Il “piccolo golpe” di San Marino
Autore di "Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia" (2026) e di "Tutta colpa di Robben" (2012). È laureato in Analisi economica delle Istituzioni Internazionali all'Università Sapienza di Roma.
La storia (dimenticata) del governo socialcomunista di San Marino e del golpe atlantista che lo rovesciò
Durante i quattro decenni della Guerra Fredda tutti gli Stati europei collocati nella zona occidentale della “cortina di ferro” si collocarono politicamente nella sfera d’influenza degli Stati Uniti – cosa che perdura tutt’oggi. In nessun caso, neppure negli anni del centrosinistra italiano o quando i comunisti entrarono al governo in Francia negli anni ’80 venne messa in discussione l’egemonia statunitense, politica, economica e militare. Eppure nessuno ricorda che per dodici anni nel cuore dell’Europa meridionale prese forma una minuscola anomalia. Tra il 1945 e il 1957 la Repubblica di San Marino, infatti, venne governata da una coalizione composta dal Partito Comunista Sammarinese (PCS) e dal Partito Socialista Sammarinese (PSS) rappresentando, nonostante le esigue dimensioni del paese, una fonte di imbarazzo per l’Italia democristiana e una preoccupazione finanche per gli Stati Uniti d’America.
Un recente libro scritto da un ricercatore sammarinese e parlamentare del suo paese, Giovanni Maria Zonzini, ha fatto luce su questi eventi. “Un piccolo golpe. La Repubblica di San Marino e la Guerra Fredda (1957-1963)”, edito da Carocci, è infatti la storia di come l’Italia e gli Stati Uniti destabilizzarono per dodici anni l’antica repubblica, sabotando la sua economia prima e cospirando per un cambio di governo poi. Il risultato di queste operazioni furono i cosiddetti “fatti di Rovereta” del 1957, ovvero la nascita di un governo democristiano instaurato con un golpe che dopo la presa del potere diede vita a un periodo di arresti, epurazioni e persecuzioni politiche.
La piccola Cuba del Titano
Con l’Europa ancora in guerra, l’11 marzo 1945 si tennero a San Marino le elezioni per il rinnovo del Consiglio grande e generale, che videro una vittoria schiacciante della coalizione socialcomunista. Questa rapida ascesa certamente era dovuta alla vicinanza con l’Emilia-Romagna, regione notoriamente di sinistra e antifascista. Tuttavia vi erano anche ragioni endogene, come l’alleanza tra il proletariato e alcuni settori della borghesia per indebolire il potere di quell’aristocrazia che per secoli aveva dominato la Repubblica.
Tra i primi atti del nuovo governo vi fu un ammodernamento delle istituzioni sammarinesi, quasi immutabili nei precedenti quattro secoli. Venne infatti abolito il sorteggio tra i membri del Consiglio dei due capi di Stato (i capitani reggenti) introducendo al suo posto un sistema elettivo. Inoltre, proprio come avveniva negli stati democratici moderni, il governo (il Congresso di Stato) divenne dipendente della fiducia del potere legislativo. Nonostante le rimostranze democristiane e conservatrici manifestate all’epoca, si tratta del sistema ancora vigente nella Repubblica.
Poco è stato scritto sulla vita politica di San Marino nel decennio socialcomunista. Ciò che invece è stato documentato da Zonzini è stata la politica di sabotaggio economico messa in atto dall’Italia democristiana e dalle potenze occidentali. Già nel 1946 l’Italia cominciò a ritardare o a negare il pagamento del canone doganale dovuto ai sensi degli accordi tra i due Stati nel 1939, una tattica di pressione che danneggiava fortemente la piccola repubblica e che sarebbe stata perpetuata fino al 1957. Inoltre, a Guerra Fredda imperante gli Usa e la Gran Bretagna negarono il pagamento dei danni di guerra inflitti a San Marino, paese neutrale nel conflitto appena concluso ma che soffrì la distruzione della sua unica linea ferroviaria. Per fronteggiare la grave situazione economica dello Stato, nel 1949, la Repubblica decise allora di aprire un casinò.
Il governo italiano, sotto l’impulso del ministro degli interni Mario Scelba, procedette immediatamente a un blocco commerciale che sarebbe durato fino all’agosto del 1951 e che mise in ginocchio l’economia sammarinese. Le motivazioni addotte dall’Italia furono di natura moralista, ma i veri obiettivi altri non erano che quelli messi in atto contro qualsiasi tentativo di governo al di fuori della sfera di influenza statunitense. Il rischio ovviamente non era tanto economico, viste le ridotte dimensioni del paese, quanto di natura psicologica. San Marino infatti si incastonava nella regione più “rossa” dell’Europa occidentale, l’Emilia-Romagna, e un buon funzionamento dell’esperimento socialcomunista avrebbe potuto essere usato dalla propaganda del Partito Comunista Italiano.
