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La politica di potenza e il pedaggio a Hormuz

19 maggio 2026

Perché la forza militare struttura e condiziona l’economia globale

Strait_of_Hormuz.jpg di Orazio di Mauro

La recente decisione dell’Iran di ampliare unilateralmente la definizione geografica dello Stretto di Hormuz, estendendolo per “centinaia di miglia” e dichiarandolo una vasta area operativa sotto controllo delle Guardie Rivoluzionarie, offre un caso empirico di straordinaria rilevanza per comprendere la supremazia della politica di potenza sulle dinamiche economiche. Dal 28 febbraio, data di inizio del conflitto, lo Stretto è di fatto chiuso alla navigazione internazionale a causa degli attacchi iraniani contro navi mercantili. Questo mutamento radicale dimostra come la forza militare possa ridefinire lo status giuridico e operativo di un choke point globale, smentendo l’idea secondo cui “i mercati governano il mondo”.

Dallo spazio di transito alla leva coercitiva

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, ha storicamente svolto la funzione di corridoio marittimo naturale. Tuttavia, la sua trasformazione in strumento di coercizione politica è oggi evidente: ciò che era un semplice spazio di transito è divenuto un’area regolata militarmente, in cui l’Iran esercita un controllo effettivo. L’estensione unilaterale dei confini operativi – dalla costa di Jask fino all’isola di Greater Tunb – mostra come la geografia possa essere reinterpretata politicamente quando un attore dispone di capacità militari credibili. In questo contesto, la geografia non è un dato neutro, ma una risorsa strategica.

La subordinazione strutturale dell’economia alla forza

L’economia, in quanto sistema di scambi, non possiede alcuna capacità autonoma di imporre regole, garantire la sicurezza delle rotte o determinare chi possa attraversare un passaggio strategico. Queste funzioni appartengono alla sfera della politica di potenza. Come osserva Wallerstein, il capitalismo ha potuto trasformare il mondo solo quando la borghesia ha conquistato il potere politico: l’economia non è un motore autosufficiente, ma un apparato che opera entro cornici coercitive definite dalla forza.

La situazione attuale lo conferma: gli Stati Uniti, pur essendo la maggiore potenza economica mondiale, hanno visto i costi della guerra salire a 29 miliardi di dollari senza riuscire a riaprire lo Stretto. La loro capacità economica non si traduce automaticamente in capacità di controllo territoriale.

Il limite del potere economico asiatico

Le principali economie asiatiche – Cina, India, Giappone, Corea del Sud – dipendono in misura strutturale operate a Hormuz, la loro ricchezza non li preserva dalla subordinazione al potere politico militare. Malgrado i loro sforzi, la loro rilevanza economica non si traduce in capacità di influenzare le condizioni di accesso al passaggio. Gli attacchi iraniani contro gli impianti di Qatar Energy, che hanno distrutto il 17% della capacità di esportazione di GNL del paese, mostrano come un attore militarmente determinato possa infliggere danni economici enormi a economie molto più ricche.

La vulnerabilità di questi paesi dimostra che i mercati non sono attori sovrani: essi funzionano solo entro un ordine politico‑militare che ne garantisce la sicurezza. Quando tale ordine viene meno, l’economia rivela la propria natura derivata e subordinata.

L’errore economicista europeo

Nel contesto europeo – e in particolare italiano – persiste una tendenza a sopravvalutare il ruolo dell’economia rispetto a quello del potere politico, soprattutto se confrontato con modelli come quello statunitense. Tale inclinazione può essere interpretata come una forma di compensazione ideologica rispetto alla ridotta capacità di proiezione politica e militare del continente.

Il caso di Hormuz è illuminante: l’Iran è in grado di bloccare lo Stretto non grazie alla propria forza economica, ma in virtù delle proprie capacità militari e della propria determinazione strategica. L’idea che solo gli Stati economicamente ricchi possano chiudere un passaggio strategico è un pregiudizio occidentale privo di fondamento empirico.

Il caso di Hormuz mostra in modo paradigmatico che la politica di potenza costituisce il fondamento dell’ordine economico internazionale. L’eventuale imposizione di un pedaggio non è un fenomeno economico, ma un atto politico reso possibile dalla forza. L’economia, in quanto sfera degli scambi e della produzione, non possiede alcuna capacità autonoma di imporre norme, garantire la sicurezza delle rotte o difendere le proprie condizioni operative: essa può soltanto adattarsi alle cornici coercitive stabilite dalla potenza. In questo senso, la forza non è un elemento esterno all’economia, ma la condizione stessa della sua estrinsecazione, il presupposto che ne rende possibile il funzionamento.

Hormuz rappresenta dunque una prova concreta del fatto che non è l’economia a governare il mondo, ma la forza che stabilisce le condizioni entro cui l’economia può operare. La chiusura dello Stretto, la ridefinizione unilaterale dei suoi confini, la capacità di interrompere o deviare i flussi energetici globali mostrano come un attore dotato di volontà politica e capacità militari possa alterare, sospendere o riorganizzare le dinamiche economiche internazionali. In questo quadro, i mercati appaiono per ciò che realmente sono: sistemi dipendenti da un ordine politico‑militare che li precede e li sostiene.

La lezione che emerge da Hormuz è chiara: la stabilità economica globale non è il risultato spontaneo dell’interazione tra attori di mercato, ma l’esito di un equilibrio di potenza che può essere confermato, contestato o rovesciato. Quando tale equilibrio viene messo in discussione, come nel caso della chiusura dello Stretto, l’economia rivela la propria fragilità strutturale. Le fluttuazioni dei prezzi energetici, l’interruzione delle catene di approvvigionamento, l’aumento dei costi di trasporto e assicurazione non sono che manifestazioni superficiali di una verità più profonda: senza forza, l’economia non ha alcuna capacità di autodifesa.

In ultima analisi, Hormuz non è soltanto un teatro di crisi regionale, ma un laboratorio teorico che consente di osservare la gerarchia reale tra potere politico‑militare ed economia. Esso dimostra che la ricchezza non garantisce sicurezza, che la dimensione economica non può sostituire quella strategica e che la sovranità, per essere efficace, deve potersi tradurre in capacità coercitiva. L’economia può prosperare solo entro un ordine garantito dalla forza; quando la forza viene meno o viene contestata, l’economia si ritrae, si contrae o collassa. Hormuz, oggi, è la dimostrazione empirica di questa verità elementare ma spesso rimossa.


Bibliografia essenziale
  • Robert D. Kaplan, The Revenge of Geography
  • Alfred Thayer Mahan, The Influence of Sea Power Upon History
  • Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard
  • Geoffrey Till, Seapower: A Guide for the Twenty-First Century
  • Paul Kennedy, The Rise and Fall of the Great Powers
  • Efraim Karsh, The Iran–Iraq War 1980–1988

Sitografia

  • Al Jazeera Centre for Studies – Analisi sullo Stretto di Ormuz
  • Diplomat Magazine – Geopolitica del Golfo
  • US Energy Information Administration – Dati sul traffico petrolifero
  • US Naval Institute – Analisi militari sul Golfo Persico

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