La (ri)conquista del tempo
Nato e cresciuto nell'entroterra fiorentino, dopo le superiori studia Filosofia presso l’Università di Pisa, approfondendo temi di filosofia analitica e scrivendo una tesi in filosofia del linguaggio, logica e ontologia formale. Attualmente lavora come programmatore, continuando a coltivare l’interesse per la filosofia, soprattutto in relazione alla programmazione e all’intelligenza artificiale.
Tolkien e la tecnica: il lato oscuro delle macchine, il disegno cosmico di Ilúvatar e l'impatto dell'IA
Dell'avvento delle macchine e del rapporto tra società umana e industrializzazione, Tolkien mette spesso in evidenza le contraddizioni e gli effetti negativi. Le macchine, nelle sue opere, conquistano la natura, allontanando da essa tutti i suoi abitanti, quando questi non muoiono nel processo di industrializzazione.
Del Signore degli Anelli è noto il passaggio in cui gli Ent, protettori della Foresta di Fangorn, si ribellano a Saruman, distruggendo le sue fabbriche; gli Ent, spiriti antichissimi, adesso incapaci a riprodursi e, quindi, destinati a lasciare la Foresta indifesa. Allo stesso modo, gli Elfi abbandonano la Terra di Mezzo, costretti dalla sofferenza, in un mondo sconquassato dalla volontà di conquista dei servi di Melkor, primo fra tutti Sauron.
Questa critica al moderno sviluppo tecnologico e all'industrializzazione si comprende meglio nel quadro cosmogonico che Tolkien sviluppa in varie sue opere - le cui versioni preliminari si trovano ne La Storia della Terra di Mezzo, in parte pubblicate nel 1977 col titolo di Silmarillion. Quest'ultimo inizia con l'Ainulindalë, la Musica degli Ainur, i figli del pensiero di Eru Iluvatar (l'Unico Padre di Tutti). Ci troviamo di fronte, quindi, a una commistione di elementi afferenti alle religioni politeiste - gli Ainur, dei quali alcuni popoleranno Arda, la Terra, in veste di divinità molto simili a quelle dei pantheon pagani - e di elementi afferenti alle religioni monoteiste - primo fra tutti, Eru Iluvatar stesso, che incarna sia l'unica divinità, il primo motore immobile, sia il logos universale.
La metafisica che sta dietro all'Ainulindalë richiama sia l'attività poietica del Demiurgo platonico - distribuita tra le varie entità divine - sia il primo motore immobile aristotelico, causa prima e causa finale di ogni cosa; ma con un elemento fondamentalmente dialettico, che emerge proprio nel primo capitolo del Silmarillion. La Musica degli Ainur, infatti, è composta non solo da elementi diversi - corrispondenti alle idee impiegate dai vari Ainur per creare la prima rappresentazione del Mondo - ma anche e soprattutto da momenti diversi - corrispondenti a momenti di posizione e negazione, in cui la musica di questi si contrappone a quella di Melkor e dei suoi futuri servitori.
Più volte, tuttavia, Eru Iluvatar riprende la "parola", portando dalla contraddizione alla sintesi. La conclusione dell'Ainulindalë, infatti, vede la creazione di un Mondo la cui essenza è proprio la contraddizione che scaturisce da eventi costruttivi e positivi, seguiti da eventi negativi e distruttivi, e così via. Vediamo il Vala fabbro, Aulë, che istruisce gli Elfi della stirpe dei Noldor nell'arte della forgiatura delle armi e nella fabbricazione di oggetti magici (ad esempio, i Silmarilli, che danno nome al libro stesso), stirpe capace tanto di forza quanto di arroganza; quella stessa arroganza che si trova in Aulë stesso, che prova a dare vita ai nani, andando contro alla sintesi data dal disegno cosmico di Eru Iluvatar. Di conseguenza, troviamo nella tecnica una fonte di contraddizione, sia questa per mezzo della creazione di oggetti magici - come anche gli anelli del potere - sia questa per mezzo della creazione di altra vita. La tecnica, in questo senso, è guidata dalla volontà di prendere il posto di Dio.
Il ruolo della tecnica nelle opere di Tolkien viene spiegato a partire da diversi personaggi, che rappresentano i diversi aspetti della tecnica stessa. Aulë, appunto, la incarna, in un certo senso, come idea platonica: egli, infatti, è uno dei frutti del pensiero di Eru Iluvatar; una tecnica che, tuttavia, non trova piacere nell'oggetto creato, ma nella creazione stessa, non nell'accumulo, nel possesso o nel dominio, ma nel dare. Fëanor, il più importante dei Noldor, la incarna con un senso di individualità molto marcato, a differenza di altri personaggi delle storie di Tolkien. Saruman la incarna in quanto servo di Aulë, passato poi dalla parte di Sauron, egli stesso un tempo servo dello stesso Vala.
