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Il prezzo del petrolio e il governo della crisi

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

20 agosto 2026

La terza guerra del Golfo e il piano B a cui gli americani non possono più rinunciare

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Con una osservazione ex post e a volo d'uccello della guerra in corso tra USA e Iran, l'analisi finisce per infrangersi sui modelli interpretativi sterili della personalizzazione e della follia. Come abbiamo imparato, non esiste un Putin folle e metereopatico e così non vi è un Donald Trump graziato da Basaglia. Esistono altresì situazioni geopolitiche ed economiche che rendono cogenti azioni che poco prima si potevano ritenere troppo ardite o inutili.

Sino a poco tempo fa, generali e politici di vaglio americani, non le teste calde, ribadivano fino alla nausea che, superato un dato momento, un confronto diretto e militare tra USA e Cina li avrebbe visti perdenti. Si erano baloccati nel sogno di imporre lo standard della nuova tecnologia che gli avrebbe consentito di dominare comunque il mondo, l'AI. Avevano agito indirettamente attraverso l'Ucraina contro la Russia per privare la Cina di una spalla e credevano di poter dominare il pianeta con finanza, dazi e decoupling imposto ai vassalli. Tutte azioni volte a perpetuare l'impero e la sua posizione nel mondo per il futuro. Il fallimento di queste - o comunque la non riuscita nei tempi previsti - hanno richiesto un'azione più muscolare, un “all in” per spazzare il tavolo da gioco.

Quindi non siamo davanti a un Trump matto, ma ad un Trump che porta avanti un nuovo tentativo di salvataggio del sistema. Dalla falsa bonomia dei Democratici alla rozzezza del Maga, ma verso la medesima direzione: conservare la supremazia degli USA.

Giudicare con sufficienza l’avventura nel golfo Persico è sbagliato perché lo scoglio iraniano è venuto dopo due operazioni importanti filate lisce come l'olio: Damasco e Caracas. In particolare il Venezuela ha avuto un effetto diseducativo, e qui bisogna dirlo, sia sulle vittime nel sub continente latinoamericano, frastornate, sia sull'aguzzino americano, che si è illuso che tutto fosse facile.

In Iran, a gennaio, la crisi economica indotta aveva incendiato il malumore sociale ed era poi culminata nella svolta violenta, chiaramente sobillata e strumentalizzata da Israele e Stati Uniti. L’operazione aveva rafforzato nei decisori americani l'idea che l'élite iraniana fosse isolata e che il paese si presentasse decrepito e scontento, e che quindi bastasse sfondare la porta marcia per farlo cedere. Ho già smentito tutto questo nell'articolo scritto in occasione del funerale della Guida Suprema A. Khamenei, quindi evito ripetizioni.

Una cattiva osservazione del paese? Senza dubbio, ma non dobbiamo cadere nella faciloneria: quello che noi diamo per certo da qui, magari con la fiducia nel multipolarismo, quindi con occhio indulgente e l'atteggiamento assertivo, non è quello che si può ricavare dal lavoro sul campo. Esiste innanzitutto l'Iran di Teheran nord, delle professioni, della borghesia grassa, delle grandi città, che è quella che entra più facilmente in contatto con gli occidentali e da cui si ricava l'Iran che piace a Trump e Tel Aviv: critica e scontenta, con punte che rasentano il settarismo.

Anche quando si esce dai quartieri ricchi bisogna tenere bene a mente uno dei principi più connaturati allo spirito sciita, tipico di chi è stato membro di una religione oppressa e che si è dovuta celare (non è il caso dell'Iran dove si è imposta nel XVI secolo come religione dello Shas, ma nelle aree di origine è stato sempre così): la dissimulazione. Basta trovare qualche amico iraniano su Instagram e si notano abbastanza presto la cortesia e il tentativo di diventare lo specchio dei desiderata dell'interlocutore. La tecnica israeliana per reclutare le spie e gli operativi (soldi e ricatti) otterrà senza dubbio azioni incredibilmente di successo, ma la relazione che si instaura tra chi dirige e l'operativo non può che rafforzare l'innato spirito a dissimulare e a soddisfare il committente, dando informazioni di dubbia utilità e attendibilità, quando non si tratta di cose evidenti.

