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Il problema Angelo d’Orsi: “Voi siete qui”

di
Anadi Mishra
Anadi Mishra

Ex-musicista, Ricercatore e Data Analyst. Laureato in Storia e Dottorato in Civiltà e Culture dell'Asia e dell'Africa, ho focalizzato la mia ricerca sulla Diaspora indiana e sulle dinamiche linguistiche. Curo un canale di Storia e cultura Indiana. Seguo la questione Israelo-Palestinese dagli anni 90. Ho pubblicato un romanzo ("Il Sangue di Trilussa", Alcheringa Edizioni, Anagni, 2015) e collaboro con diverse realtà con contenuti a tema India.

22 giugno 2026

Un eterno presente appiccicoso e catodico: la Sinistra dopo la mutazione antropologica dell'individuo-massa

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Berlusconi a Dell’Utri: “Bisogna fare un Partito!”
Dell’Utri a Berlusconi: “E come si fa?”
Berlusconi a Dell’Utri: Boh! Lo fanno tutti!”

(FILIPPO CECCARELLI, B - Una Vita Troppo, Feltrinelli, Milano, 2026, capitolo 62)

In questi ultimi giorni, sono immerso nella lettura dell’ultima fatica di Filippo Ceccarelli sulla parabola economica, umana e politica di Silvio Berlusconi. È un libro godibilissimo, che esce dal paradigma bipolare di cui l’intero Belpaese è stato prigioniero per trent’anni, e analizza con una certa visibile ossessione e con rigore giornalistico d’altri tempi non solo vicenda umana del fu ex-Cavaliere, ma anche (e dal mio punto di vista, soprattutto) la mutazione antropologica dell’Italia in trent’anni di Berlusconismo. Per “Mutazione Antropologica” voglio intendere quel cambiamento di organizzazione della società che è occorso tra il XX e il XXI secolo, che ha spostato il baricentro della politica dalla “massa di individui” agli “individui-massa”. Una trasformazione catodica, iniziata in Italia dalla TV commerciale negli anni 80 e istituzionalizzata e finalizzata dal di essa Demiurgo nei 90. Certo, di mezzo c’è stato il collasso dell’Impero Sovietico, del Bipolarismo e l’alba di quell’egemonia culturale in cui oggi siamo immersi tutti, quella dell’individualismo liberal-economicista.

Fa impressione a chi li ha vissuti, rileggere quelli anni. Li descriverei come una narcosi collettiva, in cui un edonismo reaganiano fuori tempo massimo veniva recepito anche dalla nostra sonnolenta società europea, sempre in ritardo di qualche anno rispetto al centro coloniale, ma altrettanto pronta a scimmiottare usi e costumi d’oltreoceano. Erano anni in cui molti davano per assodati dei diritti, per obsolete certe lotte, per certo un livello minimo di benessere, il tutto garantito da un assetto che sembrava poter durare per sempre. Ci saremmo accorti solo dopo, nell’oggi, di quanto ci sbagliavamo. Ipnosi collettiva, appunto. Si è vissuti all’interno di un incanto fatto da un tempo che appiattiva il passato e stiracchiava il futuro, un eterno presente appiccicoso e catodico, che perdeva profondità insieme allo spessore degli schermi davanti ai quali passavamo sempre più ore. E mentre le relazioni si facevano sempre più virtuali, noi ci abituavamo a delle pratiche che solo oggi riusciamo a riconoscere come mortifere. Ci rinchiudevamo in una dimensione comoda ma innocua, fatta di tante individualità che si relazionavano tra esse mediante dispositivi. Creavamo rapporti dipendenti dall'energia elettrica e da un’infrastruttura di qualcun altro. Ci educavamo, lentamente, al ghosting come pratica sociale, un atto reso possibile solo dalla tecnologia: dal ban, dal blocco, dal poter rendersi e rendere anche gli altri, invisibili.
Abbiamo assistito, anche lì, da educati spettatori, alla sottrazione di spazio pubblico. Prima di semplice rappresentazione, poi proprio di aggregazione fisica. Per certi versi si potrebbe pensare che gli anni Novanta avessero fatto alla nostra dimensione privata quello che gli anni Ottanta avevano fatto alla dimensione della fabbrica: decentramento, parcellizzazione, divisione tra lavoratori. Alla fine dei grandi capannoni con migliaia di operai e impiegati si può sovrapporre - con i dovuti distinguo, s’intende - il videogaming in rete tra gruppi separati che prende il posto del marciapiede sotto casa o del biliardo del bar del paese.

Come risultato di questo lavorìo, abbiamo trasformato la rabbia sociale in indignazione un tanto al chilo, la coscienza di classe in conformismo individualista, la militanza in appoggio esterno. Soprattutto, abbiamo cambiato la lotta collettiva con il giudizio individuale.