Non sembra che ci sia un modo per descrivere la tecnica in termini esclusivamente positivi, all'interno delle opere tolkieniane. Sembra, invece, che tutti i personaggi che eccellono in essa abbiano delle caratteristiche essenzialmente negative, che siano dotati di una forte individualità e che rappresentino, nel dispiegarsi degli eventi, degli elementi negativi rispetto alla sintesi posta dalla volontà divina.
Vale la pena notare che Fëanor è anche considerato il creatore dei Palantiri, sfere magiche che permettono di vedere tutto; alla fine tutte perdute in eventi catastrofici o nella caduta di regni e città della Terra di Mezzo. Anche il simbolo mondano dell'onniscienza è relegato a un esempio negativo o a un oggetto che gli eventi rendono inutilizzabile. (Sembra chiara, dunque, l'opinione che Tolkien avrebbe avuto dell'uso della parola "Palantir" per un sistema cibernetico utilizzato in guerra.)
Le macchine e il tempo
Tuttavia, c'è un elemento fondamentale, riguardante la tecnica: le macchine non possono conquistare il tempo. Questo è quanto scrive ne La Strada Perduta, romanzo inedito (parte anch'esso de La Storia della Terrza di Mezzo in cui Tolkien ricongiunge la cronologia del suo corpus mitologico con l'epoca contemporanea, immaginando personaggi che rappresentano, in un modo o in un altro, la sua persona. Il tempo, nell'Ainulindalë, viene creato insieme a tutto il resto, per mezzo del Verbo divino, l'atto di creazione del "Così sia" - Eä, da cui prende il nome l'intera creazione cosmologica. Il tempo, quindi, viene inteso in termini ontologici e non ha niente a che fare con il tempo della musica - di cui Tolkien parla come il linguaggio dell'Unico Dio. In tutta probabilità, questi aveva una visione simultanea e completa di tutta la realtà che poi si sarebbe dispiegata nel tempo, essendo egli stesso il creatore del disegno completo; lo stesso si può dire degli Ainur, ai quali il disegno viene poi mostrato nella sua completezza.
Ma è anche il tempo in cui si dispiega la storia e lungo il quale i personaggi de La Strada Perduta vorrebbero andare a ritroso. È questo, ovviamente, lo spirito dello storico e del filologo, figure intellettuali che in questa stessa storia vengono rappresentate da quei protagonisti che, come già detto, incarnano alcune caratteristiche di Tolkien stesso. Il tempo, allora, appartiene alla Creazione e a quella che Tolkien stesso chiama Subcreazione, in Sulle Fiabe, cioè all'attività creatrice non divina: quella stessa Subcreazione che troviamo nei padroni della tecnica, di cui abbiamo appena parlato; di coloro che, come Aulë, da una parte, e Melkor, dall'altra, cercano di aggiungere qualcosa di proprio al disegno cosmologico, sebbene in maniera completamente diversa.
Almeno in questo senso, il tempo inizia quando qualcosa ha luce a partire dall'attività di qualcuno: sia essa quella dell'Unico Dio - con con il "Così sia" dà inizio alla Creazione Universale - sia essa quella di creature minori - che con arroganza ed egoismo si frappongono tra la Musica dei Ainur e il fine ultimo di Eru Iluvatar - sia essa quella degli esseri umani, che raccontano storie. È di quest'ultima attività che Tolkien parla in Sulle Fiabe ed è lì che offre un fondamento esplicito alla sua filosofia letteraria.
Il tempo, quindi, ha essere nella creazione; cioè nel fare qualcosa, nell'attività. Ora, Tolkien spiega il funzionamento della Subcreazione facendo riferimento ai "poteri" di Humpty-Dumpty, di cui Lewis Carrol racconta in Alice nel Paese delle Meraviglie: cioè al potere di fare del linguaggio quel che si vuole, attribuendo alle parole il significato che più si preferisce. Il tempo, quindi, ha essere non in una dimensione intersoggettiva o, meglio ancora, sociale; ma in una dimensione soggettiva - per quanto presentabile agli altri - per mezzo della Fantasia: se del linguaggio posso fare quel che voglio, appunto come Humpty-Dumpty, allora vale la mia individuale volontà e non la dimensione sociale in cui il linguaggio, invece, si sviluppa.