Trame atlantiche
Queste tecniche di sabotaggio non furono sufficienti a causare la caduta del governo rosso per via elettorale – e ben quattro furono le vittorie di PCS e PSS nel decennio 1945-55. Al vertice della coalizione svettava la figura del socialista Gino Giacomini, Segretario di Stato agli Affari Esteri sin dal 1945.
A metà anni ’50, tuttavia, lo strangolamento economico cominciò a dare i suoi frutti, favorendo la creazione di faglie interne alla coalizione di governo. Nel 1956 quattro consiglieri socialisti abbandonarono la maggioranza e il governo rimase in piedi per un solo voto. Zonzini riporta i vari tentativi di corruzione denunciati dai deputati socialcomunisti nonché le diverse trame messe in atto dai principali protagonisti, tra cui spiccano i democristiani Amintore Fanfani e Antonio Segni e, soprattutto, il sammarinese Federico Bigi, segretario generale della DC locale.
Fu proprio Bigi, in seguito protagonista assoluto della politica del suo paese, ad affermare dinanzi al console statunitense Fisher di aver elaborato assieme ai due leader italiani le tre linee d’azione per affosare il governo rosso: la provocazione di divisioni interne alla maggioranza, le “pressioni di carattere finanziario” e, infine, “un colpo di Stato”. Bigi escludeva per il momento la terza ma promuoveva attivamente le prime due. Il fatto che queste misure avrebbero causato un serio danno alla cittadinanza sammarinese e alla Repubblica non preoccupò il politico democristiano, che propose anzi di ripetere “un blocco del tipo di quello del 1949”, di realizzare un “ritardo nei pagamenti” e di ostacolare in ogni modo la riattivazione della linea ferroviaria Rimini-San Marino, così importante per la ripresa del paese.
In quello stesso periodo anche il governo statunitense si attivò per giungere alla caduta del governo socialcomunista. Come scrisse lo stesso Bigi dopo un altro incontro con il Console Fisher “gli americani ritengono che si debba fare ogni sforzo per raggiungere il n. I [rovesciamento del governo] e di tentare ogni carta per raggiungere lo scopo di un Colpo di stato” a carattere democratico”.
Gli incontri frequenti di Bigi con il Console e finanche con il vicepresidente Richard Nixon in un ricevimento presso l’ambasciata statunitense preoccupavano sempre di più il Governo. Giacomini, con un’informalità che forse nascondeva ua grande preoccupazione, si recò senza preavviso al Consolato statunitense per chiedere spiegazioni, per presentare rimostranze, per chiedere per l’ennesima volta l’accesso agli aiuti che gli Usa stavano fornendo ad altri paesi europei. Ma i risultati furono scarsi. L’anziano politico sentiva forse che qualcosa di grosso nella piccola Repubblica stava per succedere, cosa che puntualmente accadde nell’autunno 1957.
I “fatti di Rovereta”
Il 17 settembre il deputato comunista Attilio Giannini abbandonò la maggioranza e due giorni dopo i “socialdemocristiani” annunciarono di aver formato una nuova maggioranza. Tuttavia quello stesso giorno la Reggenza (il governo) ricevette dal PCS e dal PSS le dimissioni dei propri consiglieri, compresi i fuoriusciti, in quanto quei partiti raccoglievano all’atto della formazione delle liste le dimissioni in bianco dei candidati. Cosicché i capi di Stato decretarono lo scioglimento del Parlamento e indissero nuove elezioni – che i socialcomunisti avevano vinto nelle precedenti quattro occasioni. La scelta venne giudicata illegale e illegittima da parte dei trentuno consiglieri socialdemocristiani, i quali il 1º ottobre si riunirono in un capannone sul confine con l’Italia, a Rovereta, e lì proclamarono un governo provvisorio, costituendo inoltre un corpo armato tra i loro sostenitori.
Come si è già visto Federico Bigi non ipotizzava che la sua DC sammarinese potesse sconfiggere PCS e PSS attraverso le elezioni e anche in quei giorni d’autunno del 1957 tramò per il colpo di Stato. Come rileva Zonzini nel suo libro, in una missione segreta a Roma Bigi rivelò ai diplomatici statunitensi di aver proposto al Governo italiano l’intervento armato o la “creazione di una milizia di 150 uomini con lo scopo di marciare su San Marino e prendere il posto dei comunisti”.
