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La Repubblica Sociale di Marx

di
Fabrizio Marengo
Fabrizio Marengo

Studente di Scienze Politiche. Anticapitalismo come stile di vita

13 ottobre 2026

Robespierre, Buonarroti, Blanqui e Mazzini: la repubblica, il socialismo e il governo del popolo

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"Il grido di "repubblica sociale", col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di febbraio, non esprimeva che una vaga aspirazione a una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe. La Comune fu la forma positiva di questa repubblica.” - Karl Marx, La Guerra Civile in Francia

Nel grande teatro politico dell’Ottocento, il repubblicanesimo liberale (o borghese) sembra aver tracciato il suo solco definitivo: abbattere l’assolutismo per garantire le libertà civili, l’uguaglianza formale davanti alla legge e la tutela della proprietà privata. Eppure, dietro i paraventi di questa dottrina, resta totalmente irrisolta la bruciante contraddizione delle disuguaglianze materiali. All’interno di questa profonda spaccatura, dunque, si inserisce il repubblicanesimo sociale, una corrente di pensiero non solo non si accontenta dell’emancipazione giuridica, ma esige il riscatto economico delle classi subalterne.

Spesso liquidato come “grezzo” e “utopico” nelle sue formulazioni iniziali (soprattutto in virtù del legame a doppio filo che lo ha unito alle prime sperimentazioni socialiste, come nella Francia del 1848); questo movimento ha rappresentato in realtà un importantissimo sviluppo intellettuale e materiale. Lungi dall’essere una mera parentesi ingenua, il repubblicanesimo sociale è stato al contrario un eccezionale laboratorio politico che, snodandosi dall’eredità radicale dell'esperienza post-giacobina fino alle rivendicazioni strutturate del cartismo inglese (che tratteremo in un altro articolo), ha gettato i semi per una drastica reinterpretazione del concetto di libertà.

D’altronde, è proprio all’interno di questo banco di prova concettuale che vengono poste le basi teoriche, la critica al lavoro salariato e le istanze di democrazia radicale che persino Karl Marx avrebbe in seguito assimilato e rielaborato nelle sue teorie. Riscoprire questa stagione, dunque, non significa dunque guardare a un passato idealizzato, ma esplorare la radice stessa in cui la questione sociale e la lotta per la Repubblica si sono fuse per la prima volta, cambiando per sempre il corso della storia occidentale.

La genesi del Repubblicanesimo Sociale (1800-1848) e l’eredità giacobina

Sin dai primissimi anni del XIX Secolo, l’esperienza del giacobinismo influenza notevolmente quelli che sono i nascenti movimenti del repubblicanesimo radicale. A differenza del repubblicanesimo classico (il cosiddetto “repubblicanesimo borghese”), infatti, i giacobini di sinistra (in primis quelli legati alla figura di Robespierre) e i sanculotti (“sans culottes”) ribaltano completamente la visione liberale dei concetti di Proprietà e Uguaglianza, portandoli alla radice.

Se per il liberalismo ottocentesco la Proprietà è un diritto naturale inalienabile e l’Uguaglianza esclusivamente giuridica (in termini di diritti civili), per il giacobinismo democratico le cose sono ben diverse. La Proprietà, non a caso, non viene affatto reputata come qualcosa di “intoccabile”. Al contrario, per i giacobini si tratta di una convenzione subordinata all’utilità sociale e quindi al benessere collettivo (salus populi). Lo stesso concetto di Uguaglianza viene condotto alla sua massima espressione in quanto, secondo la prospettiva giacobina, lo Stato ha l’obbligo e il diritto di intervenire attivamente (es. tramite tassazioni progressive) per limitare le disuguaglianze e la concentrazione patrimoniale della ricchezza, minacce per la repubblica e la libertà collettiva. L’uguaglianza politica, dunque, non è che una farsa se non accompagnata da una sostanziale uguaglianza socio-economica, in netto contrasto rispetto a quanto avallato dai liberali.

Questo quadro, d’altronde, trova riscontro in particolare nella Costituzione giacobina del 1793 (mai del tutto applicata ma ispiratrice del repubblicanesimo sociale dell’Ottocento), dove si afferma che lo scopo della società sia la “felicità comune”; e quindi creare le condizioni materiali affinché nessuno patisca la povertà.