La Fantasia, infatti, aspira a quella che Tolkien chiama la capacità elfica, l'incantesimo: la capacità di usare le parole per creare un Mondo Secondario, distinto dal Mondo Primario in cui tutti viviamo. Allora, secondo questa interpretazione, l'elfo, l'incantatore, è colui il quale sia capace di usare le proprie capacità mentali e linguistiche per uscire dal mondo dell'esperienza creata socialmente. Il tempo, quindi, non è solo il frutto della creazione divina - come da cristiano sicuramente Tolkien pensava - ma anche e soprattutto quello della creazione umana individuale.
Dunque, cosa significa che le macchine non possono conquistare il tempo? Nel senso in cui abbiamo descritto il quadro fino a ora, significa che le macchine non possono appropriarsi della fantasia, della Subcreazione. Eppure, per quanto questa conclusione possa soddisfare il bisogno di ognuno di noi di mantenere un piccolo spazio vitale, non sembra del tutto corretto.
Ai tempi di Tolkien, l'industrializzazione aveva portato soltanto l'automazione del lavoro manuale; una situazione in parte diversa rispetto a quella che si delinea oggi per mezzo dell'Intelligenza Artificiale. Certo, si tratta ancora di automazione, ma non semplicemente di lavoro manuale. Essa è sostanzialmente un motore decisionale a base statistica: automatizza contemporaneamente alcuni processi cognitivi molto complessi, che fino a ora consideravamo a buon diritto appannaggio di noi soli esseri umani, e, per mezzo di essi, il processo stesso di automazione. Non è più un semplice computer, ma uno che si programma da solo.
Dalla tecnica all’automazione
Dice Marx, nel Quaderno VII dei Grundrisse, che le macchine servono a produrre plusvalore e non a diminuire il lavoro; che, al contrario, aumenta. C'è un altro passo in quello stesso quaderno, in cui non parla esplicitamente di macchine, ma della sostituzione degli artigiani con i mercanti; sostituzione facilitata dall'assenza di corporazioni: cioè dall'assenza di un'organizzazione da parte degli artigiani stessi per difendere i propri interessi di classe; sarà poi il mercante stesso a creare le strutture sociali atte alla difesa dei propri interessi di classe. (Questo, in realtà, è anche il meccanismo che porta i lavoratori a essere considerati essi stessi merce e, di conseguenza, a doversi vendere per lavorare. Non viene meno l'essere lavoratore, ma il modo in cui questo viene concepito.)
L'introduzione dell'Intelligenza Artificiale è tanto un modo per automatizzare certi tipi di lavoro - aumentando il plusvalore - quanto un modo per sostituire sempre più figure professionali con figure mercantili. Anche là dove l'automazione per mezzo dell'Intelligenza Artificiale ha impatto sulle figure manageriali, è chiaro che l'appiattimento di alcuni livelli delle strutture gerarchiche è funzionale al rafforzamento delle figure dirigenziali che, in un sistema come quello capitalista, non sono altro che mercanti.
Ecco le due figure che Tolkien contrappone: chi crea per fare profitto e chi, invece, per il piacere di creare. Tuttavia, le macchine di oggi riescono a conquistare anche il tempo di quest'ultimi, non automatizzando la fantasia, ma sicuramente riuscendo a riprodurre molte delle facoltà cognitive umane, comprese quelle pertinenti all'estetica. Lo fa basandosi sui dati; lo fa, di conseguenza, senza alcuna prospettiva futura se non quella basata sulla normalizzazione e sulla proiezione dei dati stessi, cioè di quanto appartiene al passato. E sì, che nel passato avrebbero voluto tornare anche i protagonisti de La Strada Perduta; ma non per cristallizzarlo, bensì per comprenderlo, come Eru Iluvatar permette agli Ainur di comprendere il mondo attraverso la sintesi che opera sui temi musicali dell'Ainulindalë.
Se l'Intelligenza Artificiale è automazione dell'automazione, allora la conquista del tempo è garantita. Ogni forma di lavoro, se non proprio quella della produzione dei modelli e la loro programmazione, è suscettibile di automazione; ogni forma di lavoro utile al capitale, quantomeno. La riconquista del tempo, quindi, è quantomai essenziale. Lo è anche sotto un altro profilo, che rispetto all'Intelligenza Artificiale per fortuna non passa inosservato: almeno in questo periodo, l'Intelligenza Artificiale ha costantemente bisogno del lavoro gratuito degli utenti, al fine di estrarre la loro conoscenza, le loro abitudini, informazioni relative alla loro forma di vita, le attività, le credenze.
