Quindici sigarette al giorno
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Mai così connessi, mai così soli. Cosa si perde quando il legame perde il corpo, e perché gli Stati hanno cominciato a temerlo
Nel 2018 il Regno Unito ha nominato una Ministra per la Solitudine. Il Giappone l'ha imitato nel 2021. Nel 2023 il responsabile della sanità pubblica statunitense, Vivek Murthy, ha pubblicato un documento ufficiale in cui dichiarava la solitudine un'epidemia e la paragonava, per danni alla salute, a fumare quindici sigarette al giorno. Fermiamoci un attimo su questa frase, perché è più strana di quanto sembri: degli Stati nazionali hanno istituito ministeri, e dei medici hanno emanato allarmi pubblici, contro un sentimento. Contro il fatto che le persone si sentano sole. È accaduto nel momento storico in cui siamo, tecnicamente, più connessi che mai: miliardi di dispositivi, messaggi istantanei, la possibilità di raggiungere chiunque in qualunque istante. Più ci connettiamo, più ci sentiamo soli. È il paradosso da cui bisogna partire, perché non è un caso: è il cuore della questione.
Insieme ma soli
Sherry Turkle, che studia il rapporto tra persone e macchine da quarant'anni, ha sintetizzato tutto in un titolo: Insieme ma soli. La sua tesi è che ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre di meno gli uni dagli altri. Abbiamo barattato la conversazione (lenta, imprevedibile, faticosa, esposta) con la connessione (rapida, controllabile, a basso rischio). Un messaggio si può rileggere, correggere, rimandare; uno sguardo no. La connessione ci dà l'illusione della compagnia senza le esigenze della relazione. E così, scrive Turkle, ci nascondiamo gli uni dagli altri pur restando perennemente in contatto. La scena la conosciamo tutti: un tavolo di persone che si sono cercate per stare insieme, e che a un certo punto guardano ciascuna il proprio schermo, presenti e altrove.
Non è solo questione di abitudini private. Robert Putnam, già vent'anni fa, aveva documentato il crollo di quello che chiamava capitale sociale: la lenta evaporazione dei circoli, delle associazioni, delle leghe sportive parrocchiali, di tutta quella ragnatela densa di legami in presenza che teneva insieme una comunità. Gli americani, osservava, avevano cominciato a "giocare a bowling da soli". Zygmunt Bauman ha dato a questa dissoluzione il suo nome più felice: amore liquido. In un mondo che ci educa a consumare, anche il legame diventa un bene di consumo: da tenere "fino a nuovo avviso", da scartare quando smette di soddisfare, sempre sotto la minaccia di un'opzione migliore a un match di distanza. Il timore non è più la mancanza di relazioni, ma la loro durata: l'impegno come trappola. E Byung-Chul Han descrive lo sciame digitale, una folla connessa che però ha perso l'alterità, l'altro come altro, distante, resistente, capace di dirci di no. Negli schermi tutto è liscio, scorrevole, levigato; e ciò che è liscio non oppone attrito, ma non lascia nemmeno presa.
L'inganno dell'ideale
C'è, sotto la solitudine, un meccanismo più intimo, e nasce dallo stesso mondo che ci chiede di ottimizzare ogni cosa. Chi passa le giornate a misurarsi, a rendere, a diventare la versione migliore di sé non depone quell'abitudine quando torna a casa, semmai la porta con sé insieme alla mente prosciugata da un lavoro che non finisce mai davvero. E comincia a misurare anche gli affetti, a trovarli in difetto. Si sente inadeguato rispetto a un ruolo che crede di dover ricoprire, il partner sempre presente, l'amico sempre all'altezza, la persona che ama nel modo giusto e nella misura giusta. È un ruolo che nessuno, accanto a lui, gli ha davvero chiesto: a esigerlo è soltanto un ideale. E di quell'ideale gli schermi sono la fucina. A furia di scorrere esistenze altrui accuratamente montate finiamo per credere che gli altri siano più felici e abbiano legami migliori dei nostri: uno studio ormai classico di Chou ed Edge lo diceva già nel titolo, "sono più felici e hanno vite migliori della mia", e mostrava che più tempo passiamo a guardarli, più ne siamo persuasi, soprattutto quando si tratta di persone che nella vita reale non conosciamo affatto.