Questa visione radicale della società, tuttavia, non rimane confinata entro i confini temporali della Francia di fine Settecento. Al contrario, sopravvive alla Restaurazione e si proietta nel cuore del XIX secolo grazie soprattutto all’opera di Filippo Buonarroti, figura chiave che funge da ponte ideologico tra il nascente repubblicanesimo sociale e il giacobinismo rivoluzionario. Reduce della Rivoluzione Francese e stretto collaboratore di Robespierre, Buonarroti è noto principalmente per aver partecipato, nel 1796, alla Congiura degli Eguali di Babeuf, ossia il primo tentativo storico di instaurare una repubblica “comunista”.

Il complotto si rivela un fallimento, ma Buonarroti riesce a sopravvivere alla repressione che segue e nel 1828 pubblica a Bruxelles la sua opera di maggiore rilievo: Cospirazione per l’eguaglianza detta di Babeuf. Il libro di Buonarroti è un terremoto nel quadro politico dell’epoca, in quanto riabilita la figura di Robespierre (fino ad allora descritto da monarchici e liberali come un dittatore sanguinario) ponendolo come martire della giustizia sociale. Oltre a ciò, l’autore italo-francese realizza un vero e proprio “manuale di istruzioni” sulla costituzione di una società segreta, sull’insurrezione di tipo rivoluzionario e sulla gestione del potere. Il concetto più importante espresso nell’opera, tuttavia, riguarda in primis quello della dittatura rivoluzionaria (che ispirerà in particolare modo Auguste Blanqui): secondo Buonarroti, il Popolo non è ancora pronto a governarsi da solo a causa di secoli di oppressione e ignoranza e, di conseguenza, va inizialmente amministrato ed educato da una minoranza illuminata di rivoluzionari tramite una sorta di “dittatura commissaria”.

Oltre a essere stato un teorico politico, Buonarroti riveste un ruolo a dir poco cruciale nella tessitura (1818-1820) di una rete europea di logge massoniche; a partire dalla Società dei Sublimi Maestri Perfetti. Quest’ultima si sviluppa secondo una struttura piramidale a tre livelli, ciascuno corrispondente a un grado di conoscenza ideologica. Per il primo grado, è possibile accedere esclusivamente agli obiettivi liberali, costituzionali e patriottici (come l’indipendenza dallo straniero) - l’ideale per reclutare i moderati. Per il secondo grado, si viene introdotti all’obiettivo della Repubblica e della democrazia politica. Per il terzo grado (“Il Grande Firmamento”), infine, si accede allo scopo finale, ovvero il comunismo babuvista (corrispondente all’abolizione della proprietà privata e alla dittatura rivoluzionaria).

In seguito alla Rivoluzione di Luglio in Francia nel 1830, la rete di società segrete si evolve e si in radicalizza ulteriormente tramite nuove sigle fortemente influenzate dalle idee di Buonarroti. Tra queste, spiccano la Société des Droits de l’Homme (lett. “Società dei Diritti dell’Uomo”), che compie un lavoro di infiltrazione negli ambienti della classe operaia, e il Monde, un’associazione che lega esuli polacchi, italiani, tedeschi e francesi. Da questo fitto ecosistema di relazioni segrete e sovversive, vediamo sorgere personaggi dal calibro di Blanqui o Mazzini, destinati a cambiare il panorama repubblicano europeo.

La breve esperienza della Repubblica Sociale in Francia

Il repubblicanesimo sociale in Francia dopo la Rivoluzione del 1830 (le “Tre Giornate Gloriose di Parigi”) rappresenta la transizione cruciale da quello puramente borghese (focalizzato su suffragio e istituzioni) a una forma che individua nella giustizia sociale e nell’emancipazione operaia lo scopo finale della società. Durante la Monarchia di Luglio di Luigi Filippo d’Orléans, infatti, la delusione delle classi popolari (che avevano combattuto sulle barricate nel 1830 solo per vedere il potere consolidarsi nelle mani dell’alta borghesia) favorisce la nascita di un pensiero radicale. La repubblica non è più vista solo come uno stato senza re, ma innanzitutto come lo strumento per riorganizzare la società e sradicare la miseria. A tal proposito, nel movimento che sorge in questo periodo intermedio, possiamo individuare due anime: una riformista, incarnata da Louis Blanc, e una rivoluzionaria, incarnata da Auguste Blanqui.

