Il rapporto russo-armeno
Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.
L'elezione di Pashinyan, la fine del clan Karabakh e il reciproco allontanamento tra Armenia e Russia
Dalla dichiarazione d'indipendenza dell’Armenia, poco prima del tramonto dell'URSS, il potere politico della repubblica era stato monopolizzato dall'élite del Nagorno Karabakh, che aveva guidato la rivolta e la lunga lotta per affrancarsi dal controllo azero. Con la vittoria della prima guerra del Nagorno nel 1994, sebbene l'ex Repubblica di secondo livello della RSS azera non fosse stata integrata nella repubblica armena, per evitare di indebolire la legittimità internazionale di Yerevan, l’Armenia fu completamente ostracizzata ed isolata dai vicini, in particolare i turchi che chiusero la frontiera. All’epoca lo stesso Iran reagì in modo freddo. Trovandosi isolata, l’unica assicurazione di sopravvivenza per il paese fu sottoscrivere un accordo di sicurezza con Mosca, malgrado si fosse aperta una frattura negli anni tra il 1988 e il ‘91 quando l’Unione Sovietica si era mostrata piuttosto rigida nel negare le ragioni di Stepanakert e molto meno attiva nel reprimere i pogrom fatti dagli azeri, ma anzi fu accusata di aver favorito l’esodo di Ganja. Occorre tenere presente comunque che dirimere una lotta interetnica in un contesto di popolamento misto resta una questione che non può essere esemplificata e interpretata in chiave dicotomica.
Gli anni successivi al 1994 avevano visto quindi la nascita di due repubbliche armene: una internazionalmente riconosciuta e l'Artsakh autoproclamatasi; un’élite politica condivisa a trazione del Nagorno e l'alleanza militare ed economica con Mosca.
Negli anni successivi la feroce contrazione economica che aveva segnato l’ex URSS si era abbattuta con particolare rigore sull'Armenia, che aveva visto nella sua area settentrionale, già segnata dal terremoto di Spitak, il completo fallimento del complesso industriale creato dall'URSS a servizio dell'intero transcaucaso. I politici armeni erano stati incapaci di trovare soluzioni, anche per oggettiva mancanza di mezzi, ma vi aggiunsero una pesante corruzione e un governo inefficiente. La conseguenza fu una migrazione sistemica dal paese e un indebolimento dello stesso. Dall'altra parte, l’Artsakh era sostenuto finanziariamente da esuli armeni all’estero.
L'Armenia per Mosca aveva rappresentato una porta aperta sul Caucaso che ne aveva garantito la proiezione nell’area. L'esistenza stessa dell’Artsakh era invece la chiave del lucchetto che ancorava Yerevan alla Russia, dato che impediva all’Armenia un’esistenza normale - in realtà, a parere mio, comunque una chimera a causa dei vicini animati da sentimenti decisamente anti-armeni tra l'irredentismo azero e il negazionismo turco.
Lo schema caucasico russo era indebolito dall’inefficienza del gruppo dirigente armeno filorusso, spregiativamente indicato come clan Karabakh, e dalla sua incapacità di rigenerarsi. Dall’altro lato vi era un sempre maggiore revanscismo di Baku, che era positivo per Mosca, che così riusciva a legare a sé gli armeni, ma che se debordava poteva mettere in crisi la situazione caucasica - tanto che aveva tentato più volte una mediazione di compromesso che vedeva una divisione dei territori tra alto Nagorno e terre base da assegnare all’Azerbaijan, ma trovando il netto rifiuto di Stepanakert, di primo acchito sicuramente un errore. Ma gli armeni avevano il terrore di rinunciare all'area disabitata attorno al Nagorno (non a torto come si è visto nel 2023 e prima con il blocco alimentare) e dall'altra parte non credo che gli Aliev avrebbero mollato l'osso, sarebbero comunque tornati alla carica per il resto della regione.
Il reciproco allontanamento
1. Armenia
Sul finire del secondo decennio del nuovo millennio il malgoverno del clan Karabakh, l'élite politica originaria della regione che aveva guidato lo stato armeno sino a quel momento, aveva portato a manifestazioni contro le autorità, decisamente sobillate da un occidente che aveva catalizzato il malcontento diffuso, ma senza giungere ad una piena rottura con Mosca come nel caso di altre rivoluzioni colorate, a causa della situazione precaria dello stato armeno.
Alla fine nel 2018, con l’elezione di Pashinyan, prevale un leader non originario del Nagorno e non filorusso anche se si assiste al tentativo di non scontrarsi con i russi.
Da una osservazione della politica di Pashinyan ritengo che comunque la sua strategia di medio-lungo periodo nasconda una traiettoria di allontanamento, arrivando a chiudere scientemente la questione Artsakh, sterilizzando al contempo il potere del gruppo Karabakh, per poter aprire l’Armenia a nuove prospettive internazionali per uscire dall’asfittica situazione economica del paese. Aperture che comunque presentano aspetti gravosi e molteplici pericoli, perché espongono l'Armenia ai suoi nemici storici turchi e azeri, privata della protezione russa, in una situazione più prossima a quella di ostaggio che di partner.
Non arrivo a dire che il politico fosse disponibile a giungere alla tragica situazione attuale del Nagorno, ma sicuramente ha fatto in modo di indebolire la Repubblica secessionista isolandola politicamente e raffreddando i rapporti con Mosca per arrivare alla desiderata normalizzazione internazionale. Al contempo le élite nagornine non hanno colto il momento pericoloso sottovalutando in modo criminale il potere militare degli azeri e hanno rifiutato ogni accomodamento proposto da Mosca e da Yerevan (resto comunque dell'idea che a Baku non sarebbe bastato, se non come step intermedio).
