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Sankara, la rivoluzione fuori dall’Occidente

di
Giacomo Biancotti
Giacomo Biancotti

Alla ricerca di un motivo per esistere

4 novembre 2026

Oltre i modelli europei: direzione leninista, emancipazione e lotta all'imperialismo nel Burkina Faso di Sankara

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Il termine rivoluzione trae la sua origine dal latino revolvere, tradotto come “rivolgere”. Di conseguenza la rivoluzione è quel cambiamento radicale nella società che porta a un totale ribaltamento dei ruoli e dei rapporti di classe. Permane un dibattito fra i vari storici circa gli attori che rendono tali trasformazioni possibili e soprattutto vincenti; da un lato vari teorici interpretano queste rivoluzioni come movimenti di masse con la loro capacità di autorganizzazione e la loro carica di spontaneità, al punto che intellettuali avversi vedono in queste masse nient’altro che feccia, gruppi dove l’individualità si trasfigura in una moltitudine indistinta, che è in grado di esercitare una violenza cieca. Dall’altro lato invece vari rivoluzionari sottolineano il bisogno di regie politiche dietro l’azione delle masse, che sappiano dare indirizzo e coerenza strategica, vedendo quindi nella pura e disordinata mobilitazione popolare una fase propedeutica ma in un certo senso immatura dell’avanzamento rivoluzionario. Questo dibattito ha origini prevalentemente ottocentesche e si intreccia con la storia dei grandi movimenti operai e sindacali europei, ma, quando il vento della rivoluzione si è esteso a livello globale, a partire dal 20esimo secolo, il dibattito si è arricchito di nuovi elementi. Temi come anti-colonialismo, liberazione nazionale e lotta al razzismo si sono quindi fusi con la lotta di classe di ispirazione europea, mostrando quanto il percorso di avanzamento della rivoluzione sia fortemente legato alle condizioni socio-economiche di partenza dei paesi dove tali trasformazioni prendono atto. Più nello specifico le applicazioni che i vari governi popolari hanno provato a mettere in pratica per raggiungere un esito rivoluzionario, hanno risentito delle varie idiosincraticità locali, rendendo da questo punto di vista il movimento comunista un movimento autenticamente variegato e complesso. Un soggetto che tramite il suo pensiero e le sue azioni testimonia la complessità del marxismo in termini di eterogeneità locale è Thomas Sankara.

Thomas Sankara fu il primo presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987, ribattezzando quella che era stata l’antica colonia francese dell’Alto Volta. Appartenente al gruppo etnico minoritario e socialmente marginale degli Silmi-Mossi, Thomas Sankara era figlio di un militare, che aveva servito nell’esercito francese durante la Seconda Guerra Mondiale. Figlio maggiore, crebbe fin dall'infanzia in lui la consapevolezza di dover rappresentare un punto di riferimento e un appoggio fondamentale per i suoi fratelli. Nel 1966, all’età di 17 anni, intraprese la carriera militare in un contesto intellettuale, che vedeva nell’esercito una forza in grado di disciplinare la inefficiente burocrazia nazionale, oltre che promuovere l'ammodernamento del paese.

Nell’ottobre del 1969 fu selezionato assieme ad altri due laureati dall’accademia militare per una formazione più avanzata in Madagascar. L’esperienza si rivelò altamente educativa per lui, in qualità di palestra di avvicinamento al marxismo e di affinamento delle sue abilità oratorie. Inoltre, rimase particolarmente colpito dal grado di coinvolgimento dell’esercito locale nelle iniziative di sviluppo civile. Ne rimase talmente impressionato che chiese di estendere di un anno la sua permanenza nello stato insulare. Tornò nel 1973 in patria come ufficiale formato e versatile anche nelle scienze politiche con varie idee su come l’esercito avrebbe potuto essere usato per portare sviluppo e per innestare più ampi cambiamenti sociali e politici.

A parte una breve esperienza come ministro dell’informazione nel 1982, Sankara rimase essenzialmente estraneo alle turbolente vicende politiche del paese fino al gennaio del 1983, quando il nuovo presidente Jean-Baptiste Philippe Ouédraogo lo nominò primo ministro. Nel suo giuramento ufficiale che tenne il 1 Febbraio Sankara disse che avrebbe servito “il popolo, inteso come insieme dei contadini, lavoratori, artigiani, studenti, organizzazioni democratiche, che difendevano gli interessi delle masse popolari”.