L’esito sarà di fatto una via di mezzo tra queste due proposte, in linea con la linea dura proposta da tempo da Fanfani. Dopo la proclamazione del governo alternativo, infatti, le forze di polizia e i carabinieri italiani diedero vita ad un assedio: il paese venne circondato, anche con mezzi blindati, interrompendo la linea telegrafica e il rifornimento di generi alimentari. Intanto armi moderne automatiche giunsero al capannone. Il governo italiano, seguito subito da quello statunitense, riconobbe come legittimo il governo di Rovereta. Pochi giorni dopo altri 90 uomini provenienti dall’Italia – forse appartenenti a battaglioni segreti “stay behind” presenti nel paese – entrarono a San Marino. L’11 ottobre, dopo giorni di trattative con rassicurazioni di assenza di rappresaglie, il governo emanò il suo ultimo comunicato:
“Sopraffatti dall’intervento di forze estranee preponderanti [...] il governo popolare di San Marino, dopo dodici anni di potere, cessa ogni vana resistenza [...]. Rimettendoci alle rivendicazioni che l’avvenire ci riserva esortiamo il popolo alla serenità e alla calma, nella certezza dell’immancabile trionfo dell’idea socialista e della ripristinata indipendenza e libertà della Repubblica”.
La svolta autoritaria
Conquistato il potere il nuovo governo aveva un obiettivo fondamentale: vincere le elezioni del 1959 legittimando così un potere che agli occhi della maggioranza dei sammarinesi era stato conquistato col sopruso. Per raggiungere questo obiettivo, come riporta Zonzini nel suo volume, la politica dell’esecutivo si sviluppò lungo due linee: l’ottenimento di investimenti esteri corposi e l’attuazione di una repressione dei socialcomunisti attraverso il sistema giudiziario e l’epurazione dall’amministrazione pubblica.
Riguardo il primo punto, gli investimenti provenienti dall’Italia e dagli Usa furono immensi, considerando le piccole dimensioni del paese, contribuendo alla costruzione di un nuovo acquedotto e della superstrada. Con una spesa contenuta gli Usa ottenevano così un successo propagandistico notevole.
Tuttavia per completare l’opera di neutralizzazione dell’anomalia sammarinese i soldi non bastarono e, a dispetto delle promesse fatte nelle giornate di Rovereta, dure furono le conseguenze per la sinistra sammarinese. Tutti i parlamentari socialcomunisti vennero rimossi immediatamente dai nuovi governanti. Giudici italiani di nomina governativa e perdipiù iscritti alla Democrazia Cristiana li condannarono alla perdita perpetua dei diritti politici. Nel frattempo le dimensioni della gendarmeria crebbero del 600% dando vita a un periodo di repressione dei diritti politici e sindacali. Zonzini riporta accuratamente documenti e cronache che parlando di arresti di parlamentari per i discorsi pronunciati nel Consiglio, continue violazioni dei diritti di riunione e di propaganda e finanche di critica nei confronti dei nuovi governanti democristiani, continui comizi interrotti dalla gendarmeria una massiccia campagna di schedatura dei militanti di sinistra e finanche sfratti e licenziamenti.
La sinistra sammarinese non rimase a guardare e reagì costantemente alla svolta autoritaria imposta nel lustro 1957-1963 attraverso manifestazioni e comizi, spesso pronunciati durante i veglioni per provare a evitare le censure. Nel 1963 vi fu poi un’amnistia e nel 1977 un meccanismo riparatorio per chi venne sottoposto a misure amministrative giudicate spropositate. Tuttavia non tutti poterono godere di questi parziali meccanismi di riconciliazione. È il caso di Gino Giacomini, il leader del governo socialcomunista, che morì nel 1962 privato di diritti politici.
La vicenda del governo socialcomunista sammarinese ricalca in scala minuscola tutti i meccanismi del golpismo anticomunista e atlantista del ventesimo secolo, seppur senza spargimento di sangue. Inoltre fornisce elementi sulle difficoltà di territori piccoli e isolati nella possibilità di costruire un’alternativa socialista e sovrana. Per quanto riguarda San Marino, invece, il libro di Giovanni Maria Zonzini, ricercatore e giovane deputato sammarinese per il movimento di sinistra R.E.T.E., fa luce su una vicenda ignorata in Italia, e parzialmente dimenticata a San Marino.
Secondo Zonzini, infatti, il rovesciamento del governo socialcomunista rappresenta il “grande rimosso” della politica sammarinese, l’evento nel quale si ritrovano le radici dell’egemonia della Democrazia Cristiana. Della San Marino “[d]i quegli anni,” conclude Zonzini “è sopravvissuta una rappresentazione addomesticata: una fotografia da cartolina turistica, con le sue piccole utilitarie e le sue grandi speranze. Il manganello, invece, è rimasto fuori dall’inquadratura”.