Quanto al ruolo di Israele, sarebbe richiesta un'analisi più estesa del rapporto consustanziale creatosi tra gli USA e l'entità sionista negli ultimi sei decenni che eviti il facile rifugio nel “chi comanda chi” che tanto aggrada i feticisti del complotto, ma verrà fatta in futuro. Basti dire che il mondo sionista agisce nel contesto del sistema americano come un plutocrate collettivo esterno ed interno al potere, che contemporaneamente quindi si serve e serve l'impero.

Marouf e anche Assange amano il concetto di plutocrate (soggetto con ampia disponibilità economica, che usa il proprio denaro e non solo per influenzare e dirigere la società e la politica) avulso dal contesto generale, quasi monade autonoma, ma nei fatti i plutocrati sono parte integrante del sistema impero, come i Patrizi Veneti lo erano dello Stato Veneto. Se nella Repubblica il corpo politico ed economico dello stato conviveva fisicamente nello stesso soggetto, il Patrizio, nel sistema americano non c'è un unico corpo fisico, ma vi è un unico spirito imperiale che riunisce stato profondo e plutocrazia nazionale e non. I plutocrati quindi agiscono con lo stato, che è al contempo loro protettore e loro creatura, perché hanno una comunanza di interessi. La distinzione tra la volontà del singolo e quella dell'impero non esiste. Finché vi sarà cointeresse vi saranno coordinazione e sostegno reciproco. Ovviamente per impero non si intendono i 300 milioni e passa di americani, ma il sistema imperiale, cioè gli equilibri economici, di potere e militari che sono alla base degli USA e che sono condivisi e comuni con i desideri e gli interessi dei plutocrati, compreso il plutocrate collettivo sionista prima accennato.

Israele ha spinto gli USA verso la guerra per il suo tornaconto? Sì. Gli americani si sono fatti menare per il naso solo perché il Mossad ha i filmini osé di Trump? No, l'impero doveva fare il passo iraniano per le ragioni descritte prima. La combinazione di false valutazioni e tanto desiderio che l’affare fosse possibile ci hanno portato ad oggi.

Il prezzo del petrolio

La questione dei prezzi degli idrocarburi è diventata centrale in questo frangente, seppur ampiamente fraintesa. Per esempio, che il prezzo non debba salire fuori controllo è anche interesse iraniano. Anzi oserei dire che ora non è successo per solo merito iraniano: dei colpi ben assestati sui campi sauditi avrebbero reso la carenza sistemica e prevedibile e i prezzi sarebbero deflagrati, indipendentemente dallo sblocco delle riserve strategiche occidentali e dai magheggi finanziari che attualmente tengono la valutazione artificialmente bassa rispetto al prezzo reale di vendita.

L'Iran non lo fa per bontà, ma perché sa valutare: non è infatti interesse dei produttori spingere il mondo in crisi. Fonti energetiche troppo care ucciderebbero la domanda, finendo per gettare in depressione economica anche i produttori.

In un certo senso questa sarebbe una carta giocabile per gli USA, ma questi hanno la necessità imperativa di calmierare il loro mercato interno, almeno sino alle elezioni di medio termine, e poi di non svegliare i vassalli dal loro torpore - spingendoli verso scelte che al momento sembrano impensabili, come tradire l’impero cercando fonti alternative di energia o liquidando gli asset in dollari per ottenere valuta forte da usare per sostenere la propria moneta, cosa che sarebbe deleteria per Washington.

A mio parere le élite vassalle europee non saranno in grado di emanciparsi, piuttosto arriveranno al limite di farsi affondare le navi in Asia occidentale. C'è una duplice ragione inerente la questione Iran-petrolio che lo spiega (diamo comunque per assodato il ruolo ancillare): covano la speranza che gli USA riescano a prevalere in qualche modo e il fatto che il petrolio non sia schizzato in alto ha avuto un effetto di mitridazione (o effetto rana bollita, se si preferisce).