E così, passo dopo passo, siamo arrivati all’oggi. Oggi siamo finiti in quel Realismo Capitalista brillantemente elaborato da Mark Fisher, incapaci di uscire dalla sua cornice sistemica, semplici spettatori, inermi e indignati, della costituzione di un Tecnofeudalesimo che ha portato privati cittadini ad avere più forza di Stati Sovrani del nostro “Primo Mondo”. Mano a mano che passa il tempo, il divario tra ricchi e poveri si allarga sempre di più, e con esso l’arbitrio del forte sul debole. Assistiamo a genocidî in diretta, a plateali violazioni della legge che rimangono impunite, a un controllo sociale in teoria protetto dalla legge, ma in pratica usato da chi quella legge dovrebbe farla osservare. Poliziotti dentro le scuole, manifestanti pacifici prima pestati dalla Polizia poi accusati di Terrorismo. Persone fermate senza motivo in base a leggi liberticide che vengono approvate su pressione non della cittadinanza, ma di potentati economici quando non proprio da Stati esteri.

E se sulla carta rimaniamo cittadini, titolari di diritti e fonte di legittimità del potere, nella vita di tutti i giorni ci siamo abituati, mitridaticamente, a ricoprire un ruolo subalterno, con l’unico diritto superstite di consumare; diritto, quest’ultimo, che sbaglieremmo a dare per scontato, visto che anche il boicottaggio è in questo momento visto con ostilità da chi comanda davvero.

Ecco, come si legge in alcune mappe di sentieri in parchi naturali o dei musei: “Voi siete QUI”.
Praticamente, in una distopia.

A livello globale è chiaramente cambiato qualcosa dall’assalto a Capitol Hill dei seguaci di Trump, quello che è stato plasticamente raffigurato nel famoso sciamano con le corna. Era cinque anni fa. Come passa veloce il tempo, quando ci si diverte. Cinque anni dopo quella faccenda, Donald Trump è nuovamente presidente degli USA. Non è all’Ergastolo per sedizione, ma governa ancora il mondo, e lo fa nel modo che vediamo. L’ICE. Maduro. Putin e Zelensky. L’Iran. E su tutto, i Mondiali - vetrina mondiale - utilizzati per mostrare l’arroganza impunita, contraria a qualunque sistema valoriale in accordo al quale siamo cresciuti.

Nel frattempo, l’Italia Berlusconiana è definitivamente tramontata. Prima con la cura da cavallo del primo M5S, che ha intercettato un nuovo cambiamento della società - dal modello catodico a quello telematico - dando forma ad un cialtronissimo e pauperistico modo di intendere la politica: sempre post-ideologico, sempre controaggregativo, ma pauperistico e attivista. Poi con la riscossione da parte dei post fascisti dei frutti della loro entrata nelle istituzioni, tra l’altro in una congiuntura internazionale particolarmente favorevole; una fascistizzazione surrettizia, un inquinamento del dibattito pubblico sempre più violento e lo sdoganamento definitivo di una storia mai davvero rinnegata e rimasta sempre viva nelle fogne nei decenni. Una vera nemesi per il Liberale Berlusca buonanima, insomma: prima pauperisti, poi fascisti. D’altra parte, a dirla con Tyrell Durden in Fight Club: “Se vuoi farti una frittata, devi rompere delle uova”.

Facciamo un passo indietro e torniamo ai 5 Stelle. Grazie a loro abbiamo capito due cose fondamentali: la prima è che all’interno delle dinamiche sociali frammentate in cui viviamo l’aggregazione di numeri senza un apparato ideologico non innerva realmente la società, ma solo la sua proiezione digitale; è sufficiente a scalare le istituzioni, ma non a tenerle. La seconda è che una classe politica educata all’individualismo e non forgiata da una ferrea disciplina farà sempre prevalere l’interesse privato e particolare su quello di parte, finendo prima cooptata e poi stritolata dai professionisti.

La pandemia ha, se possibile, inclinato ulteriormente il piano in cui ci troviamo, rendendoci sempre più dipendenti da queste scariche di dopamina maledette causate da like e altri micropremietti per animali dal sapore vagamente pavloviano. E mentre noi eravamo tombati a casa, rincoglionendoci con Twitch, Clubhouse e altre farfallette digitali, si sono comunque organizzate Defender-Europe 21 e Steadfast Defender 21, due enormi esercitazioni NATO praticamente in faccia alla Russia, che invece che essere sulla bocca di tutti quelli incazzati come vespe che si scannavano su Vaccino sì/Vaccino no, sono praticamente sparite dal dibattito pubblico. L’Invasione Russa è scattata a febbraio del 2022. Nessuno ha mai messo in relazione quelle esercitazioni di confine e l’attacco russo.