La tenaglia si chiude perché lo stesso strumento che gonfia l'ideale logora il reale. Da un lato certe relazioni nascono e si nutrono dentro una chat di WhatsApp, in una conversazione che possiamo pensare e limare prima di mandarla, un'intimità senza sbavature contro cui lo scambio in presenza, coi suoi silenzi e le sue parole sbagliate, sembrerà sempre goffo. Dall'altro, quando il telefono entra nella stanza tra due persone che si amano, la ricerca chiama quell'interferenza technoference e la registra, misura dopo misura, come una soddisfazione di coppia più bassa.
Eva Illouz lo aveva capito ancora prima degli algoritmi: l'amore moderno soffre di un eccesso di standard e di alternative immaginate, e chi confronta di continuo ciò che ha con ciò che potrebbe avere non conosce pace. Così la relazione vera, quella imperfetta e ordinaria e magari perfino serena, finisce sotto un metro impossibile, e comincia a somigliare a una forma di solitudine anche quando non lo è.
Da qui la tentazione più insidiosa: se il reale non è all'altezza dell'ideale, sarà colpa del reale. Il legame vivo resiste, delude, non si lascia ottimizzare; l'ideale invece è liscio, sempre disponibile e sempre migliore, per la semplice ragione che non esiste. E allora si smantella ciò che si è costruito in anni, nell'illusione che l'amputazione del passato equivalga a rinascita: è l'amore liquido di Bauman portato fin dentro le mura di casa. Ma il bersaglio è sbagliato. Hartmut Rosa direbbe che scambiamo per ostacolo proprio ciò che lui chiama indisponibilità (Unverfügbarkeit), tutto ciò che resiste al nostro controllo, quando è invece la condizione di ogni legame vero: una persona che si lasciasse possedere e prevedere del tutto non sarebbe più nessuno. La vita che avevamo, quella ordinaria e piena di attriti, non era insufficiente; sembrava tale soltanto accanto a un ideale che non esisteva, e che nessuno, tranne noi, ci aveva chiesto di raggiungere. E intanto, un legame vero dopo l'altro, restiamo soli.
Quello che il corpo sa
C'è un livello ancora più profondo, e per coglierlo bisogna scendere dalla sociologia alla carne. Il filosofo Maurice Merleau-Ponty ha passato la vita a mostrare che non abbiamo un corpo come si ha un oggetto: noi siamo il nostro corpo, e conosciamo il mondo e gli altri attraverso di esso, prima e sotto ogni parola. Hubert Dreyfus ha applicato questa intuizione all'era digitale, insistendo sulla differenza incolmabile tra presenza e telepresenza. Una videochiamata trasmette il volto e la voce, ma sottrae tutto il resto: il rischio della co-presenza, la vulnerabilità di essere lì, esposti, senza poter chiudere una scheda; il silenzio condiviso che non è imbarazzante; il peso di un corpo accanto a un altro corpo. È proprio quell'attrito (la possibilità di essere feriti, di non potersene andare con un clic) a rendere un legame vincolante. Togli il rischio e togli l'impegno: resta la compagnia senza la promessa.
Che la posta in gioco sia biologica, e non solo culturale, lo ha mostrato il neuroscienziato John Cacioppo: la solitudine, per una specie sociale come la nostra, funziona come la fame o la sete. È un allarme evolutivo, un segnale di pericolo che ci spinge a cercare gli altri, perché per i nostri antenati l'isolamento significava la morte. Una solitudine cronica logora il corpo letteralmente: il sonno, il sistema immunitario, il cuore. Le quindici sigarette di Murthy non erano una metafora a effetto.
E se non fosse vero?
A questo punto un lettore onesto ha il diritto di alzare la mano, e io ho il dovere di passargli la parola, perché un articolo che ignora le obiezioni migliori invecchia in fretta. C'è una disputa scientifica seria, qui sotto, e va detta. Lo psicologo Jonathan Haidt, nel suo La generazione ansiosa, sostiene che smartphone e social media abbiano causato il crollo della salute mentale adolescenziale dell'ultimo decennio. È una tesi potente e popolarissima. Ma è contestata da ricercatori autorevoli (Candice Odgers sulle pagine di Nature, Andrew Przybylski) secondo cui i dati mostrano correlazioni robuste ma un nesso causale molto più debole di quanto si affermi, con effetti di dimensioni modeste. Correlazione non è causa: forse non sono gli schermi a renderci infelici, forse sono gli infelici a rifugiarsi negli schermi, o forse una terza causa muove entrambi. La prudenza, qui, è d'obbligo. E la stessa cautela vale per gli studi che ho citato prima, sul confronto sociale e sulla technoference: fotografano associazioni reali, non catene causali dimostrate.