Temendo la crescente apertura di Sankara verso paesi socialisti e comunisti, Ouédraogo ne dispose l’arresto nel maggio 1983, così come nei confronti del capitano Lingani. Venne così istituito un secondo governo, noto come Consiglio di Salvezza del Popolo (CSP)-II, nel quale Ouédraogo mantenne la presidenza, mentre il reale potere veniva detenuto dal colonnello Some Yorian. Il nuovo governo fu però presto travolto da proteste popolari, soprattutto nella capitale Ouagadougou, che chiedevano il rilascio del capitano Sankara. Quest’ultimo iniziò a trattare con Ouédraogo per evitare un bagno di sangue e consentire così una transizione politica pacifica. Temendo un attacco da parte del governo, i dissidenti colpirono per primi; il 4 agosto 1983 un gruppo armato lasciò la roccaforte di Po e prese agevolmente controllo di tutti i punti nevralgici della capitale. Some Yorian, assieme ad altri ufficiali conservativi, fu catturato ed ucciso vari giorni dopo durante un “tentativo di fuga”. Alle 10:00 dello stesso giorno Sankara pronunciò un discorso alla radio, noto come discorso di orientamento politico.

Il discorso di orientamento politico rappresenta il documento programmatico, attraverso il quale Sankara, con il sostegno delle forze comuniste e dei militari progressisti, intendeva accompagnare il paese attraverso un percorso rivoluzionario. A questo scopo Sankara istituì il Consiglio Nazionale della Rivoluzione (Conseil National de la Révolution), costituito in prevalenza da militari di orientamento marxista, tra i quali spiccava Blaise Compaoré, che aveva guidato la presa della capitale il 4 agosto. Il CNR si proponeva di attuare una rivoluzione democratica e popolare. Tale trasformazione si caratterizzava come democratica in quanto si proponeva di abbattere gli ostacoli politici ed economici, primo fra tutti l’imperialismo occidentale, che mantenevano il Burkina Faso in uno stato di arretratezza. La rivoluzione si configurava come popolare invece dal momento che includeva attivamente le masse, che avrebbero avuto un ruolo attivo nel processo di trasformazione del paese, in opposizione alle classi reazionarie. Emerge quindi una concezione di democratizzazione dello stato intrinsecamente diversa da quella liberale; la rivoluzione infatti non consiste nella liberalizzazione delle istituzioni, ma nella costruzione di un apparato statale in grado di superare i residui borghesi e imperialisti e di consentire alle masse popolari di accedere ai diritti sociali fondamentali.

Come potete vedere, nella concezione politica di Sankara la lotta al capitalismo e la lotta all’imperialismo si fondono, dato che la borghesia che fin dall’indipendenza della colonia deteneva la gran parte delle ricchezze del paese traeva la sua forza politica ed economica dal forte legame con le potenze internazionali occidentali, prima fra tutte la Francia. Questo sodalizio con le potenze straniere è evidente tanto in quelli che vengono definiti "state bourgeoise", l’apparato statale e burocratico del paese, sia tra i “commercial bourgeoisie”, ossia la classe mercantile. Meno solido è invece il rapporto fra le forze imperialiste e la classe media, che si schiera spesso su posizioni reazionarie, per paura delle masse popolari e di perdere il proprio status. Tuttavia, per quanto quest’ultima possa rappresentare un valido alleato nella lotta anti-capitalista, Sankara suggerisce che verso questo ceto intrinsecamente opportunista sia necessario adottare un atteggiamento di sfiducia rivoluzionaria.