Questo dovrebbe quantomeno farci riflettere sui meccanismi dell’informazione, ma non dal punto di vista (abusato) del noncielodikonoh e i giornalonih, ma di quanto le nostre TESTE si siano trasformate da strumenti di creazione ed elaborazione di senso a meri ricettori e ripetitori di “notizie” propagate da terzi. Effetto, questo, di un progressivo intorpidimento della nostra razionalità e di un corrispondente acutizzarsi delle capacità reattive, quelle che chiamiamo normalmente, “di pancia”. Crediamo di ragionare, invece obbediamo a degli stimoli. Sempre Pavlov che ritorna.

Poi, ogni cinque anni (più o meno), arriva l’appuntamento elettorale. Lo spazio liturgico della politica. L’esercizio democratico ridotto a cerimonia, svuotato da qualsiasi contenuto autenticamente politico, trasformato in una specie di deforme banco da giuria televisiva, in cui siamo chiamati a scegliere il “meno peggio”, da almeno 35 anni (ma pure Montanelli una volta ebbe a dire “Turatevi il naso e votate DC”, ed era ben prima degli anni Novanta).

Quindi?

Quindi la politica ha cominciato a rappresentare plasticamente questa nuova umanità, popolata di monadi che si sentono indipendenti l’una dall’altra, tanti piccoli sistemi solari con gli individui posti al centro di ognuno di essi, nell’illusione di avere qualcosa che orbiti intorno a loro.

Tante individualità disabituate al compromesso, e intimamente convinte di rappresentare la svolta - Dio, quanta “romanità” indolente e stracciona, in questa parola. L’Illusione di avere frutti senza fatica, di avere avuto l’idea risolutiva. Di pensare che l’universo aspetti noi.

Ragioniamoci su: cos’hanno in comune a livello di piattaforma politica due personaggi come Angelo D’Orsi e Pina Picierno? Sono come il diavolo e l’acqua santa, l’olio e l’acqua, Cruciani e lo shampoo. Da un lato una bimba del socialismo, dall’altro una pasdaran dell’Estremo Centro Liberale. Eppure non sfuggono i punti di contatto tra i due nello schema. Entrambi si sentono latori di un messaggio unico (e sicuramente lo sono), entrambi si sentono forti di un seguito social tale da poter fondare un partito/movimento con qualche speranza di successo. E non importa che l’esperienza parli chiaramente, che tutti i tentativi sperimentati finora abbiano portato solo al frastagliamento di fronti che andrebbero tenuti coesi il più possibile.

È la trappola perfetta del Neoliberismo alla politica di massa. La ricetta per disinnescare l’unica forza che hanno i poveracci, vale a dire il numero.

Non mi esprimo sulla Picierno, ma il Professor D’Orsi è un accademico, è quindi persona la cui caratura intellettuale è indubbiamente da considerarsi al di sopra della norma. Eppure, le sirene dell’egocentrismo - difetto costitutivo dell’essere umano - sono state usate alla perfezione da chi ha perfezionato il famigerato “algoritmo” per usare le debolezze umane come grimaldello per la manipolazione. E ci casca un Professore Ordinario. Figuriamoci noi, gente più che comune.

---NOTA---

Vi dà fastidio essere catalogati come “gente più che comune”? Allora partiamo da qui.

Questa visione individualista per cui ciascuno di noi è unico e irripetibile all’interno della quale ci siamo TUTTI formati, non è lo step definitivo dell’evoluzione umana. Il primato dell’individuo rispetto al gruppo sociale è il frutto di un sistema (quello capitalistico) che ha lavorato incessantemente per produrlo. Quattro individui CONSUMANO più di una famiglia di quattro persone. I tre quarti del mondo non ragionano come ragioniamo noi. E non hanno né ragione, né torto.
Certo, si potrebbe argomentare che seguono un modello infinitamente più sostenibile, che hanno un po’ meno problemi di natalità rispetto a noi, ma si tratta di scelte. Noi siamo immersi nel frutto di una scelta che continuiamo ad operare giorno per giorno almeno dalla fine della WWII, e che oggi comincia a presentare il conto. Abbiamo consegnato la nostra dimensione privata a un sistema economico: da un lato il benessere oggettivo, ma dall’altro la polverizzazione dei legami affettivi, l’atomizzazione dei gruppi sociali, un’alienazione cronica e la depressione come nuova malattia endemica.

Oh, sono due righe buttate giù, LO SO che la faccio incredibilmente semplicistica; questi miei pensieri sono perlopiù una traccia, prima di tutto per me stesso. Prendeteli come tali.