Con la guerra del 2020 non si può negare l'impegno militare dell'Armenia, ma l’arretratezza dell'esercito, frutto sia della trascuratezza imputabile anche a Pashinyan sia della povertà del paese, non lasciano scampo. La seconda guerra del Nagorno si chiude con la perdita di tutte le aree periferiche dell'alto Karabakh, lasciando questo isolato nei territori azeri. L’armistizio mostra però il totale cinismo di Pashinyan che abbandona l’Artsakh: si può concedere che la portata della sconfitta giustificasse questo, ma ritengo più probabile che sotto vi sia un calcolo politico piuttosto opportunistico che tentava di salvare capra e cavoli liberando l'Armenia dall'impiccio rappresentato dalla pluridecennale questione Artsakh, ma al contempo lasciando la patata bollente ai russi, confidando che avrebbero fatto del Nagorno un’ennesima repubblica secessionista tutelata, sulla falsa riga di Pridnestrovie o Abcasia.
Un calcolo sbagliato che mostrò la corda già in occasione del blocco alimentare imposto al Nagorno da dei finti ecologisti azeri che Mosca si rifiutò di sgombrare e che culminò con la successiva guerra del ‘23. Chiaramente nel mandato russo post armistizio non era prevista una reazione, ma diciamo che la questione è piuttosto di lana caprina: nel 2008 Saakashvili, in occasione della crisi tra Georgia e Ossezia e Abcasia, ha ricevuto un trattamento ben diverso - perché per Mosca il Nagorno aveva valore solo se consentiva di mantenere il patrocinio su Yerevan.
2. Russia
Se la carta armena era stata fondamentale per i rapporti di forza di Mosca nel Caucaso, nel corso del tempo il partenariato simbiotico ha cominciato a diventare un peso, impedendo una politica russa di apertura con l'Azerbaijan e la Turchia che si era resa necessaria dopo la crisi di Maidan in Ucraina. Personalmente sostengo che la preparazione dell'attuale conflitto, a livello di messa in efficienza dei sistemi sia economici che d'arma, abbia richiesto tempi lunghi - lo deduco dall'accumulazione progressiva d’oro nelle riserve e dall’importazione di materiali sensibili. Non che Mosca volesse espressamente fare la guerra sin da quel momento, ma semplicemente intendeva essere preparata per sostenere lo scontro se questo si fosse reso inevitabile.
Il tentato colpo di stato in Turchia del 2016, ma già prima la ricomposizione della crisi nata dall'abbattimento di un caccia russo sul confine turco-siriano aveva reso possibile una serie di abboccamenti tra Ankara e i russi. Il prezzo è stato un minore appoggio acritico a Yerevan, con i molteplici tentativi di composizione salomonica. Complice l'arrivo di Pashinyan, il rapporto è diventato ancora meno stretto.
A Pashinyan imputo errori di calcolo madornali sia tattici, che hanno portato al disastro militare e alla tragica pulizia etnica del Nagorno Karabakh, sia strategici, come l’aver sposato una politica meramente economicistica in un contesto regionale ferino per lo stato e l'etnia armena. Errori che dimostrano chiaramente l’affiliazione del politico armeno alla cordata dei leader clienti degli americani, rappresentanti locali del potere imperiale, l'ennesimo prodotto di batteria come la Marin o la Sandu a scapito dell’interesse nazionale.
Rispetto ai russi non posso non sottolineare l’assoluta mancanza di visione. Se l’apertura ai turchi per la preparazione bellica può essere calcolata come un punto a favore, i costi patiti in questo quadrante sono estremamente pesanti: la perdita della zeppa russa nel Caucaso che ostacolava la penetrazione occidentale nell’area porterà alla creazione di un corridoio pan-turco verso l’Asia centrale (e in seconda istanza verso la NATO) che metterà in pericolo il cortile di casa verso la Cina e l'Iran rappresentando un pericolo potenziale per i russi pari all'Ucraina attuale. Prosaicamente Pashinyan era pericoloso per Mosca quanto Poroshenko o Zelenski: non averne tenuto conto per tempo, anzi reagendo con una politica spicciola da bottegai presenterà un costo futuro probabilmente insostenibile, anche perché se il cattivo rapporto tra armeni e russi nel ‘94 era stato ricucito, ora complice la propaganda occidentale e di Pashinyan che sottolineano ossessivamente l’abbandono, la lacerazione pare insanabile.
Il Nagorno era interesse primario degli armeni del Nagorno ovviamente, ma geopolicamente anche di una Russia che attraverso di esso teneva l'Armenia legata a sé e chiudeva la via caucasica all’occidente, e anche dell’Iran che accorciava il confine con l’Azerbaijan che è un problema e nemico latente etnopolitico per sé, ripieno di un nemico ferino, Israele, avvolto in un potenziale nemico infido, la Turchia; mentre l’esistenza delI’Artsakh, con l’Armenia garantiva una frontiera amica a nord.
L’Iran ha messo in secondo piano le proprie esigenze geopolitiche e militari per assecondare un supposto principio di legittimità internazionale, confidando nel fatto che questo avrebbe garantito anche la sua integrità territoriale e indipendenza. Dobbiamo dire che l'esistenza “legittimata” del Kosovo doveva già essere una spia ben accesa, ma l’attacco israeliano di giugno 2025 e l’assalto americano a Caracas del 3 gennaio 2026 dovrebbe fugare ogni dubbio su quanto fosse mal riposta questa pia speranza.