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La Cina non si usa, due mondi a confronto

di
AurHora Pronobis
AurHora Pronobis

Identità ignota, al servizio del bene. Trollessa pagato dall'Asse del Male.

1 maggio 2026

Recensione dell'ultimo libro di Fabio Massimo Parenti (Edizioni Dedalo, 2026)

la cina non si usa parenti.jpg Arricchito dalla prefazione del Prof. Luciano Canfora, il volume è accolto nella collana da lui curata in omaggio a George Orwell, voce profetica del Novecento. Fin dalle prime righe, la dedica - "Alle bambine di Minab e a tutte le anime e le famiglie spezzate, in ogni luogo, dalla barbarie imperialista…" - pone il lettore di fronte a un'opzione morale netta, prima ancora che inizi l'analisi. Non si tratta di una dichiarazione retorica: quella postura etica affonda le radici in un'esperienza vissuta e diventa il primo canale di contatto tra autore e lettore.

Il lavoro di Fabio M. Parenti si configura come uno studio rigoroso e ben documentato che mette a confronto i modelli di modernizzazione occidentale e cinese, interrogando in profondità le rispettive concezioni di ordine, libertà e sviluppo. Muovendo da un solido inquadramento storico-culturale e geopolitico, il testo si sottrae ai cliché delle narrazioni mediatiche dominanti. Chi scrive ha trovato nel volume una conferma stimolante di riflessioni già condivise con l'autore - in particolare sulla persistenza delle radici filosofiche cinesi - e al contempo nuovi strumenti per leggere le trasformazioni in atto nel sistema internazionale e il progetto cinese di edificare una "Comunità umana dal futuro condiviso".

L'impianto speculativo del libro ruota attorno all'opposizione tra Confucio e Hobbes, assunta come chiave interpretativa di due civiltà strutturalmente divergenti. Il pensiero confuciano - fondato sulla ricerca dell'armonia, sull'etica relazionale e sulla coesione del corpo sociale - produce un modello orientato alla pace, all'integrazione, alla solidarietà e alla riduzione delle disuguaglianze. Il pensiero hobbesiano concepisce invece l'individuo come unità autonoma e la convivenza come un patto imposto per arginare la conflittualità naturale: scisse politica, economia ed etica, si apre quasi inevitabilmente lo spazio per logiche di dominio, espansione e sfruttamento dei più deboli.

A questa prima opposizione si affianca, come sua conseguenza diretta, quella tra continuità cinese e discontinuità occidentale. La Cina ha percorso i propri secoli senza lacerazioni radicali nell'ordine statuale e identitario: la modernizzazione - avviata come risposta alle aggressioni coloniali ottocentesche - non ha mai rappresentato una frattura con la tradizione, bensì un processo di sintesi tra eredità culturale e innovazione, con lo Stato come perno del cambiamento. Estranea a conquiste militari o imposizioni esterne, la Cina si presenta oggi come protagonista di un progetto alternativo che propone un ordine internazionale pluralista, rispettoso delle sovranità e fondato sull'interdipendenza.

Al contrario, la traiettoria occidentale si definisce attraverso rotture e discontinuità: la frammentazione in Stati-nazione, la rivalità strutturale tra potenze, una presunta superiorità morale che ha storicamente giustificato interventi militari, colonialismo, razzismo e schiavitù. La libertà, concepita come prerogativa individuale, si è spesso tradotta in un ordine basato sulla coercizione e in una gestione repressiva dei conflitti, sfociando in quella che l'autore definisce la "logica dell'eccezione permanente".

Le opposizioni concettuali non restano sul piano astratto: nel corso del volume vengono calate in esempi concreti - dalla Belt and Road Initiative alla gestione delle risorse strategiche, dall'innovazione tecnologica ai meccanismi finanziari - mostrando come visioni del mondo diverse si traducano in scelte di programmazione e in realizzazioni tangibili.

Il Capitolo V, intitolato "Dove siamo?", raccoglie la tensione dell'intero libro in una domanda radicale: come si governa il conflitto quando nessun attore può più rivendicare il monopolio dell'ordine mondiale? Nella sezione "Governare il conflitto, accogliere la pluralità", la risposta parte da una comprensione comparativa delle civiltà per approdare alla constatazione che il presente non è un incidente della storia, ma l'emersione di processi sotterranei di lungo periodo. Non una transizione incompiuta, bensì una permanenza instabile priva di princìpi ordinatori comuni, in cui la pluralità storica dei popoli si manifesta senza più l'alibi di un ordine universale (pag. 116).

Si tratta, in definitiva, di un contributo prezioso per orientarsi nel dibattito sulla convivenza globale, sulle forme del futuro e sui nuovi assetti di potere internazionale. La chiarezza espositiva e la solidità dell'impianto analitico rendono il libro accessibile sia agli specialisti sia a un pubblico più ampio.

Da segnalare, infine, l'Appendice "Iran, bersaglio della logica di dominio", aggiunta in extremis dopo la consegna delle bozze. In essa Parenti interviene su tragedie che si accumulano a tragedie, in uno scenario bellico che rischia di assumere proporzioni globali e che calpesta ogni principio del diritto internazionale e dell'umanità stessa - un'appendice urgente e necessaria, che rafforza il valore di testimonianza civile dell'intero volume.