L'automazione dell'automazione non è che produzione di produzione, cioè automazione di tutte quelle pratiche che coinvolgono la formazione di norme, di regolarità, di credenze, di abitudini. È l'automazione della dimensione in cui davvero il senso umano del tempo trova la sua applicazione; in cui esso, in realtà, si sviluppa e ha un significato. Questa dimensione, per l'umano è essenzialmente sociale: il tempo, per gli esseri umani, è storia e non susseguirsi cronologico di eventi; men che meno degli eventi produttivi. Questo tempo non ha essere con un soggettivo Così sia - sia questo terreno o divino; ma con i processi dialettici, storici, in cui l'essere umano vive: la forma di vita umana è essenzialmente dialettica, come il grande tema musicale di Eru Iluvatar e non è un caso che venga fatta questa operazione feuerbachiana da parte di un cristiano come Tolkien.
Ed è questo che fa il Grande Fratello di Orwell: controllare l'intera forma di vita, l'intera dimensione sociale. Nel celebre romanzo, questo viene fatto attraverso dei ministeri che si occupano di cancellare informazioni manualmente dalle fonti in cui si trovano; oggi viene fatto modificando algoritmi, come quelli di indicizzazione dei motori di ricerca, che non forniscono più informazioni come facevano fino a qualche anno fa; viene fatto sostituendo gradualmente i motori di ricerca con l'Intelligenza Artificiale, portando l'attività dialogica - anch'essa essenzialmente dialettica - nella relazione, non tra esseri umani, ma tra umani e macchine. Anche questa, è un'operazione feuerbachiana: non è un caso che anche il capitalismo sia profondamente cristiano.
Autorità e responsabilità
Appunto, l'attività dialogica è quella che ci contraddistingue come umani: la possibilità di passare attraverso il logos; non il Verbo divino, ma quell'insieme di pratiche che contraddistinguono la nostra specie; non la subcreazione attraverso un linguaggio privato, ma il fondamentale atto rivoluzionario che si trova nella risemantizzazione, cioè nell'attribuzione di nuovi significati ai linguaggi che utilizziamo - impossibile se applichiamo criteri di normalizzazione sui contenuti delle nostre conoscenze. Anche questo non è possibile se non nella dimensione sociale e storica in cui si dispiegano i momenti della dialettica.
Con il passaggio all'età moderna, e poi a quella contemporanea, viene gradualmente meno l'autorità divina. A partire dall'epistemologia e dalla filosofia naturale galileiana, fino alla critica all'idealismo e alla religione di Feuerbach, la critica al principio di autorità garantisce un cambio di prospettiva e si arriva all'idea che l'autorità attribuita al divino rientri tra le tante caratteristiche umane che sul divino vengono proiettate.
Rifiutare il principio di autorità, non solo nei confronti di Aristotele - l'ipse dixit - ma anche nei confronti del divino, implica il doversi riappropriare di ciò che prima proiettavamo su di esso. Il divino, per Aristotele, era sostanzialmente il logos, termine con cui tradizionalmente ci si riferisce a tutte le facoltà mentali superiori, quelle che ci distinguono dai vegetali e dagli altri animali. Riappropriarsi del logos, di conseguenza, comporta la necessità di rifondare i rapporti di responsabilità e autorità: se prima c'era una divinità responsabile di tutto il creato, adesso c'è soltanto l'essere umano.
La responsabilità necessita di controllo ed è per questo che entrano in gioco l'epistemologia, la gnoseologia e gli studi sui linguaggi e sui segni; sulla loro origine e il loro significato. È qui che la filosofia critica di Kant si introduce, portando l'interpretazione del giudizio su un piano normativo. Questa è la grande rivoluzione che, secondo Robert Brandom (in A Spirit of Trust), viene operata in epoca moderna dal filosofo di Königsberg. Un'interpretazione normativa dei concetti vuole quanto segue: il contenuto concettuale di un segno non è altro che una regola imposta sul comportamento di chi fa uso di quel segno; cioè, usare un segno comporta il dover seguire una certa regola per garantire che l'uso sia corretto. Ma, ovviamente, il fatto di seguire delle regole ci rende responsabili nei confronti degli altri parlanti ed è qui che entra in gioco la coppia responsabilità/autorità: la prima è attribuita a chiunque utilizzi un dato concetto - deve seguire le regole che ne determinano la correttezza - mentre la seconda viene riconosciuta a chi si trova nelle condizioni di poter usare correttamente un certo concetto e viene essa stessa reclamata da chi si trova in queste condizioni. Il fisico, ovviamente, reclamerà l'autorità che gli spetta nell'uso dei concetti della fisica, e così via.
