Quand’è che gli scienziati del clima sono diventati dei coglioni?
Space enthusiast ma con calma.
Storia di una guerra culturale: come la lobby del fossile ci ha insegnato a dubitare della scienza
Il primo World Scientists' Warning to Humanity è stato pubblicato il 16 luglio del 1992. Circa 1700 scienziati, tra cui ricercatori di fama mondiale e oltre cento premi Nobel, firmarono il primo serio avvertimento all’umanità - un appello decisamente accorato, forse lontano dai toni che possiamo aspettarci dagli esponenti più in vista della comunità scientifica. Il documento inizia così:
“L'umanità e il mondo naturale sono su una rotta di collisione. Le attività umane infliggono gravi danni, spesso irreversibili, all'ambiente e alle risorse essenziali. Se non si interviene, molte delle nostre pratiche attuali mettono seriamente a rischio il futuro che desideriamo per la società umana e per i regni vegetale e animale, e potrebbero alterare il mondo vivente a tal punto da renderlo incapace di sostenere la vita nel modo in cui la conosciamo. Per evitare la collisione cui ci sta conducendo il nostro attuale percorso, è urgente fare dei cambiamenti radicali”.
Sono passati trentaquattro anni da questo appello, ma anche dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro e dall’istituzione della UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). Non si può dire che gli scienziati non fossero ascoltati, nel 1992. Eppure, da allora, qualcosa si è rotto. Qualcosa che non ha a che vedere con la scienza in generale, ma con un ambito estremamente complesso delle scienze naturali: la scienza del clima.
Il Warning to Humanity e la reazione dell’industria del fossile
Subito dopo il summit di Rio, la Global Climate Coalition (GCC) ha inaugurato la sua stagione dell’oro. Exxon, Chevron, Shell e British Petroleum, tra gli altri, erano tra i membri finanziatori di questa gloriosa organizzazione no-profit che non ha mai voluto nascondere la sua natura di lobby industriale. All’inizio degli anni Novanta, quando iniziava a essere chiaro che l’allarme per il cambiamento climatico si sarebbe pericolosamente messo in mezzo agli affari dei padroni del fossile, la GCC - che era stata fondata nel 1989 - diventò molto aggressiva.
Il consorzio iniziò a investire milioni di dollari per sventare la minaccia esistenziale costituita dei nuovi dati degli scienziati (che non erano neanche così nuovi: quando Arrhenius capì che l'industria bruciando carbone stava immettendo CO2 nell'aria, e che questo avrebbe potuto alterare il clima, era il 1896). Ora, dopo l’exploit di Rio, l’obiettivo era uno solo: era necessario fare in modo che la parola di un industriale contasse tanto quanto quella di un premio Nobel. E per farlo, la campagna dell’industria fossile contro la scienza del clima decise di seguire l’esempio tracciato anni prima dalle multinazionali del tabacco. Allora si capì perfettamente che per evitare il sospetto dei consumatori non è necessario dimostrare qualcosa (“Il dubbio è il nostro prodotto”, c’è scritto in un famoso memo della Brown & Williamson Tobacco Corporation); è sufficiente far credere alle persone che la scienza non sia ancora del tutto sicura, che ci siano "due campane da ascoltare", che servano "ulteriori studi".
È esattamente quello che è successo, a partire dagli anni Novanta, con la crisi climatica: le lobby hanno preteso (e ovviamente ottenuto) che i media americani applicassero la fairness doctrine a ogni dibattito televisivo sul clima. Per parlare di clima, da adesso in poi, servono un climatologo e un negazionista. Così, anche se il consenso scientifico sulla faccenda è vicino al 97%, gli spettatori avranno la percezione che la comunità scientifica sia spaccata, indecisa. Per farsi un’idea di quanto questo sia lontano dalla realtà, basta leggersi una survey uscita qualche giorno fa: in base alle risposte fornite da oltre 1.600 fisici, emerge che l'interpretazione di Copenhagen - l'approccio più diffuso alla meccanica quantistica - gode di un consenso del 36%, e che neanche il modello cosmologico standard ΛCDM raccoglie il supporto della maggioranza degli scienziati. Eppure non è così usuale imbattersi in discorsi pubblici che mettono in discussione la costante cosmologica o la natura della materia oscura. Forse perché tutto questo si consuma su scale che sembrano non poter realmente interferire con le nostre vite.
Quanto al clima, però, era necessario agire. Così, nel tempo, diversi scienziati compiacenti (anche di altissimo livello) hanno accettato di diventare “mercanti di dubbi”, promuovendo l’idea che non esistesse un vero consenso in materia di clima: alcuni lo facevano come espressione diretta dell’attività delle lobby, altri perché credevano che imporre delle limitazioni all’industria fossile avrebbe significato rinunciare al capitalismo, allo stile di vita occidentale oppure alla supremazia USA.
Ma non c’era scelta: se la UNFCCC avesse portato a trattati vincolanti - come fu poi il Protocollo di Kyoto del 1997 - miliardi di tonnellate di petrolio e carbone sarebbero dovuti restare sotto terra. Che ne sarebbe stato del valore di mercato di Exxon, Shell e compagnia? Allora abbiamo dovuto distruggere la scienza del clima. E i risultati di tanto impegno sono stati evidenti sin da subito.