Louis Blanc incarna la visione del socialismo di Stato e del riformismo democratico. Nel suo celebre opuscolo L’Organisation du travail (1839), Blanc sostiene che la concorrenza capitalistica sia la causa della rovina sia degli operai (attraverso la disoccupazione e i salari bassi) sia della piccola borghesia. Di conseguenza, a differenza degli utopisti puri, Blanc ritiene che lo Stato (rigorosamente repubblicano e a suffragio universale) debba farsi promotore della riforma sociale, agendo come “banchiere dei poveri” e regolatore del mercato; per finanziare forme produttive più umane. A tal proposito, assolutamente rilevante è la teorizzazione degli Atelier Sociaux (lett. “Opifici Sociali”); proposta che si pone come terza via tra il capitalismo deregolamentato della Monarchia di Luglio e il comunismo insurrezionale di Blanqui. Il fine ultimo degli Atelier Sociaux, d’altronde, non è semplicemente dare un sussidio ai poveri, ma sostituire pacificamente l’intero sistema capitalista attraverso la cooperazione e l’intervento dello Stato.

Per comprendere la teoria di Blanc, bisogna partire dalla sua critica al libero mercato. Secondo Blanc, infatti, la concorrenza sfrenata è un sistema intrinsecamente distruttivo; il quale produce per gli operai una spinta al ribasso (dovuta alla competizione tra disoccupati e non) e per la piccola borghesia il fallimento a causa della prevaricazione del grande capitale. La soluzione, tuttavia, non è abolire la proprietà privata con la violenza, ma riorganizzare il lavoro per eliminare l’elemento della concorrenza capitalistica. Gli Atelier Sociaux, a questo fine, rispondono pienamente alla domanda sul come definire la repubblica sociale.

A differenza degli utopisti come Fourier o Owen, che fondavano comunità isolate basate sulla filantropia privata, Blanc teorizza, come già ampiamente detto, che lo Stato debba essere il motore del cambiamento sociale finanziando il capitale iniziale per l’acquisto dei mezzi di produzione e stabilendo i regolamenti interni degli Atelier Sociaux. Una volta avviati, questi ultimi non vengono affatto gestiti da burocrati statali, ma dagli stessi operai; secondo criteri democratici. Per il primo anno, lo Stato nomina i direttori per garantire l’avvio tecnico dell’impresa. Dal secondo anno in poi, quando gli operai si conoscono e hanno compreso il meccanismo, i direttori vengono eletti democraticamente proprio da questi ultimi. La genialità (e l’utopia) della teoria di Blanc risiede dunque nel modo in cui immagina la transizione al socialismo. Gli Atelier Sociaux, come abbiamo già in parte visto, non devono espropriare il capitale privato con la forza. Al contrario, devono semplicemente fare loro concorrenza sullo stesso terreno, vincendo grazie alla superiorità strutturale garantita da salari, tutele e diritti migliori.

Molto diversa è, invece, l’idea di Blanqui, che rappresenta l’anima più radicale, rivoluzionaria e insurrezionalista del repubblicanesimo sociale francese (“blanquismo”). Blanqui, infatti, rifiuta il riformismo e non crede affatto che la democrazia borghese (anche col suffragio) possa precedere la liberazione sociale, in quanto il popolo è culturalmente sottomesso alla propaganda della borghesia e del clero. Pertanto, Blanqui (sul modello di Buonarroti) organizzerà società segrete paramilitari altamente strutturate, come la Société des Saisons (lett. “Società delle Stagioni”). La sua strategia, di fatto, prevede un colpo di mano violento guidato da una ristretta avanguardia rivoluzionaria, alla quale spetterebbe (anche qui sul modello di Buonarroti) istituire una “dittatura commissaria” post-capitalista per “educare” il Popolo e riorganizzare la società su basi collettiviste prima di concedere il voto.

Il tentativo insurrezionale più celebre di Louis-Auguste Blanqui e della sua Société des Saisons si consuma a Parigi il 12 maggio 1839. La società segreta è una struttura paramilitare clandestina capillarmente organizzata in "Settimane", "Mesi" e "Stagioni". Approfittando di una crisi ministeriale della Monarchia di Luglio, Blanqui decide di agire di sorpresa senza mobilitare preventivamente le masse. Circa ottocento congiurati armati occupano l'Hôtel de Ville (il Municipio) e il Palazzo di Giustizia, proclamando un governo provvisorio.