E c'è un'obiezione ancora più radicale, che colpisce la premessa stessa di tutto il discorso. I sociologi Nathan Jurgenson e Danah Boyd la chiamano critica del dualismo digitale: l'idea che esista un mondo "reale" e materiale, autentico, contrapposto a un mondo digitale finto e degradato, sarebbe essa stessa un'illusione nostalgica. Per chi è cresciuto online, l'amicizia su una chat è amicizia, l'amore a distanza è amore; il digitale non sostituisce la vita, ne è parte.
Rimpiangere un'epoca di "rapporti veri" pre-tecnologici, dicono, è spesso il privilegio di chi non aveva bisogno della rete per non sentirsi solo: il disabile, l'adolescente queer in un paese ostile, l'emigrante. Per loro il legame digitale non è un surrogato: è una salvezza.
Sono obiezioni che non si possono liquidare, e non lo farò. Concedo quasi tutto: il nesso causale è incerto, il confine tra materiale e digitale è meno netto di quanto la retorica voglia, e per molti la connessione a distanza è un dono reale. E però resta un residuo che nessun dato dirime, e che il corpo sa meglio di qualunque studio: c'è una differenza tra essere visti su uno schermo ed essere visti, tra una mano scritta e una mano stretta. Non è nostalgia di un passato migliore. È il riconoscimento di qualcosa che la specie ha impiegato milioni di anni a iscrivere nei nervi, e che dieci anni di interfacce non hanno cancellato.
Hannah Arendt, studiando da cosa nasce il terrore politico, scrisse una pagina che oggi suona come un avvertimento:
"Ciò che prepara gli uomini al dominio totalitario è il fatto che la solitudine, un tempo esperienza marginale sofferta in certe condizioni limite come la vecchiaia, è diventata l'esperienza quotidiana di masse sempre più ampie del nostro secolo" (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, 1951).
Una specie sociale che dimentica come si sta insieme non diventa soltanto più triste. Diventa anche, e Arendt lo sapeva, più facile da governare. Forse è questa la posta vera della solitudine: non solo quanto fa male a ciascuno di noi, ma cosa rende possibile, quando ci coglie tutti insieme.
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Riferimenti bibliografici
Vivek H. Murthy, Our Epidemic of Loneliness and Isolation, U.S. Surgeon General's Advisory (2023)
Sherry Turkle, Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other (2011)
Robert D. Putnam, Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community (2000)
Zygmunt Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi (2003)
Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale (2013)
Hui-Tzu Grace Chou e Nicholas Edge, "'They Are Happier and Having Better Lives than I Am': The Impact of Using Facebook on Perceptions of Others' Lives", Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 15(2), 2012
Brandon T. McDaniel e Sarah M. Coyne, "'Technoference': The Interference of Technology in Couple Relationships and Implications for Women's Personal and Relational Well-Being", Psychology of Popular Media Culture, 5(1), 2016
James A. Roberts e Meredith E. David, "My Life Has Become a Major Distraction from My Cell Phone: Partner Phubbing and Relationship Satisfaction Among Romantic Partners", Computers in Human Behavior, 54, 2016
Eva Illouz, Why Love Hurts: A Sociological Explanation (2012)
Hartmut Rosa, Unverfügbarkeit (2018)
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione (1945)
Hubert L. Dreyfus, On the Internet (2001)
John T. Cacioppo e William Patrick, Loneliness: Human Nature and the Need for Social Connection (2008)
Jonathan Haidt, La generazione ansiosa (2024)
Candice L. Odgers, "The Great Rewiring: Is Social Media Really Behind an Epidemic of Teenage Mental Illness?", Nature (2024)
Amy Orben e Andrew K. Przybylski, "The Association Between Adolescent Well-Being and Digital Technology Use", Nature Human Behaviour (2019)
Nathan Jurgenson, "Digital Dualism versus Augmented Reality" (2011) e The Social Photo: On Photography and Social Media (2019)
danah boyd, It's Complicated: The Social Lives of Networked Teens (2014)
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)