Renzi la bionda
Silvia Salis, un volto nuovo per un impianto vecchio
di Oscar Monaco
Dire che Silvia Salis è la versione aggiornata di Matteo Renzi, una lettura di continuità dentro una stessa funzione politica: quella di offrire un volto nuovo a un impianto vecchio, rilegittimando con linguaggio fresco e postura moderna una linea che resta sostanzialmente invariata nei suoi contenuti materiali.
Sul piano delle relazioni internazionali la continuità è quasi didascalica, perché dietro il lessico della cooperazione, dell’europeismo e dell’apertura si riproduce la stessa collocazione subordinata dentro il perimetro atlantico che ha caratterizzato l’esperienza renziana, dove l’autonomia strategica italiana non viene nemmeno presa in considerazione come ipotesi concreta ma sostituita da un allineamento presentato come inevitabile. Cambiano i toni, più levigati e meno spavaldi, ma la sostanza resta quella di una politica estera che non nasce da una valutazione degli interessi materiali del paese bensì dall’adattamento a equilibri già dati altrove.
Sul piano dei rapporti di forza sociali il parallelismo è ancora più evidente, perché anche qui si assiste a una traduzione aggiornata dello stesso schema: costruire consenso parlando di inclusione, mobilità e diritti mentre nella pratica si accetta e si consolida una struttura economica che sposta ricchezza e potere verso l’alto. Renzi lo faceva con il linguaggio della rottamazione e della modernizzazione, Salis lo declina in una chiave contemporanea, meno abrasiva, ma il risultato non cambia, perché in entrambi i casi il conflitto sociale viene neutralizzato, depoliticizzato, trasformato in una questione di opportunità individuali anziché di rapporti di forza collettivi.
Sul piano economico, la continuità si traduce in una fiducia automatica nei meccanismi del mercato e nelle compatibilità europee, come se fossero vincoli naturali e non scelte politiche. Renzi esibiva una fiducia esplicita nel dinamismo del capitale, Salis tende a incorniciarlo dentro una retorica più attenta alla sostenibilità e all’innovazione, ma senza metterne in discussione i presupposti, cioè un modello che subordina il lavoro alle esigenze della competitività e vincola la politica economica a parametri esterni.
Una nuova narrazione per lo stesso impianto, più adatta al clima attuale ma perfettamente coerente con una traiettoria che continua a muoversi dentro gli stessi binari.