Una riflessione sulla riforma della magistratura
Nato e cresciuto nell'entroterra fiorentino, dopo le superiori studia Filosofia presso l’Università di Pisa, approfondendo temi di filosofia analitica e scrivendo una tesi in filosofia del linguaggio, logica e ontologia formale. Attualmente lavora come programmatore, continuando a coltivare l’interesse per la filosofia, soprattutto in relazione alla programmazione e all’intelligenza artificiale.
Dietro il referendum, la vera frattura: uno Stato che abdica al mercato trasformando il diritto alla difesa in profitto
Come al solito e com’è normale che sia, quando siamo di fronte a un referendum, l’essenza manicheista dell’Occidente si manifesta nella formazione delle classiche due frange sostenenti le due possibili risposte al quesito.
C’è chi dice che questa riforma garantirà un miglior funzionamento della magistratura; c’è chi dice, al contrario, che serve soltanto a minare la tenuta della repubblica. Ora, come tutti sanno, c’è differenza tra democrazia e repubblica. Da una parte abbiamo il sistema di legittimazione del potere, dall’altra abbiamo il modo in cui quest’ultimo è strutturato. Diciamo che i costituenti e le costituenti hanno provato a dare la forma più adeguata che poteva venir fuori da un’Assemblea così varia, come quella che ha visto la nascita del nostro Stato. Che oggi i nipoti di coloro sui cadaveri dei quali questo Stato è nato vogliano demolirne la struttura non deve nemmeno stupire.
Tuttavia, una riflessione sulla struttura non tanto della repubblica, quanto dell’interazione tra cittadini e i vari poteri, nasce quasi spontanea. Come s’è detto, tra repubblica e democrazia c’è differenza: che il popolo voti non implica la struttura che il voto legittima. Allo stesso tempo, che vi sia una determinata struttura non implica che questa debba essere legittimata in una maniera specifica. Il problema della relazione tra il popolo e lo Stato è un’altra faccenda. Ed è proprio questo, mi sembra, che dovrebbe emergere pensando al potere giudiziario.
Quest’ultimo si occupa di garantire che le leggi vengano applicate. La si può vedere come una forma qualunque di esercizio di potere, oppure come la possibilità per il cittadino di essere tutelato. Questo è noto ed è altrettanto noto che in un Paese corrotto come il nostro, o uno qualunque sul fronte Occidentale, il problema della tutela dei cittadini dall’esercizio del potere – sia da parte dei privati, sia da parte dello Stato stesso – è uno dei più importanti. È questo il motivo per cui la riforma fa paura e molti intellettuali che a essa si oppongono vengono censurati.
Ma proprio perché questo è un problema, dovrebbe essere lampante la contraddizione di un sistema che prevede che il cittadino, per non perdersi nei meandri di codici incomprensibili, sia costretto a contribuire al guadagno di chi della necessità di interagire con lo Stato fa la sua fonte di profitto, garantendo che le logiche del capitalismo entrino nella struttura stessa della repubblica.
Certo, non è niente di nuovo. Se il sistema economico e culturale è di un certo tipo – capitalistico, appunto – non c’è da stupirsi se lo Stato stesso lo ammette, lo giustifica e ne garantisce la replicabilità anche in ambito giuridico. Ovviamente non tutte le interazioni con la legge e l’amministrazione passano attraverso un avvocato o un commercialista; sì, ci sono associazioni ed enti preposti alla semplificazione di questa interazione e, sì, alcune di essere funzionano abbastanza bene. Ma quando l’intera impalcatura è fatta in modo tale che il cittadino sia prima soggetto all’esercizio del potere statale e poi all’esercizio del potere commerciale, dovremmo quantomeno riconoscere che, invece di separare le carriere di chi giudica e di chi accusa, bisognerebbe integrare nello stesso sistema anche chi difende. D’altronde, le informazioni necessarie a chi accusa sono quelle necessarie a chi difende.
Probabilmente, Lenin avrebbe da ridire anche su questo: mantenere la forma statale implica il mantenimento di una forma di potere. Come diceva in Stato e Rivoluzione, c’è bisogno che ogni cittadino impari come funziona la burocrazia, per far sì che non siano altri a svolgerla per conto suo. Tuttavia, in vista di una fase compiuta del comunismo, una riflessione di questo tipo pare ragionevole, per non scadere nel solito (sebbene talvolta giustificato) risentimento noi confronti dello Stato. Quando, infatti, si dice che ti lascia a te stesso, si commette l’errore di ignorare l’intermediario: il capitalista.