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La salute mentale come diritto pubblico

di
Amelia Stoduto
Amelia Stoduto

Copywriter e studentessa di medicina a tempo perso. Appassionata di narrazione territoriale e salute mentale.

8 settembre 2026

Per fronteggiare la crisi della salute mentale dei giovani, nasce la campagna Diritto a stare bene

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La tragedia di Centocelle, dove un ragazzo di 16 anni ha aggredito e ucciso la madre, ci consegna prima di tutto un dolore enorme: una donna di 50 anni è morta dopo le gravissime ferite riportate nell’aggressione e il figlio, che ha chiamato lui stesso il 112, è stato arrestato e ricoverato in psichiatria. Secondo quanto emerso, già la sera precedente erano intervenuti polizia e personale sanitario e il ragazzo era stato accompagnato in ospedale.

Ed è proprio su questo che è importante soffermarsi. Non per trasformare una tragedia in una spiegazione facile, né per stabilire un rapporto automatico tra sofferenza psicologica e violenza. Sarebbe ingiusto e scientificamente scorretto. La stragrande maggioranza delle persone che attraversano una condizione di disagio psicologico non è affatto violenta, ma una vicenda come questa ci obbliga a porci una domanda: quanto siamo capaci, come società, di intercettare la sofferenza prima che diventi emergenza?

Il benessere psicologico dei giovani è una priorità

È una domanda che riguarda soprattutto i più giovani.

L’adolescenza è sempre stata una fase delicata della vita, ma oggi ragazze e ragazzi crescono dentro un contesto nel quale le pressioni sono molteplici: il rendimento scolastico, le aspettative familiari, la solitudine, le relazioni, il confronto continuo sui social, l’incertezza sul futuro.

A tutto questo si aggiunge, per molte famiglie, una difficoltà molto concreta: accedere a un aiuto psicologico in tempi ragionevoli e senza che il costo delle prestazioni rappresenti un ostacolo insormontabile. Il risultato è che troppo spesso si interviene quando il disagio è già diventato una crisi.

Il punto allora non è più soltanto chiederci come intervenire quando una situazione è precipitata, ma è costruire una società nella quale chiedere aiuto sia normale, semplice e possibile. Per troppo tempo abbiamo considerato la salute psicologica come qualcosa di privato, quasi un fatto individuale da affrontare in silenzio. Chi poteva permetterselo si rivolgeva a un professionista; chi non poteva, spesso aspettava. Ma la salute mentale non può essere un privilegio legato al reddito, né può essere affrontata esclusivamente quando compare una patologia conclamata.

Serve un cambio di paradigma: dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione.

Psicologo pubblico: non un bonus, ma un servizio

È questa la prospettiva alla base della campagna “Diritto a stare bene”, che punta a riconoscere il benessere psicologico come una componente essenziale della salute e a costruire una rete pubblica di servizi psicologici.

Non l’ennesimo bonus.

La differenza è sostanziale: un bonus interviene sulla possibilità economica di acquistare una prestazione individuale. Un servizio pubblico, invece, interviene sull’organizzazione della società e sulla possibilità concreta di incontrare un professionista prima che il disagio diventi isolamento, abbandono scolastico, conflitto familiare, dipendenza, crisi o emergenza.

È una visione che rovescia la prospettiva tradizionale: non aspettare che sia la persona in difficoltà a raggiungere il servizio, spesso quando la situazione è già compromessa, ma portare la possibilità di ascolto e di cura nei luoghi quotidiani. La campagna chiede di istituire una rete pubblica di servizi psicologici territoriali, gratuita e accessibile nei luoghi dove le persone vivono quotidianamente: scuole, ospedali, luoghi di lavoro, servizi sociali, case di comunità, centri sportivi e carceri. La proposta di legge popolare (PdL 1740) ha raccolto oltre 70.000 firme ed è già stata depositata in Senato.

La scuola come primo luogo di prevenzione

Pensiamo, prima di tutto, alla scuola.

Per un adolescente avere uno psicologo a disposizione nel proprio istituto significa poter incontrare un professionista senza dover prima dimostrare che esiste “un problema”, significa poter parlare quando ancora non si sa dare un nome a ciò che si prova e anche offrire uno spazio di ascolto a genitori e insegnanti, che spesso sono i primi ad accorgersi che qualcosa sta cambiando. La scuola non deve diventare un luogo di diagnosi permanente, ma può e deve essere un luogo di prevenzione, ascolto e orientamento.

Intervenire presto significa anche evitare che una difficoltà normale di una fase della vita si trasformi, per mancanza di ascolto e di sostegno, in una condizione molto più grave.

La salute mentale riguarda tutti i luoghi della vita

La stessa logica vale negli ospedali, dove la sofferenza psicologica accompagna spesso quella fisica; nei luoghi di lavoro, dove stress, precarietà e isolamento possono consumare lentamente il benessere delle persone; nelle carceri, dove le condizioni di fragilità possono essere particolarmente accentuate; nei servizi territoriali, dove prevenzione e presa in carico dovrebbero essere parte della normalità e non l’ultima fermata prima dell’emergenza.

Per questo parlare di psicologo pubblico significa parlare di una vera infrastruttura sociale. Non di una prestazione aggiuntiva, ma di una rete capace di accompagnare le persone nelle diverse fasi della vita.

“Diritto a stare bene” parte da un principio semplice ma tutt’altro che scontato: il benessere psicologico è un diritto e, in quanto tale, deve essere sostenuto da un’infrastruttura pubblica. La campagna chiede proprio questo: che la salute psicologica entri stabilmente nelle politiche pubbliche, accanto alla salute fisica, attraverso servizi accessibili, territoriali e universali.

Non aspettare che la sofferenza faccia rumore

Questa impostazione merita attenzione perché mette insieme due parole che troppo spesso teniamo separate: salute e prevenzione. Non dobbiamo aspettare una tragedia per parlare di salute mentale e soprattutto non dobbiamo utilizzare una tragedia per cercare spiegazioni semplicistiche. Dobbiamo invece utilizzarla, con rispetto per le vittime e per tutte le persone coinvolte, per interrogarci su ciò che possiamo fare prima.

Un ragazzo in difficoltà deve poter incontrare qualcuno prima di arrivare al punto di rottura, una madre deve poter chiedere aiuto senza sentirsi sola, un insegnante deve avere strumenti per riconoscere un disagio. Un medico deve poter contare su una rete psicologica territoriale. Un lavoratore deve poter trovare ascolto senza che questo significhi necessariamente essere già in una condizione patologica.

Questa è la vera sfida: non aspettare che la sofferenza faccia rumore per prenderci cura di chi soffre.

La vicenda di Centocelle non ci dice che basta uno psicologo per impedire una tragedia, nessuna politica seria potrebbe prometterlo.
Ci dice però che una società più attenta alla salute mentale dei giovani e al benessere psicologico di tutti deve essere capace di costruire luoghi, competenze e servizi nei quali la fragilità possa essere vista, ascoltata e accompagnata.

Il diritto a stare bene non può essere un bonus da utilizzare quando finalmente troviamo il coraggio di chiedere aiuto. Deve essere un servizio pubblico, deve essere vicino alle persone e deve arrivare prima dell’emergenza.