Quindi gli USA non possono gestire una vampata dei prezzi per le ragioni sovraesposte e per l’insufficienza di petrolio solforoso adatto per buona parte delle raffinerie americane tarate sul vecchio petrolio texano da giacimenti tradizionali e per la produzione di diesel e carburante avio ad uso interno. Questo almeno finché il Venezuela non sopperirà.

Al contrario gli USA possono riuscire a governare un aumento prolungato dei prezzi: la crisi mondiale gli farebbe agio nel suo complesso. Laith Marouf si limita a indicare i ricavi dei fondi d'investimento USA derivanti dall’esportazione del petrolio scistoso nazionale, ma io sostengo che sia l'intero sistema USA ad avere questo scopo, perché il prezzo alto sul medio/lungo periodo può essere ammortizzato nei danni per la Metropoli imperiale, ma provocare comunque la crisi economica per il resto del pianeta, che come visto spezza la domanda di Idrocarburi e danneggia i produttori esterni, mentre i mercati per i propri produttori possono essere mantenuti aperti con le minacce e le armi, e in ogni caso gli altri prezzi favoriscono il decollo delle azioni di queste aziende.

A livello mondiale la crisi da alti prezzi degli energetici deprime l'economia dei grandi compratori e riduce la loro domanda di idrocarburi, ma anche di beni finiti, segnando stavolta i grandi esportatori e trasformatori, come i cinesi.

Il progetto di colpire la Cina attraverso i suoi clienti verrà chiarito in futuro, ma fa parte della strategia americana di togliere acqua allo sviluppo cinese: prima sono partiti dal lato delle importazioni, come implicitamente suggerito da Brzezinski [1], mentre ora aggiungono la pressione sui mercati di esportazione.

Gli USA intanto, come potenza finanziaria e fondamentalmente parassitaria, punteranno a rastrellare i capitali liquidi del pianeta reiterando una dinamica simile alla crisi dei subprime del 2008 - crollo partito dagli USA, provocando un certo danno interno, ma che alla fine è stato pagato dal resto del mondo, con una fuga dei capitali verso i lidi sicuri USA.

Probabilmente nel disegno dell'amministrazione americana, appena passate le elezioni di medio termine, Trump potrà preoccuparsi meno delle conseguenze interne e tentare la manovra spericolata che con una relativa sofferenza USA, o meglio colpendo chi è comodo colpire, cercherà di piegare il resto del pianeta sia economicamente che dal punto di vista geopolitico nel tentativo di azzoppare le potenze contestatarie (Cina e Russia).

L'uso utilitaristico e strumentale dei vassalli da parte di Washington è evidente sin da ora. Con gli alleati in possesso di una certa forza contrattuale o utilità l'America accorda sostegno, come nel caso del Currency Swap offerto a maggio agli Emirati Arabi Uniti per garantirne la stabilità finanziaria e soprattutto evitare la fuga dal petrodollaro verso valute alternative.

Più recente è il salvataggio dello Yen giapponese, che a luglio aveva visto un crollo delle valutazioni sul dollaro provocato dalle azioni convergenti di un differenziale dei tassi d'interesse tra Stati Uniti e Giappone, che vedeva gli USA offrire rendimenti sugli investimenti 3 volte superiori a Tokyo, inflazione importata con il petrolio e dall'altra parte dubbi sulla tenuta del grande debito pubblico giapponese (200% del PIL) provocati dalle ardite riforme fiscali impostate dal governo Sanae Takaichi per riavviare l'economia del paese e riarmarlo.

Il Giappone riveste per gli USA un duplice ruolo economico: con il suo tasso di interesse basso il sistema bancario nipponico svolge la funzione di prestatore per gli investitori che poi riversano i fondi sul mercato americano ricavando profitti dal differenziale dei tassi (yen carry trade), è quindi una mucca irrinunciabile per il sistema economico imperiale. Accanto a questo il Giappone è oggi il primo detentore di buoni del tesoro americani: un governo giapponese alle strette avrebbe potuto liquidare lo stock in cambio di liquidità in dollari da usare per sostenere le Yen, aggravando la pressione sui buoni del tesoro americani, con conseguente salita del tasso d'interesse.