Tuttavia, la rigida compartimentazione della setta si rivela il suo limite: la popolazione parigina, colta di sorpresa, assiste attonita e non si unisce all'azione. Nel giro di poche ore, l'esercito e la Guardia Nazionale fedeli a Luigi Filippo circondano e schiacciano la rivolta. Blanqui sfugge alla cattura per qualche mese nei bassifondi, ma viene arrestato a ottobre e condannato al carcere a vita nella fortezza di Mont-Saint-Michel. Questo fallimento decapita la fazione insurrezionale del repubblicanesimo sociale francese e sposta il baricentro degli anni Quaranta verso la battaglia ideologica. La rivista La Réforme, fondata nel 1843 da Alexandre Ledru-Rollin e Louis Blanc, diventa l’organo della sinistra radicale, contrapponendosi a Le National, giornale dei repubblicani moderati e borghesi.

La situazione precipita nel 1846-1847 a causa di una devastante crisi agraria e finanziaria che provoca licenziamenti e disoccupazione di massa a Parigi. Di fronte alla disperazione sociale, il primo ministro conservatore François Guizot rifiuta ogni estensione del suffragio censitario, limitato a sole 240.000 persone. Per aggirare il divieto di associazione politica, l’opposizione organizza dal luglio 1847 la Campagna dei Banchetti (Campagne des Banquets). La miccia della rivoluzione si accende quando il governo vieta il banchetto finale a Parigi e il 22 febbraio 1848 migliaia di studenti e operai si riversano in strada innalzando le prime barricate. Il giorno successivo, il licenziamento di Guizot non basta a placare gli animi; la sera stessa, sul Boulevard des Capucines, i soldati aprono il fuoco sui manifestanti e uccidono più di cinquanta persone. Due giorni dopo, il 24 febbraio 1848, Parigi è bloccata da 1.500 barricate e ben presto l’esercito fraternizza con gli insorti. A questo punto, Luigi Filippo abdica e fugge in Inghilterra, favorendo la nascita all’Hôtel de Ville del Governo Provvisorio: una coalizione tra repubblicani moderati (come Alphonse de Lamartine) e repubblicani sociali (come Blanc).

Sotto la pressione delle masse armate, l’esecutivo proclama la Seconda Repubblica, introduce il suffragio universale maschile e approva il rivoluzionario decreto sul “diritto al lavoro” (droit au travail). Per dare concretezza a questa disposizione, il ministro Pierre Marie (moderato ostile al socialismo) istituisce gli Atelier Nationaux (Opifici Nazionali); apparentemente sul modello di Blanc. Tuttavia, mentre quest’ultimo teorizza gli Atelier Sociaux come cooperative di produzione industriale autogestite, gli Atelier Nationaux vengono ridotti a giganteschi cantieri di assistenzialismo pubblico per lavori stradali improduttivi. In pochi mesi, gli iscritti superano i centomila, gravando pesantemente sulle casse pubbliche. Per finanziarli, infatti, il governo introduce la tassa straordinaria dei 45 centesimi, la quale colpisce duramente i contadini delle province rurali e scatena il loro odio verso il proletariato parigino.

L’idillio si rompe con le elezioni del 23 aprile 1848. Il voto delle campagne, infatti, porta all’elezione di una schiacciante maggioranza di moderati e conservatori, riducendo i socialisti a una minoranza. Il 15 maggio, una folla guidata da Blanqui (appena liberato) e Barbès invade l’Assemblea Costituente nel tentativo di rovesciarla, ma la reazione del governo costringe Blanc all’esilio. Forte del successo, il 21 giugno 1848 viene ordinata la chiusura degli Atelier Nationaux e ai giovani operai imposto l’arruolamento nell’esercito o il trasferimento forzato in provincia. Il 23 giugno, dunque, ha inizio l’insurrezione operaia delle Giornate di Giugno (Journées de Juin), che assume in poco tempo i caratteri di una vera e propria guerra civile di classe. Il parlamento, tuttavia, affida i pieni poteri militari al generale Louis-Eugène Cavaignac, il quale applica le brutali tattiche delle guerre coloniali d’Algeria bombardando i quartieri popolari con l’artiglieria pesante.