Il Second Notice e la guerra culturale sul clima
Dopo il primo Warning del 1992, la comunità scientifica tornò a rivolgersi al mondo nel 2017 con World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice, sottoscritto da oltre 15.000 scienziati (pare sia l’articolo scientifico con il maggior numero di firmatari di sempre). A venticinque anni dal primo avvertimento, la situazione era precipitata:
“Dal 1992, ad eccezione della stabilizzazione dello strato di ozono stratosferico, l'umanità non è riuscita a compiere progressi sufficienti nella risoluzione di queste previste sfide ambientali e, cosa allarmante, la maggior parte di esse sta peggiorando. Particolarmente preoccupante è l'attuale traiettoria di un cambiamento climatico potenzialmente catastrofico, dovuto all'aumento dei gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, dalla deforestazione e dalla produzione agricola, in particolare dall'allevamento di ruminanti per il consumo di carne. Inoltre, abbiamo scatenato un evento di estinzione di massa, il sesto in circa 540 milioni di anni, in cui molte forme di vita attuali potrebbero essere annientate o quantomeno destinate all'estinzione entro la fine di questo secolo”.
Nel 2017 era troppo tardi per negare la crisi climatica, i cui effetti erano già sotto gli occhi di tutti. Così, non potendo attaccare le evidenze scientifiche (anche se il cherry picking va ancora molto di moda), l’industria fossile si è mossa in maniera più sottile. Prendendo tempo, innanzitutto. Finanziando narrazioni secondo cui sì, il problema esiste, ma le soluzioni proposte dagli scienziati (le rinnovabili) sono immature, costose e frutto dei pensieri di un’élite globale di radical chic troppo studiati che vuole togliere la libertà ai cittadini comuni, magari anche disprezzandoli un po’. Così la transizione ecologica è diventata una guerra culturale quotidiana fatta di miti e leggende sulla raccolta differenziata, orgoglio diesel proletario, crociate contro i vegani e invettive contro la farina di insetti.
Ma è vero che non ci fidiamo degli scienziati del clima?
Nel 2019 gli scienziati del clima dichiaravano “in modo chiaro e inequivocabile che il pianeta Terra sta affrontando un'emergenza climatica”. Tre anni dopo ci informavano che “siamo ormai in stato di allerta rossa sul pianeta Terra”. Altri Warning per l’umanità rimasti inascoltati. E non perché le persone comuni non possano capire l’entità del problema o desiderare sinceramente di essere parte di un cambiamento che va a beneficio di tutti, ma perché se lo facessero potrebbero finire, semplicemente, con l’emanciparsi dal petrolio. Come quelli che hanno smesso di fumare negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, solo che stavolta parliamo di oltre un miliardo di persone - che consumano, si riscaldano e vanno a lavoro tutti i giorni bruciando i preziosi prodotti dell’industria fossile.
Così dobbiamo continuare a dubitare della scienza del clima. A parlarne quanto più possibile, a metterla in discussione, a sezionarla in minuscole dosi adeguate al consumo che possiamo farne. E riusciamo a fare tutto questo con una delle aree di studio in assoluto più difficili da comprendere e semplificare. Capire davvero la scienza del clima richiede una enorme quantità di competenze, che vanno dalla fluidodinamica non lineare alla geochimica dei cicli del carbonio, dall'analisi dei modelli matematici alla paleoclimatologia. Richiede soprattutto di mettere insieme i pezzi, che non è un lavoro elementare. Eppure basta che uno dica che a Pompei nel 79 d.C. faceva caldo per smontare decenni di ricerca, dati satellitari, simulazioni, proiezioni. La macchina del dubbio produce da sé il proprio carburante.
Gli scienziati del clima si sono anche chiesti se non fosse tutta una loro paranoia. Lo scorso anno, un team di ricerca internazionale ha pubblicato su Environmental Research Letters uno studio condotto su 68 Paesi che nasceva al semplice scopo di valutare la fiducia pubblica nei confronti dei climatologi e degli scienziati in generale - per vedere se ci fossero delle evidenti differenze di percezione. Ebbene, ci sono: in 43 dei 68 Paesi analizzati, il divario è risultato “statisticamente significativo”. Gli scienziati del clima godono di una minore fiducia rispetto agli scienziati in generale. E, sorpresa delle sorprese, quanto più l’orientamento politico di una persona vira a destra, tanto maggiore è il “gap di fiducia” tra scienziati e scienziati del clima.
“In molti Paesi occidentali, la comunicazione pubblica sul cambiamento climatico - in particolare da parte dei partiti e dei media conservatori - ha messo in dubbio la credibilità della scienza climatica. Questa politicizzazione, spesso amplificata da interessi acquisiti come quelli delle lobby dei combustibili fossili, può contribuire a spiegare l'erosione della fiducia tra alcuni gruppi conservatori”,
spiegano gli autori dello studio.
Adesso i climatologi dovranno cercare di spiegare all’umanità, come tentarono di fare già nel 1992 [1], che la guerra è incompatibile con l’impresa di scongiurare la catastrofe climatica. Passeranno di nuovo per pazzi, radicali o comunisti con inclinazioni malthusiane. Cercheranno, a fatica, di usare un linguaggio comprensibile - o che sia almeno capace di attirare l’attenzione. Firmeranno appelli. Finiranno in pasto ai negazionisti, di nuovo, ogni volta. Ma continueranno ad avvisarci, cercheranno di spiegarci ancora quello che tutti dovremmo sapere. Ed è per questo che sono nostri amici. Dei veri coglioni, e degli eroi alla fine del tempo.
--
[1] “Il successo in questa impresa globale richiederà una drastica riduzione della violenza e della guerra. Le risorse attualmente destinate alla preparazione e alla conduzione dei conflitti – che ammontano a oltre 1.000 miliardi di dollari all'anno – saranno indispensabili per i nuovi compiti e dovrebbero essere dirottate verso le nuove sfide”.
1992 World Scientists' Warning to Humanity