di sinistra.
L'impatto materiale del neoliberalismo
Il neoliberalismo incide sulla forma materiale delle città: oltre alla frammentazione interna, produce paesaggi urbani sempre più simili in contesti geografici lontani. Un esempio emblematico è la diffusione dei distretti finanziari verticali, dominati da grattacieli progettati da archistar internazionali.
A ciò si affianca la creazione di aree centrali curate esteticamente per specifici utenti, come i turisti, accompagnata dalla rimozione di elementi umani ritenuti indesiderati - ad esempio le persone senza fissa dimora - , attraverso la cosiddetta “architettura ostile”. Le risorse pubbliche e private poi si concentrano in modo selettivo su alcune aree e funzioni, rafforzando la disomogeneità e la divisione dello spazio urbano.
Un'espressione particolarmente evidente è rappresentata dai Business Improvement Districts (BIDs). Nati negli anni Settanta in Canada e Stati Uniti e diffusisi dagli anni Novanta anche in Europa, i BIDs sono aree urbane, spesso centrali e commerciali, gestite da soggetti privati. Funzioni tradizionalmente pubbliche, come la sicurezza o la manutenzione dello spazio, vengono affidate ai proprietari delle attività commerciali, organizzati in associazioni. L'obiettivo è migliorare l'attrattività e la fruizione dell'area, ma esclusivamente in funzione degli interessi economici: sono frequenti il ricorso a guardie private e l'allontanamento di soggetti considerati disturbanti.
Un fenomeno particolarmente sentito nei grandi centri urbani è la gentrificazione, con cui intendiamo il processo di trasformazione urbana in cui un quartiere popolare viene progressivamente occupato da classi sociali più abbienti, portando all’espulsione della popolazione originaria. Il termine venne coniato dalla sociologa Ruth Glass negli anni ‘60 quando osservò per la prima volta la riqualificazione dei quartieri operai londinesi, descrivendo non solo la metamorfosi delle case, ma quella dell’intera estetica e composizione sociale del quartiere.
Ciò che consente l’espulsione degli abitanti storici, e che trasforma perciò la riqualificazione in gentrificazione, è però il fenomeno della speculazione edilizia. Per spiegarlo, dobbiamo ricordarci di un concetto basilare: il valore di un immobile non dipende solo da elementi endogeni, ma da tutto ciò che lo circonda fisicamente: case circostanti, centri commerciali, infrastrutture ecc..
Uno speculatore, specialmente se legato ai centri del potere, può venire a conoscenza ancor prima dei residenti di un eventuale progetto che l’amministrazione comunale è intenzionata a realizzare in un dato quartiere e sfruttare a suo vantaggio questa asimmetria informativa per comprare case con l’obiettivo di rivenderle in futuro a prezzi maggiorati, concedere solo affitti a breve termine o tenendole appositamente sfitte. Tutto ciò in piena legalità, soprattutto per quanto riguarda il nostro Paese. L’Italia, infatti, tra vuoti normativi e leggi volte a incentivare il fenomeno [art. 1, comma 751 della Legge di Bilancio 2020 (L. 160/2019)] [art. 3 del D.Lgs 23/2011], si configura come un vero e proprio paradiso degli speculatori, distinguendosi negativamente da altre nazioni europee che - pur non aspirando certo al socialismo – cercano perlomeno di contrastare questa piaga ormai dilagante, come nel caso della capitale francese.
Gli studiosi distinguono quattro ondate del processo di gentrificazione:
- Prima Ondata (anni ‘50-’70): casi sporadici e localizzati solo in poche grandi città.
- Seconda Ondata (fine anni ‘70): il fenomeno si ancora e si diffonde. I capitali privati e il settore immobiliare guardano alle opportunità di profitto, con il supporto indiretto dello Stato.
- Terza Ondata (anni ‘90): La gentrificazione diventa globale. Lo Stato non si limita al ruolo di osservatore, ma promuove attivamente questo processo attraverso interventi di demolizione e ricostruzione. Nasce la new-build gentrification, dove si costruiscono ex novo grattacieli e complessi di lusso in aree ex-industriali.
- Quarta Ondata (anni 2000): entra in gioco la finanziarizzazione. Grandi capitali finanziari internazionali investono nel mattone rendendo insostenibile il costo delle case, anche per la classe media: si parla addirittura di “super-gentrificazione”, dove il ceto medio-alto viene sostituito da quello dei super-ricchi.
La gentrificazione non ha carattere esclusivamente residenziale, ma può assumere diverse forme: da quella turistica - quando, per fare un esempio, vediamo immobili trasformati in AirBnb per trarne maggiore profitto – a quella commerciale, con la sostituzione dei negozi tradizionali a favore delle catene internazionali.
Possiamo infine inserire, accanto a questi due tipi di gentrificazione, una sua sottospecie più recente: la “foodification”, osservabile in quei quartieri che si riempiono di ristoranti, mercati gourment e festival enogastronomici, diventando veri e proprio strumenti di marketing, soprattutto in un Paese come il nostro, contraddistinto da una forte identità culturale legata al cibo.
Torniamo, allora, al punto di partenza.
Taylor ci ricordava che la scala urbana è quella dell’esperienza diretta: è lì, tra il marciapiede che calpestiamo e il tetto sotto cui dormiamo, che fenomeni immensi e in apparenza lontani, come la globalizzazione e il neoliberalismo, si fanno sentire davvero. La città non è più “a misura d’uomo” perché l’uomo non è più il soggetto per cui si progetta, ma solo un ingranaggio.
Ciò che descritto finora non è un’evoluzione naturale delle città, ma il risultato di una precisa relazione di classe riprodotta nello spazio. La fabbrica fordista, per quanto alienante, almeno rendeva visibile il conflitto tra capitale e lavoro; la città neoliberista, invece, dissolve questo conflitto in una miriade di processi frammentari – la gentrificazione, la precarietà abitativa, la finanziarizzazione del mattone – che lo rendono quasi impercettibile ai più. Il capitale non ha abbandonato la città: l’ha semplicemente riconfigurata a sua immagine, trasformando il suolo in rendita, la casa in merce e il cittadino in semplice utente. Se la vecchia città industriale era il teatro dello scontro di classe, quella contemporanea ne è il prodotto più avanzato e meno leggibile. E proprio questa opacità, questa tendenza a far sembrare ‘naturali’ processi che sono invece il frutto di scelte politiche precise, costituisce oggi il principale ostacolo alla sua trasformazione. Riconoscere che la città non è un dato di fatto, ma un campo di forze, è il primo atto per riprendere a immaginare un’urbanistica che non sia, semplicemente, l’estensione del mercato.
Se i luoghi cambiano perché li cambiamo noi, allora il potere di trasformarli non è mai stato del tutto perduto. Sta a noi, cittadini, smettere di esserne semplici spettatori e tornare a esserne i principali artefici.
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BIBLIOGRAFIA
Bignante E., Celata F. e Vanolo A. (2022) Geografie dello sviluppo: una prospettiva critica e globale.
Chiodelli F., Rossetto T. e Vanolo A. (2025) Citta'. Introduzione critica alla geografia urbana.