---FINE NOTA---

Quindi, dicevamo, persone di cultura superiore cadono nello stesso meccanismo atomizzatore. È segno che il nemico che dobbiamo identificare, combattere e - qualora possibile - sconfiggere, si annida in quella terra di nessuno della nostra coscienza che c’è tra la testa e la pancia. Tra il razionale e l’istintivo, tra l’intellettualistico e il preculturale. È razionalizzabile (lo sto facendo io ora), ma solo ai fini del suo riconoscimento. È una spinta animale, legata all’istinto umano di supremazia nel branco, che però è calata in un ambito di società complessa. È sbagliato considerarla come un’invenzione delle classi dominanti, perché esse si limitano a sfruttare dei bug dell’essere umano. Se ad esse dobbiamo attribuire una colpa, e quella di aver sviluppato il famigerato Algoritmo NON ai fini di evolvere l’umanità, cercando di superare o di limitare quelle tensioni, ma di precipitarla in un nuovo imbarbarimento utilizzando quei limiti per poterla sfruttare in maniera che la Zuboff definirebbe “estrattiva”.

Quindi c’è tanta voglia di Sinistra. C’è voglia di ritrovare una dimensione d’intelligenza collettiva che vada al di là dei particolarismi, che pensi al bene comune e alla tutela e salvaguardia dei diritti di tutti. C’è l’intima consapevolezza che questo obiettivo si può raggiungere solamente attraverso l’abbandono della convenienza del singolo, attraverso il disciogliersi in qualcosa di più astratto e grande.

È un desiderio diffuso, largamente condiviso, figlio di un contesto - quello che si è descritto più sopra - che è limpido nella sua definizione. Solo che oltre ad essere limpido, è incardinato nelle nostre teste e nelle nostre pance, prima ancora che nelle nostre pratiche. Questa voglia di sinistra si scontra con la nostra attuale, fisheriana configurazione.

Bella la collettività, bello l’interesse comune, bella la giustizia sociale. Bravo. Grazie. Adesso te ne poi annà.

Sì, c’è un’innegabile voglia di sinistra.

C’è talmente tanta voglia di sinistra che ci stanno una quindicina di partiti di Sinistra. Ognuno che rappresenta una bolla digitale. Bolle. Che si detestano, perché accecate reciprocamente dalle smanie di protagonismo l’una dell’altra, perché lo schema mentale è quello. Ogni tornata elettorale dalla prima decade del 2000 ad oggi, da Pancho Pardi ad Angelo D’Orsi, sentiamo i soliti maledetti Mantra: “gettare un seme”, “segnare una testimonianza”, “ripensare la Sinistra”.

E così, di programma sensato in programma sensato, sono passati 20 anni, e si sono aggiunti ulteriori Partiti Comunisti - credo che siamo arrivati a una ventina ma aspettiamo fiduciosi la presentazione delle liste per le prossime politiche. Non possiamo non citare uno degli sketch migliori di Corrado Guzzanti in veste di Bertinotti:

“[...] Di che cosa ha paura oggi l’uomo? Non più del leone che oggi ci guarda mansueto dalle sbarre di una gabbia allo Zoo, ma dei VIRUS! E allora noi dobbiamo continuare a scinderci sempre di più, e creare migliaia di microscopici Partiti Comunisti, indistinguibili l’uno dall’altro, che cambiano continuamente nome e forma, e attaccare la destra come gli insetti [...]”

eccetera.

Quante risate ci siamo fatti, eh? Risate amare, ma anche quelle perfettamente funzionali alla gabbia epistemica che ci rinchiude, una gabbia fatta di like, dopamina, meme e infotainment.

Per cui, no. Non abbiamo bisogno di altri partiti comunisti. Non abbiamo bisogno dell’ennesimo profeta dell’attualità del Marxismo o della necessità di salvaguardare i diritti umani. Lo sappiamo già. Lo sanno i partiti che sono già nell’arco parlamentare che si reggono sul nostro voto: lo sanno ma ci ignorano. E ci ignorano perché loro fanno i conti con una base elettorale che ha accettato il compromesso per cui “democrazia = vado a scegliere le opzioni che mi dai”. È quello che dobbiamo disarticolare, e non lo si fa fondando partiti nuovi, ma dando il proprio sangue a quelli vecchi e strutturati. Imponendo loro un cambio di passo. Rendendo di nuovo la Politica un servizio e un lavoro maledetto, non “una svolta”. Dicevano i nonni che “Roma non è stata costruita in un giorno”.

I fasci (quelli pericolosi) non “stanno arrivando”, sono già qui, governano, hanno quell’egemonia culturale gramsciana che inseguivano dagli anni 90 che si esemplifica perfettamente nella nostra incapacità di uscire dal tracciato che li favorisce, di avere la pazienza e il coraggio di masticare amaro per anni, di costruire ciò che oggi non c’è e - soprattutto - di recuperare l’identità VERA della sinistra: un’identità di lotta, di difesa degli ultimi ANCHE E SOPRATTUTTO se non hanno nulla da “dare in cambio”.

Viviamo in un mondo molto ingiusto.

L’adattamento ad esso è la cosa meno di sinistra che ci sia.

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