Il 26 giugno anche l’ultima barricata nel Faubourg Saint-Antoine cade, con un bilancio finale di proporzioni spaventose: oltre quattromila morti nei combattimenti, migliaia di fucilazioni sommarie e undicimila arresti con conseguente deportazione di massa in Algeria. Le Giornate di Giugno, dunque, segnano la fine del sogno della Repubblica sociale e de facto spianano la strada alla svolta autoritaria che condurrà Luigi Bonaparte sul trono del Secondo Impero di Francia.

Nonostante la sua tragica conclusione, la parentesi del repubblicanesimo sociale francese riveste un’importanza storica fondamentale. Per la prima volta nella storia occidentale, la questione sociale esce dai circoli filosofici e diventa programma di governo, dimostrando quanto la libertà politica sia incompleta senza l’emancipazione economica. Questa esperienza, dunque, non può che segnare il definitivo passaggio dall’utopia alla maturità della coscienza di classe del proletariato; offrendo una lezione politica interessante per i padri del comunismo moderno Karl Marx e Friedrich Engels. Proprio l’analisi in tempo reale del 1848 francese (confluita in capolavori come Le lotte di classe in Francia e Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte) ha permesso ai due teorici di superare il socialismo utopistico. Il fallimento delle riforme pacifiche di Blanc e la brutalità delle Giornate di Giugno, non a caso, hanno fornito a Marx ed Engels la prova che la borghesia non avrebbe mai ceduto i propri privilegi senza lottare, cementando la loro teoria sulla necessità della rivoluzione, sull’inevitabilità della lotta di classe e sull’autonomia di classe del proletariato, concetti che avrebbero poi influenzato la nascita della Prima Internazionale e in parte la Comune di Parigi nel 1871.

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Il Mazzinianesimo, la Repubblica e il Popolo

Figlio di un docente universitario di anatomia e di una fervente giansenista ligure, Mazzini si avvicina alla politica negli anni universitari ed entra nella Carboneria nel 1827. Tuttavia, solo tre anni più tardi viene arrestato e recluso nella Fortezza di Savona. Subito dopo, in esilio in Francia, fonda la Giovine Italia e conosce Filippo Buonarroti, con il quale sperimenta immediatamente varie divergenze relative al conflitto di classe e alla forma politica dello Stato. Mazzini, infatti, si trova in disaccordo a sull’idea della “dittatura commissaria” di Buonarroti e, inoltre, critica la contrapposizione tra borghesia e classe operaia in virtù dell’indipendenza nazionale, da costruire tramite una repubblica basata sul principio di “Dio e Popolo”. La rivoluzione nazionale, infatti, per Mazzini deve unire le classi sociali, in virtù dell’indipendenza, in un Popolo detenente sin da subito la sovranità democratica . La stessa visione sul comunismo egualitario, inoltre, viene superata con la difesa della proprietà privata (purché derivata dal lavoro) attraverso la sua generalizzazione: tutti devono poter diventare proprietari tramite l’associazionismo e le cooperative di consumo e produzione.

Trasferitosi a Londra a seguito della repressione dei propri compagni (1837-1848), Mazzini sperimenta una profonda crisi interiore (la “tempesta del dubbio”) superata rafforzando la dimensione mistica-religiosa del proprio pensiero. Al contempo, si dedica alla coltivazione dei rapporti con gli ambienti radicali britannici e i figli di immigrati italiani. Allo scoppio delle Rivoluzioni del 1848, Mazzini rientra in Italia e vive il culmine della propria storia politica con la proclamazione della Repubblica Romana nel 1849. Eletto triumviro insieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini, guida un’esperienza democratica straordinariamente avanzata; che vara una Costituzione laica, introduce il suffragio universale e abolisce la censura, prima di essere schiacciata militarmente dalle truppe francesi di Luigi Napoleone.

Gli anni Cinquanta del XIX Secolo segnano l’inizio del declino egemonico di Mazzini all'interno del movimento risorgimentale. Dopo il fallimento della rivolta di Milano del 1853 (l’Insurrezione dei Barabba), Mazzini fonda il Partito d’Azione per stringere i ranghi dei cospiratori. Tuttavia, la strategia di dare priorità a tutti i costi all’insurrezione comincia a essere duramente contestata sia da destra che da sinistra. Nonostante il dissenso interno, appoggia la spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie nel 1857. Il tragico massacro dei patrioti a opera dei contadini locali, tuttavia, infligge un ulteriore colpo alla credibilità dei metodi mazziniani. Nel frattempo, Camillo Benso conte di Cavour e la monarchia sabauda ne approfittano, attirando l’élite patriottica (attraverso la Società Nazionale, a cui aderisce anche Garibaldi) verso la soluzione diplomatica e piemontese.