In sostanza, se nessun dio è più responsabile delle azioni umane, allora devono esserlo gli umani stessi. Questo non accade in Tolkien, se non in una minima misura: è vero che le stirpi degli Uomini sono le uniche dotate di libero arbitrio, ma nessuno di loro può scampare al disegno divino. Come abbia visto, infatti, solo Eru Iluvatar possiede la capacità di dare forma all'universo; solo lui è capace di portare la Musica degli Ainur alla sintesi, chiudendo il processo dialettico; che diventa solo una prerogativa divina, atta soltanto a garantire che ci sia coerenza con la volontà dell'unico dio.
Al contrario, la dialettica è l'unico processo storico e sociale all'interno del quale gli esseri umani riescono a sviluppare i concetti. La dialettica non è un semplice scontro tra opposti - come nel caso della dialettica, in quanto continua opposizione tra partiti - ma necessita della capacità di ricollegare le fasi di sviluppo, integrando le contraddizioni, per arrivare poi alla sintesi; dove la sintesi, ovviamente, non è né una posizione sintattica degli elementi posti in contraddizione, né una via di mezzo tra gli opposti.
La dialettica necessita di prendersi la responsabilità della necessità rivoluzionaria; la quale, come già detto sopra, comporta una risemantizzazione: un cambiamento di prospettiva è un cambiamento di significato e questo non è altro che un cambiamento della prassi, delle pratiche di vita. Il linguaggio è senza ombra di dubbio il limite del nostro mondo, per dirla con Wittgenstein, ma non è possibile modificare il mondo modificando il linguaggio - come vorrebbe Tolkien, imitando Humpty-Dumpty; è bensì il contrario: modifichiamo il linguaggio modificando il mondo. La verità, d'altronde, non si dice, ma si fa, come ci insegna Marx proprio con le Tesi su Feuerbach. Non c'è alcuna Subcreazione, ma solo la creazione.
Il discorso di Marx sulla sostituzione degli artigiani con i mercanti ci dice una cosa: quando c'è un posto vacante, qualcuno se lo prende. Lo stesso accade con l'alienazione del lavoro: quanto accade, il capitalista è lì pronto ad appropriarsi di quanto fatto dal lavoratore. Il mercante passa da essere imprenditore committente, a essere il ladro del lavoro altrui. E tanto più i sindacati e le associazioni dei lavoratori perdono potere, tanto più questo viene preso da qualcun altro, trasferendo l'autorità da chi produce a chi si appropria del prodotto.
Una delle contraddizioni dell'epoca contemporanea sta in quanto segue: l'autorità spetta a chi possiede i mezzi di produzione e si appropria del prodotto, mentre chi produce è il solo responsabile. Questa è l'inversione della scoperta che Brandom imputa a Kant e, di conseguenza, il tradimento dell'intera impostazione che determina il passaggio dallo stato di minorità allo stato di maturità sociale.
L'Intelligenza Artificiale sta acuendo questo problema, non già tipico del capitalismo, ma di esso costitutivo. Questa non è uno strumento come uno qualunque di quelli che hanno portato automazione: esso comporta un trasferimento di autorità verso una macchina. L'operazione è, chiaramente, analoga a quella che Feuerbach riconosce nella religione, ma comporta anche un trasferimento formale della responsabilità dei processi dialettici; quegli stessi processi che garantiscono lo sviluppo dei concetti e la comprensione, della capacità che gli esseri umani hanno di muoversi nel mondo. Allora, di questa comprensione rimane soltanto una responsabilità materiale; andando così a sfaldare la sostanza sociale, cioè l'unione di responsabilità formale e responsabilità materiale.
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Bibliografia
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T. Khun, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, 1962.
K. Marx, Tesi su Feuerbach.
K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1983.
K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica all’economia politica, Editori Riuniti, 1970.
M. Pasquinelli, The Eye of the Master, Verso, 2024.
J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani, 2000.
J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Bompiani, 2005.
J.R.R. Tolkien, Sulle Fiabe, in J.R.R. Tolkien, Albero e Foglia, Bompiani, 2005.
J.R.R. Tolkien, La Storia della Terra di Mezzo, Bompiani, 2022-25.