Michael Hudson sostiene che questa sarebbe una via di fuga generale in caso di avvitamento della crisi, tentando di contenere la pressione sulle valute nazionali e attenuare il pericolo di stagflazione, con un'economia reale allo sbando e le valute in caduta libera.

Purtroppo, al momento, il conto per il salvataggio dello Yen, che già mostra la corda invero, gli americani lo hanno presentato ai vassalli europei, vendendo Euro per Yen, mentre le nostre élite coloniali non hanno fatto un plissé contente di offrire il nostro sangue sull'altare dell'impero.

Ulteriore esempio di sfruttamento degli alleati è il modo in cui Washington sta spingendo l'Arabia Saudita a suicidarsi attaccando Iraq e Yemen. L'unica spiegazione è che probabilmente gli USA stanno cercando di far bombardare gli impianti di estrazione sauditi dal fronte della resistenza. Bin Salman si è prestato o forse deve prestarsi, il blocco dei fondi sauditi negli USA potrebbe essere alquanto traumatico e gli americani hanno ulteriori leve nei confronti del ramo Al Saud al potere. Comunque al momento Ryad pare aver abbandonato a sé stessi gli yemeniti di Aden, ma ad ogni ora la situazione cambia.

Cavalcare la crisi: USA ed Iran

Il governo della crisi lunga può essere gestito dagli USA, almeno nei loro progetti, infatti i prezzi si possono abbassare in due modi:

  1. lato offerta: accrescendo la quantità di petrolio disponibile;
  2. lato domanda: deprimendo la richiesta di idrocarburi, e probabilmente quest’ultimo è il metodo più gettonato a Washington in questo momento.


Al contrario l'Iran ha la capacità e l'interesse di avere aumenti di prezzo, ma non eccessivi, purché i ricavi siano remunerativi e il prezzo sufficientemente punitivo per l'occidente e affiliati, ma senza essere devastante per l'economia mondiale.

La tregua è arrivata dall'incrocio delle esigenze dei due contendenti. Al netto della scarsità di armi e difese degli americani, che è stata importante sul lato Washington, ma che per Teheran sarebbe stato invece un invito a nozze, era esigenza comune non far deflagrare ora i prezzi, con in più l'esigenza iraniana di spedire fuori dal Golfo tutto il suo petrolio flottante.

Una simile tregua però non può continuare a lungo: gli USA possono governare l'eventuale crisi energetico-economica, ma con Hormuz in mano a Teheran è l'Iran ad avere la chiave della crisi (per questo ardisco dire che oggi è una superpotenza implicita): la può favorire o la può sventare, e questo non è accettabile in nessun modo da Washington. Chi parla di pace a queste condizioni straparla.

Fallito per ben due volte il piano A che prevedeva di assicurare agli USA la guida del mercato petrolifero - con un primo tentativo concluso in modo fallimentare agli albori del millennio, oggi ripetuto con il tentativo di riconquista aperto il 3 gennaio a Caracas (e l’altra volta il Venezuela chavista era stato una pietra d'inciampo fastidiosa), ma nuovamente bloccato dall'Iran - ora Washington non può rinunciare al piano B: provare a cavalcare la crisi ed il disordine. Ne va del ruolo imperiale.

Esiste però ora per l'impero una variabile imprevista; non solo l'Iran con Hormuz ha le chiavi della crisi, ma possiede anche la capacità di escalare. Le dichiarazioni di Scott Bessent, segretario del tesoro USA di riportare la contesa su un piano di assedio economico si infrangono sullo scoglio di una possibile reazione militare iraniana: il paese, che ha comunque grande capacità di sopportazione, può ora giocare la carta della guerra.

Passate le elezioni nell'entità sionista sarà anche possibile togliersi i guanti nei suoi confronti. Teheran e gli altri alleati del fronte della resistenza mostrano attualmente quiescenza per non dare forza elettorale all'ultra destra ed a Netanyahu (Mileikovsky), ma poi l'entità diventerà il ventre molle degli USA.

Non è un caso se la scappatoia atomica è sempre più spesso evocata a Washington, con una campagna mediatica volta a sdoganare l'arma declassandola ad atomica tattica come se fosse meno significativa.

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[1] Zbigniew Brzezinski, La Grande scacchiera, Longanesi, 1998