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Perché la tenuta di Netanyahu è una “buona” notizia

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

2 novembre 2026

Il fallimento del tentativo di salvataggio del sionismo portato avanti dai progressisti

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Le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 ci restituiscono una realtà ben diversa dalle previsioni basate sui sondaggi e non è la prima volta che Netanyahu li ribalta. Contrariamente alle previsioni, la maggioranza dei seggi è andata alla compagine di Netanyahu che a fronte di un'opposizione che ha guadagnato 48 seggi ha ricevuto in dote una maggioranza relativa di 53 seggi di cui ben 27 o 26 in base al conteggio, ottenuti direttamente dal partito maggiore della coalizione, il Likud, partito dello stesso Bibi. Per completare la camera diciannove seggi sono andati ai 3 partiti arabi, almeno 9 in più del solito, grazie ad un’insperata corsa alle urne della minoranza israelo-palestinese, che vive tradizionalmente un’esistenza apatica e sottomessa. Per quanto riguarda i risultati scorporati dei partiti dell’estrema destra Ben-Gvir ottiene 7 seggi e Smotrich, col suo Partito Sionista Religioso, 6. Stante la necessità di ottenere una maggioranza di 61 seggi per sostenere un governo al momento nessuno è in grado di formare una maggioranza a partire dalle due coalizioni presentatesi.

Il risultato immediato delle elezioni è che per le partite correnti resterà operativo il governo precedente di Netanyahu. Lo stesso Bibi, grazie alla maggioranza dei voti ottenuta, sarà incaricato per primo di tentare di formare il nuovo governo magari ottenendo l'appoggio di partiti o transfughi dell’opposizione. Però resta più probabile che si giunga ad uno scioglimento della Knesset e a nuove elezioni per risolvere la questione.

Aritmeticamente contro Netanyahu esiste una solida maggioranza di 67 seggi, tenuto conto che la maggioranza necessaria per governare la camera è di 61, ma i 19 seggi degli arabi sono sterilizzati e nessuno, neppure nell'opposizione più moderata, si dice disposto ad accoglierli. Gadi Eisenkot pretende che i partiti arabi accettino la definizione di Israele come paese degli ebrei, una posizione che confermerebbe in pieno il sistema di apartheid, e restituirebbe loro una nazionalità, anche legalmente, non solo informalmente, inferiore per le minoranze. Al momento non hanno accettato, nemmeno l’ultra moderato Ra’am di Massud Abbas che nel 2021-22 aveva accettato di dare l’appoggio esterno al governo Lapid-Bennet.

La tenuta di Netanyahu è comunque una buona notizia, perché innanzitutto è igiene informativa, una vera ventata di realtà e il fallimento del tentativo di lavare Israele dalle sue infinite colpe. La caduta del piano dei sionisti moderati e dei liberali sionisti di fare di Bibi il capro espiatorio, che con la sua dipartita politica avrebbe redento l'entità sionista, reinserendola virginale nel contesto internazionale, che ora la vede, invece, come paria. Un lavoro che era partito già pochi mesi dopo l'inizio del genocidio di Gaza, da parte delle compagini più attive del moderatume, ma che ha preso più forza dopo che la Presidenza americana è passata ai Repubblicani e quindi i referenti coloniali dei Democratici americani non hanno più avuto l'impellenza di coprire Biden e l'apparato dei blu.

In questi giorni, malgrado i risultati non siano stati quelli desiderati, i sionisti moderati e i liberali filosionisti stanno cercando di presentare le elezioni come una sconfitta di Netanyahu, facendosi forti dei 67 seggi contrari, ma nascondendo il fatto, innanzitutto, che 19 non sono ebrei, mentre tra i 48 restanti difficilmente un'analisi seria riscontrerebbe tracce di reale moderazione. Tra questi supporter della ridotta sionista liberale a tutti i costi non possiamo non nominare Bernie Sanders, la A. Ocasio-Cortez, J. Street, gruppo di pressione sionista liberale attivo negli Stati Uniti ed il New York Times.

Una ventata di realtà

Netanyahu è Israele senza filtri, il paese senza maschera, mentre l'oppofinzione è una finta alternativa, il sionismo è sinonimo di pulizia etnica, apartheid e genocidio.

