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Quando la protesta diventa coreografia

di
AurHora Pronobis
AurHora Pronobis

Identità ignota, al servizio del bene. Trollessa pagato dall'Asse del Male.

20 giugno 2026

Il conflitto sociale ridotto a un’estetica condivisa che occupa spazio senza produrre attrito

protesta coreografica.jpg C'è un momento preciso in cui qualcosa si è rotto nella tradizione del conflitto sociale italiano. Non è stato un crollo improvviso, ma una lenta sostituzione: il contenuto ha ceduto il posto alla forma, la rivendicazione si è tramutata in rappresentazione.

I movimenti degli ultimi decenni hanno condiviso un'ambiguità di fondo. Nati in ambienti culturalmente privilegiati, hanno adottato il linguaggio della critica al sistema senza mai mettere in discussione i propri rapporti con quel sistema. Chi li seguiva cercava appartenenza più che cambiamento. Le piazze si sono riempite, ma di qualcosa di diverso dalla pressione politica: si sono riempite di senso di comunità, di estetica condivisa, di appartenenza identitaria. Elementi preziosi in sé, ma insufficienti a spostare equilibri di potere reali. Un raduno non è uno sciopero. Una coreografia non è una trattativa. Le Sardine ne sono state l'esempio più compiuto e rivelatore: migliaia di persone sinceramente indignate, ridotte a metafora di se stesse, compresse in piazze che non producevano alcuna rivendicazione concreta. Un movimento che ha scelto come simbolo identitario proprio l'immagine dell'essere stipati e immobili difficilmente poteva aspirare a scardinare qualcosa.

La tradizione sindacale del dopoguerra operava su un principio semplice: il conflitto si misura in termini concreti. Contratti, salari, diritti esigibili, blocchi produttivi. Il sistema economico comprende quella lingua perché ne sente le conseguenze dirette. Non comprende, o fa finta di non comprendere, il linguaggio dei gesti simbolici — e anzi, lo tollera volentieri, perché non lo tocca. Nel frattempo, le trasformazioni strutturali del lavoro procedevano indisturbate. La precarizzazione avanzava mentre si cantava in piazza. Le privatizzazioni proseguivano mentre si stringevano mani in cerchio. Non perché quei gesti fossero sbagliati in assoluto, ma perché erano stati proposti come sostituti di qualcosa, invece che come complementi.

Una responsabilità particolare ricade su quella galassia di intellettuali e comunicatori che si sono accreditati come voci critiche del sistema — la cosiddetta controinformazione — che avrebbero potuto orientare energie verso obiettivi sostanziali. Invece, spesso si sono limitati a costruire narrative di denuncia fini a se stesse, alimentando l'indignazione senza tradurla in strumenti d'azione al solo scopo di aumentare followers e monetizzazione dei propri canali. L'indignazione, senza organizzazione, è uno sfogo. Può essere persino funzionale al sistema che denuncia, perché esaurisce energie che altrimenti potrebbero depositarsi in forme di pressione più efficaci.

Il risultato è una generazione politicamente espressiva ma organizzativamente fragile. Capace di manifestare un'identità, completamente incapace di esercitare alcuna pressione. Il potere economico, che ragiona in termini di interessi e non di simboli, ha imparato a convivere comodamente con questo tipo di opposizione — persino a incoraggiarla, perché occupa lo spazio senza produrre attrito.

Pasolini aveva intuito il meccanismo: il sistema consuma anche ciò che nasce per contestarlo, lo riduce a prodotto, lo neutralizza assorbendolo. La critica diventa genere, il dissenso diventa stile.

Uscire da questa impasse non significa tornare a forme di conflitto novecentesche per nostalgia, ma capire che la giustizia sociale richiede strumenti che producano conseguenze materiali. Richiede organizzazione paziente, radicamento nei luoghi di lavoro e di studio, capacità di negoziare e di imporre costi reali a chi viola i diritti. Finché la protesta resterà uno spettacolo — per quanto sincero e partecipato — e finché la controinformazione si accontenterà di denunciare senza costruire, chi detiene il potere economico avrà buone ragioni per guardare entrambe con indifferenza, se non con sollievo.

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