L’Italia nasce nel 1861 sotto lo scettro dei Savoia, realizzando l’Unità ma sconfiggendo l’ideale repubblicano di Mazzini. Sebbene quello di Mazzini si sia rivelato un piano fallimentare nell’immediato, come ben sappiamo le sue aspirazioni, nel secolo successivo, si vedranno pienamente realizzate con la nascita della Repubblica nel 1946. D’altronde, il contributo fornito da Mazzini sta proprio nell’aver posto le basi teoriche, sotto certi aspetti, per l’attuale ordinamento repubblicano-costituzionale del nostro paese. Molto interessante ai fini del nostro studio sul repubblicanesimo sociale, tuttavia, è l’opera intrapresa dall’ala sinistra della fazione mazziniana, ovvero quella di personaggi come Carlo Pisacane, Giuseppe Ferrari, Giorgio Asproni e Maurizio Quadrio - tutti fautori di idee strutturalmente diverse per l’Italia, ma inquadrabili nel filone del repubblicanesimo sociale. Per esempio, se Mazzini mette al centro i doveri e l’unità morale del Popolo, il rivoluzionario napoletano Carlo Pisacane pone al centro della sua indagine un’analisi materialista della realtà socio-politica italiana, anticipando per certi versi il socialismo libertario e l’anarchismo bakuniniano.

Nel saggio Saggi storici-politici-militari sull’Italia, Pisacane afferma che la libertà politica (e quindi la Repubblica) sia una mera illusione senza l’uguaglianza economica: se il Popolo resta povero e dipendente dai propri padroni, voterà sempre per chi lo domina. Addirittura, nel celeberrimo Testamento Politico (1857) Pisacane sostiene apertamente l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione in favore del collettivismo (riprendendo Proudhon): «Io credo che la proprietà privata sia un furto». L’ulteriore differenza sostanziale con Mazzini, inoltre, concerne la metodologia dell’azione rivoluzionaria, che secondo Pisacane deve innanzitutto partire dalle masse contadine del Mezzogiorno (le più oppresse) - sebbene, come sapremo, vedrà i suoi propositi schiantarsi tragicamente contro il muro della realtà.

Giuseppe Ferrari, invece, è considerabile senza ombra di dubbio il principale teorico filosofico dell’ala sinistra mazziniana. Seguace delle teorie di Proudhon e spettatore della Rivoluzione francese del 1848, si scaglia contro il misticismo religioso di Mazzini, riassumibile nel già citato concetto dicotomico «Dio e Popolo». Ferrari, infatti, è un difensore dell’eredità dell’illuminismo, del materialismo e della scienza e sostiene che la Repubblica debba prima di tutto essere laica, poiché la religione altro non è che un instrumentum regni. Lo stesso ordinamento repubblicano, secondo Ferrari, non deve affatto essere centralista (al contrario di quanto desidera Mazzini), ma uno Stato federale di liberi comuni e regioni. L’unità nazionale, inoltre, deve basarsi sul diritto al lavoro e al sostentamento materiale (precedendo le rivendicazioni geopolitiche), tanto che lo stesso Ferrari propone la nazionalizzazione e redistribuzione delle terre ai lavoratori (Legge dell’Agraria).

Infine, ragguardevole è l’evoluzione della sinistra mazziniana a seguito della proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Figure come il sardo Giorgio Asproni decisero di entrare nel regio parlamento sedendo sui banchi della Sinistra Storica (e successivamente Estrema Sinistra). Asproni, pur rimanendo fedele alla matrice mazziniana, cerca di tradurre quegli ideali in battaglie concrete, come il suffragio universale, istruzione laica e obbligatoria, e diritti dei lavoratori. Diverso è l’approccio adottato da figure come Quadrio, il quale è uno dei tanti mazziniani che preferisce rimanere in contatto con le fabbriche del Nord Italia favorendo la costituzione delle prime società di mutuo soccorso.