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Questa non è la crisi climatica

12 settembre 2026

Il limite del pianeta è ormai superato, ma per rendere davvero desiderabile la sostenibilità serve un nuovo linguaggio

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di Guglielmo Calcerano - Co-Portavoce Europa Verde Lazio

Circa un secolo fa René Magritte, con il disegno di una pipa, ci ricordava che "questa non è una pipa".
Anche le parole che usiamo per descrivere la crisi climatica e per articolare la nostra proposta politica sono disegni, codici, raffigurazioni di una realtà che però, a partire dall’ambiente che ci circonda, sta cambiando sempre più velocemente intorno a noi.

Questo cambiamento repentino non può che interrogarci, dunque, proprio su quanto i termini che ci siamo abituati a utilizzare – dandoli ormai quasi per scontati – siano ancora utili per affrontare le questioni del presente e quelle del futuro. Con quale linguaggio e con quale apparato concettuale i Verdi, e soprattutto le nuove generazioni di ecologisti, si preparano a questa sfida? "Conversione ecologica socialmente desiderabile", "estrattivismo", "non c'è giustizia sociale senza giustizia ambientale", "eco-transfemminismo", "lavorare meno, lavorare tutti" e così via. Espressioni che, nella discussione politica, anche per necessità di sintesi, sono divenute così frequenti che, in uno stesso articolo o intervento, potremmo tra di loro efficacemente dissimulare altre parole alate provenienti da tutt'altro contesto, come "da un grande potere deriva una grande responsabilità" o "le esigenze dei molti contano più di quelle dei pochi".

Ma una mappa non è il territorio. Non sarà che, ormai assuefatti a queste espressioni e a queste analisi, corriamo il rischio di non cercare più le giuste parole per il tempo che cambia?

Credevamo di disporre di più tempo per giocare la nostra partita contro il cambiamento climatico. Nel 2015 la COP21 di Parigi — con ritardo inaccettabile — fissava l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi: oggi, nel 2026, sappiamo già di aver ampiamente mancato il bersaglio. Nel 2022 ci allarmò il distacco di un seracco dal ghiacciaio della Marmolada, che provocò 11 vittime. Nel corso di questa rovente estate 2026 abbiamo assistito impotenti a un disastro molto più grande: il crollo di milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio sull'Himalaya, tra Nepal e Tibet, che ha già causato circa 1.300 vittime accertate e oltre 5.600 dispersi. E solo qualche giorno fa il Segretario Generale dell'ONU António Guterres ha dichiarato, a proposito delle conseguenze catastrofiche dell'imminente "Super Niño", che il pianeta si trova in una vera e propria zona di pericolo, a causa di un fenomeno dalle proporzioni gigantesche, che sta sospingendo l'umanità verso acque inesplorate.
 
Molte delle nostre "parole d'ordine" sono nate prima della crisi attuale. Proprio la "conversione ecologica socialmente desiderabile" – frutto della genialità e dell'analisi profetica di Alex Langer – era il fulcro di una proposta politica che puntava a salvare il pianeta prima che fosse troppo tardi, chiedendo alle persone, e quindi alla società, un'adesione intima e al tempo stesso comunitaria, profondamente etica, all'idea che un modo diverso di stare al mondo fosse possibile, e che fosse possibile "vivere meglio con meno" [1]. Ecco, di fronte a una catastrofe in atto, che rende ormai necessario parlare di mitigazione e adattamento, oltre che di contrasto al cambiamento climatico, il nostro compito non è più solo comprendere e custodire queste parole: dobbiamo anche costruirne di nuove.
 
Perché il mondo in cui viviamo noi non è più, purtroppo, il mondo (senza dubbio già piuttosto difficile) in cui viveva e scriveva Alex. E il problema che dobbiamo risolvere oggi non è più soltanto quello di educare alla cultura del limite: dobbiamo far capire a quante più persone possibile, e piuttosto in fretta, che il limite è stato superato, e che bisogna immediatamente cambiare i nostri stili di vita. Tutto sommato, dobbiamo solo aggiustare un po' il tiro, ponendo l'accento sul requisito della desiderabilità della conversione ecologica. Rivolgere a nostro "vantaggio" quella prospettiva individualista, talvolta smaccatamente utilitarista, che condiziona larga parte della nostra società, e che fa sì che tante persone decidano – forse anche inconsciamente – se e come votare, cosa comprare, come vivere, in base a ciò che sembra loro più utile e conveniente.

Provo allora a proporre un'espressione: "scelta intelligente" o "scambio vantaggioso", che sottintende l'idea che un qualche sacrificio da parte di ognuno sia oggi necessario, ma che, al contempo, non si tratta propriamente di rinunciare a qualcosa, ma di scegliere tra due beni, preferendo quello di maggior valore. Non è un "tirare la cinghia", non si tratta di una rinuncia in cambio di nulla, né di firmare una cambiale che potrà essere incassata solo dalle future generazioni. Il meccanismo è semplice e lo conosciamo tutti: piuttosto che fare colazione tutte le mattine al bar, compriamo frutta, caffè, latte e biscotti, si fa colazione a casa, risparmiamo, e il sabato sera ci si può anche permettere di andare a mangiare una pizza. Se vogliamo andare a vivere a Tokyo, dedicheremo una parte del nostro tempo a imparare il giapponese. Se programmiamo di compiere il giro del mondo in bicicletta, o magari vogliamo solo tenerci in forma, ogni giorno ci alzeremo dal letto mezz'ora prima per poter raggiungere il luogo di lavoro pedalando.
 
Chiediamoci allora, allargando un po' il discorso a quegli stili di vita sostenibili che vogliamo promuovere: quante persone sarebbero disponibili a muoversi utilizzando solo i mezzi pubblici, rinunciando all'auto di proprietà, in cambio di un'ora in più di tempo libero al giorno? Quante persone sarebbero disposte a rinunciare all'aria condizionata nel mese di agosto, se fossero certe che l'estate del 2027 non sarà calda come quella del 2026, ma come quella del 1976? Messa così la questione, non si tratta più di proporre sacrifici, ma di invitare ad esercitare saggiamente un'opzione: accettare ragionevoli rinunce, in funzione del raggiungimento di un obiettivo, una gratificazione, più rilevante. Questo “scambio”, questo "graduare i piaceri", avrebbe detto John Stuart Mill, è immediatamente alla portata di tutti, anche di chi non ha ancora maturato una coscienza ecologista, o manca di una dimensione comunitaria, perché cresciuto nell'individualismo sfrenato o nel "familismo amorale".
 
Più che un "vivere meglio con meno", proponiamo di "vivere meglio con altro". Non chiediamo più di rinunciare a qualcosa (solo) perché è giusto farlo: chiediamolo (anche) perché conviene, perché è la scelta più intelligente e vantaggiosa da compiere oggi. In fondo, in un pianeta reso definitivamente inabitabile per la specie umana, non servirebbe a nulla neppure essere ricchi, visto che il denaro non si può mangiare.
 
Questa è l'idea, così com'è, ancora un po' grezza. Sta a chi legge prenderla, smontarla, magari trovare parole migliori. Tutto quello che è stato scritto finora è solo il disegno di una pipa, anzi, un abbozzo. La vera crisi climatica non è in questo articolo — è fuori — e non aspetta che finiamo di parlarne.

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[1] Alex Langer, A proposito di Giona, 1991. Si veda anche il concetto di “austerità” come strumento di lotta di classe, delineato da Berlinguer nel famoso “discorso dell’Eliseo”.

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Foto: Matthias Lüscher / Greenpeace