Una riforma di lungo percorso
Nato e cresciuto nell'entroterra fiorentino, dopo le superiori studia Filosofia presso l’Università di Pisa, approfondendo temi di filosofia analitica e scrivendo una tesi in filosofia del linguaggio, logica e ontologia formale. Attualmente lavora come programmatore, continuando a coltivare l’interesse per la filosofia, soprattutto in relazione alla programmazione e all’intelligenza artificiale.
D’Orsi al CPA: la riforma della magistratura è l'ultimo atto della lotta di classe dall'alto verso il basso
La politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi: la guerra diventa sistema e la politica un suo strumento. Questo ci ricorda il professor d’Orsi, mentre parla al CPA (Centro Popolare Autogestito) nel capoluogo toscano, in un 14 marzo che riporta Marx tra noi – e per l’anniversario della sua morte e per mezzo delle parole del professore e di altri con lui, che mantengono vive quelle riflessioni che, ora o mai più, siamo chiamati a fare.
Il soggetto è la riforma della magistratura, per cui andremo a votare il 22 e il 23 di questo mese, e il “No” che ci attende. Una riforma, questa, che tuttavia va inquadrata in un lungo percorso, che affonda le sue radici nella lotta di classe, dal basso verso l’alto e soprattutto dall’alto verso il basso: quella lotta che la borghesia ha intrapreso dagli anni ’70 nei confronti delle classi subalterne e dei troppi diritti che queste avevano acquisito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Un “rovesciamento del rovesciamento”, come lo chiama D’Orsi stesso, cioè l’inizio di un processo rivoluzionario ai danni delle classi subalterne, che ha portato alla graduale riduzione del welfare, a favore di una cultura basata sull’apologetica del privato: quella cultura tutta statunitense, che ci ha lentamente fagocitati; una cultura del privato che non serve a dare a tutti, come ancora si ripete impunemente, ma a togliere a tutti gli altri – con la speranza che ci rimanga qualcosa, mentre guardiamo il resto del mondo dalla prospettiva egocentrica che il capitale ci ha imposto.
In questa prospettiva si collocano le privatizzazioni e la demolizione dello Stato e del pubblico, sia relativamente ai servizi sia relativamente alla forma stessa della democrazia, che cede mentre i partiti perdono pregnanza. In Italia, la fine dei partiti di massa coincide, infatti, con un periodo di grandi privatizzazioni.
Il pubblico, tuttavia, ha senso se c’è una comunità: per questo l’apologetica del privato e l’individualismo che essa sostiene sono coerenti con le scelte politiche ed economiche; un individualismo che serve a togliere forma alle masse, una lotta di classe dall’alto verso il basso che è servita a togliere la fame di libertà che il socialismo aveva instillato nelle classi subalterne. Oggi rimane soltanto una vaga forma di anarchismo, coerente con l’idea del lavoratore come imprenditore di se stesso (ma anche di questo Marx aveva già parlato… ce ne siamo soltanto dimenticati).
Così anche gli Stati si presentano come dei privati, come degli enti – delle persone giuridiche – chiamati a rispondere quando le oligarchie comandano: tutto ciò che rimane della democrazia. Allora ci troviamo di fronte alla guerra che diventa sistema; una guerra che è lotta di classe: sempre e comunque ai danni delle classi subalterne, delle popolazioni, di noi che ai loro occhi non siamo altro che manovalanza. È anche una guerra annidata, cioè una continua guerra che si estende sempre di più e ne contiene sempre di più, in forme più o meno esplicite.
In questo scenario, veniamo divisi e separati, censurati e relegati a spazi sempre più limitati, sia nel tempo che nello spazio. Così il corpo, la sensibilità e la percezione, che intere classi sociali hanno di sé, vengono ridefiniti: chi si oppone viene messo fuori dalla città (non nei suoi confini amministrativi, ma fuori dagli spazi d’informazione e comunicazione): l’opposizione deve stare fuori dal mercato, perché non s’ha da vendere. Le classi, ci dice sostanzialmente Angelo D’Orsi, diventano due: chi dice sì e chi dice no. La lotta di classe, allora, cos’è oggi?
La risposta a questa domanda parte dal votare “No” al prossimo referendum, dal dire no allo smembramento della repubblica oltre che della democrazia, dal dire no al tentativo di imporre ancor di più il potere della borghesia sui poteri della repubblica e del suo popolo.