Netanyahu è un sincero razzista, ladro, corrotto, assassino che sarebbe giusto finisse in una galera internazionale per i suoi delitti contro l'umanità, ma l'opposizione è la stessa cosa. In nessun punto l'agenda dei contendenti verso i palestinesi si differenzia: genocidio, coloni, due stati, pulizia etnica. L'opposizione si presenta solo più educata, più spendibile sul palcoscenico mondiale, più buona per essere data in pasto all'opinione pubblica. Pubblica opinione che già si è fatta abbindolare dall'intesa di pace e cessate il fuoco di Sharm El Sheik, per Gaza, di giusto un anno fa, che ben lungi da fermare il genocidio, lo ha solo rallentato, ma ha altresì sedato le critiche internazionali e fermato la generalizzazione delle mobilitazioni.

I due campi del sionismo sono divisi solo sulle accuse di corruzione a Netanyahu, sulla leva militare per gli Haredim, sulla necessità di tutelare la fama internazionale del paese e sul modo di fare la guerra, ma non certo su guerra, occupazione, genocidio e azione contro Iran, Líbano e Siria.

La mostrificazione di Netanyahu portata avanti da Sanders, come a volerlo enucleare dalla realtà dell'entità sionista, nascondendo il fatto che i crimini sono stati appoggiati dall' 82% degli israeliani o che sono stati realizzati non da un singolo vecchio prostatico, ma da quegli stessi israeliani che lui vuole salvare e lavare dalle colpe.

E li chiamano moderati

Tutto diventa ancora più evidente guardando dentro l'opposizione, che offre uno spettacolo umano che è un vero vaccino contro le balle del moderatume nostrano e internazionale.

Gadi Eisenkot guida dell’opposizione il cui partito Yasher ha raccolto 21 seggi, capo di stato maggiore di IDF dal 2015 al ‘19, militare dal 1978 è dal pensionamento un politico. Durante la guerra del Libano del 2006 ha elaborato la dottrina Dahiya, dall’omonimo quartiere di Beirut devastato dai sionisti, che prevede l'uso smisurato della violenza militare, contro obiettivi civili e le infrastrutture dei paesi ritenuti ostili da Israele. “A qualunque villaggio da cui parta uno sparo va applicata la dottrina Dahiya”. Nel 2003-05 era responsabile dei reparti militari che hanno condotto l'occupazione delle città della Cisgiordania. Nel 2018 durante la Marcia del Ritorno, una manifestazione disarmata che da Gaza vedeva civili, comprese donne e bambini approssimarsi al muro del lager per protestare contro la situazione insostenibile della Striscia, come capo delle IDF, applica una repressione bestiale che provoca oltre 223 morti e più di 18.000 feriti tra i manifestanti. Le indicazioni ai cecchini prescrivono come obiettivo prioritario i più giovani, IDF smentisce l'indiscrezione, ma è una smentita che vale il giusto, cioè zero. Nel 2023 è nel gabinetto di guerra di Netanyahu che porta avanti il genocidio di Gaza.

La proposta politica di Eisenkot prevede rispetto al mondo palestinese una lotta totale contro Hamas quindi la Dottrina Dahiya applicata a Gaza, si oppone al principio dei due stati, sostiene che le colonie in Cisgiordania debbano restare tutte.

Alla guida dei Democratici, eredi della storia laburista e di altre formazioni di sinistra, troviamo Yair Golan che ha criticato l'uccisione di civili e ha definito la situazione Israele come quella di uno stato Paria per colpa di in Netanyahu, ma appena è stato confrontato sulla questione si è affrettato a dare il suo appoggio a IDF che ha definito la sua casa e il suo cuore e nega che le uccisioni di bambini siano state una scelta deliberata. Nel 2023 appoggia la chiusura dei valichi di Gaza sostenendo che è giusto non inviare aiuti umanitari e ancora nel ‘24 appoggia l'assedio per fame. In qualità di comandante militare in Cisgiordania nel 2007 viene redarguito da un superiore per aver usato civili come scudi umani, ovviamente essendo dell’IDF non subisce alcuna conseguenza.

Nel suo programma politico sostiene in toto l’apartheid per preservare la maggioranza ebrea del paese. Contrariamente al suo capo di coalizione dice sì alla nascita dei due stati, ma le colonie in Cisgiordania devono restare per l'ottanta per cento al loro posto ed essere integrate allo stato israeliano, mentre solo il 20%, deve essere sgombrato.

Alla guida di Beyahad nata dalla fusione di lista Bennet 2026 e Yesh Atid troviamo gli ex primi ministri Naftali Bennet e Yair Lapid, un partito di estrema destra e uno di centro che persino la Reuters si trova costretta ad ammettere esprimono su Iran, Gaza e Libano la medesima posizione di Bibi, i due affermano però di essere più capaci e presentabili internazionalmente del concorrente.

Bennet ex leader dei coloni della Cisgiordania, acerrimo nemico della proposta dei due stati, sostiene la piena annessione dell'area C della Cisgiordania e l'estensione delle colonie senza alcun limite. Propone una condotta durissima verso Gaza, tanto da dichiarare durante un’intervista video in cui gli si chiedeva cosa pensasse della condizione dei pazienti degli ospedali della Striscia dipendenti dalle incubatrici neonatali e dalle macchine salvavita dopo che era stata tolta l'alimentazione energetica: “Mi stai chiedendo ancora dei civili, cosa c'è in te che non va?”. Oppure che a Gaza bisognava fare come a Dresda, [anche se ora forse i termini del confronto potrebbero essere comodamente invertiti].

La parte “moderata” della lista è rappresentata da Lapid, che con Bennet fu primo ministro nell'anno e mezzo tra il 2021 e il ‘22, durante quel governo fu approvata la costruzione di 7000 nuove abitazioni nelle colonie, più che sotto il governo di destra precedente (Peace Now) e condotto un attacco preventivo su Gaza che uccise 49 palestinesi.

Chiude la galleria degli orrori, un altro schietto non moderato, ma nella lista dei moderati che piace a tutti i moderati e progressisti del mondo: Avigdor Lieberman di Israel Beytenu partito di estrema destra. Nato in Moldavia, ministro della difesa nel 2018 durante la repressione delle proteste a Gaza ed uscì da quella compagine, presieduta da Netanyahu, accusando il leader di eccessiva moderazione verso i gazawi, nota la sua massima: “non ci sono innocenti a Gaza”, sostiene la pulizia etnica della Terra Santa, compresi gli arabo-israeliani come risoluzione della questione palestinese, o forse è meglio dire araba visto che tutti i sionisti negano l'esistenza di un popolo palestinese.

Dobbiamo quindi prendere coscienza che i 5 gigli di campo della lista moderata, Netanyahu, i due deliranti Benzalel Smotrich e Itamar Beng-Gvir e i vari ed eventuali sono tutti espressione del sionismo e quindi per loro natura esecutori di una politica criminale e genocida. Ci sono in Israele persone effettivamente moderate e che non ammettono lo sterminio, la pulizia etnica e il furto della terra, ma sono tre, tanto per restare sull’argomento biblico se la giocano coi giusti di Sodoma e Gomorra.

I coloni non sono fuori legge o i protetti di una parte politica, ma sono lo strumento dello stato che porta avanti l'obiettivo strategico dell'occupazione e colonizzazione delle terre di confine, come fecero i pionieri negli Usa o in Australia. Uno strumento che Netanyahu può sbandierare, condannando a parole quando la fanno troppo grossa, ma che qualunque forza gli subentri manterrà vivo e dinamico.

La guerra è per tutti una necessità vitale del paese. La pace implica il riconoscimento dei confini e la risoluzione della questione palestinese che non è un obiettivo di nessuno di loro. L'entità sionista si basa sul principio paranoide della sicurezza totale che prevede la distruzione preventiva di ogni concorrente.

Animarsi per la contesa elettorale in quel paese pensando al destino dei palestinesi è come scaldarsi per Satana che taglia l'orario di lavoro e aumenta le paghe degli altri diavoli dell' inferno - sindacalmente plaudo, ma credo che l'atmosfera rimanga brutta.

Netanyahu è “migliore” perché ci toglie l'alibi dietro cui le nostre élite corrotte vogliono nascondere l'orrore Israele. Con Bibi il re è nudo e non possiamo fingere di non aver visto tutto questo, come è successo negli ultimi 23 anni.