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Per attuare questa radicale trasformazione della società, il leader burkinese intendeva operare su quattro pilastri: sviluppo dell’esercito nazionale, miglioramento dello status politico delle donne, costruzione di un’indipendenza economica e decentramento politico ed amministrativo. In continuità con quelle correnti intellettuali che avevano plasmato la sua coscienza politica in giovane età, Sankara vedeva nelle forze armate uno dei cardini istituzionali attraverso il quale veicolare i principi rivoluzionari. Il nuovo esercito si sarebbe dovuto infatti fondare su una conscia aderenza dei soldati ai loro corpi di appartenenza grazie ad una approfondita formazione politica. Per rivendicare il proprio ruolo attivo nella società, l’esercito doveva inoltre dimostrare di saper vivere tra popolo, contribuendo al proprio auto-sostentamento e partecipando attivamente alla produzione agricola del paese. Si nota anche qui il complesso tentativo di Sankara di tenere assieme l’utilizzo di strumenti di pressione e controllo politico centralizzati nel processo rivoluzionario come il partito unico e le forze armate e il tentativo di mantenere spazi di libera adesione ai principi rivoluzionari stessi. Questa intrinseca contraddizione caratterizza infatti non solo il processo di mutamento radicale del Burkina Faso, ma molti processi rivoluzionari in ex-paesi coloniali, all’interno dei quali la necessità di far uscire le proprie nazioni da stati di sudditanza socio-economica giustificava, agli occhi dei leader, l’utilizzo di metodi autoritari e il sovra-investimento, in termini politici, sulle forze armate. Comprendere questa dinamica e di conseguenza la stretta correlazione fra lotta all’imperialismo e lotta al capitalismo in contesti di povertà estrema rappresenta un esercizio di uscita dalla prospettiva occidentale classica, necessario se si vuole analizzare più in profondità la complessa storia delle rivoluzioni marxiste nell’Africa post-coloniale.

Secondo pilastro rivoluzionario era il miglioramento della condizione femminile a livello nazionale. Sankara riconosceva che le donne vivessero situazioni di assoggettamento socio-economico, riconducibili sia alla tradizione voltaica tradizionale, sia all'imperialismo a cui il paese era stato sottoposto nel corso della sua storia recente. Da questo punto di vista, il leader burkinese legava indissolubilmente il successo della rivoluzione alla liberazione della donna da una condizione di asservimento. Risultato ultimo di questa trasformazione doveva quindi essere la piena partecipazione della donna alla vita politica e sociale del paese, a pari condizioni dell’uomo.

Terzo pilastro era rappresentato dalla trasformazione del Burkina Faso in un paese economicamente indipendente e sovrano, come pre-condizione per esercitare una propria autonomia decisionale; questa autonomia era ancora più capitale considerando che il CNR avrebbe dovuto attuare cambiamenti in grado di scuotere dalle fondamenta gli equilibri interni del paese, e che quindi richiedevano la più ampia libertà d’azione da parte degli organi di governo. Sankara, appena salito al potere, ereditava un paese dove il 90% della popolazione risultava occupata nel settore agricolo, andando però a coprire appena il 45% del prodotto interno lordo. In aggiunta, il tasso di analfabetismo raggiungeva una media del 92%. Il paese presentava inoltre una forte dipendenza dalla bilancia commerciale in uscita, ricavando l’82% delle proprie entrate erariali da tasse di importazioni su merce estere. Affinchè la rivoluzione potesse avere successo era quindi fondamentale innestare un processo di industrializzazione, che facesse uscire il paese dallo stato di arretramento economico-culturale nel quale versava. Molto rilevante per questo scopo risultava la riforma della terra, che puntava ad abbattere il latifondo sostituendolo con “infinite fattorie”, andando così a stimolare l’innovazione nel settore agricolo, che si sarebbe così trasformato nel pilastro dello sviluppo industriale. Altro campo di intervento era rappresentato dalla scuola, che nella visione politica di Sankara, doveva trasformarsi in uno strumento rivoluzionario, ovvero in un mezzo in grado di promuovere una cultura al servizio delle masse e che ne rappresentasse onestamente la condizione, guidando il popolo verso un avvenire migliore.

Quarto e ultimo elemento era rappresentato dal decentramento politico ed amministrativo tramite la costituzione dei Comitati di Difesa della Rivoluzione, “Comités de Défense de la Révolution” (CDR). I CDR rappresentavano i nuclei locali di attivazione rivoluzionaria “nei villaggi, nelle città e sui luoghi di lavoro”, che dovevano operare sia come bacino di raccolta per le proposte popolari sia come enti di educazione delle masse alla rivoluzione. Il loro funzionamento seguiva i principi del centralismo democratico di ispirazione leninista, che racchiudeva una tensione paradossale. Da un lato, i CDR erano luoghi di mobilitazione e partecipazione democratica, ma dall’altro dovevano anche applicare inderogabilmente le direttive degli organi superiori, a partire dal CNR. I CDR operavano quindi come organismi di democrazia diretta, intercettando i bisogni della popolazione locale grazie ad un controllo capillare sul territorio. Rimane tuttora aperto il dibattito circa la loro natura più profonda; da un lato offrirono spazi di dibattito e confronto aperto a masse popolari, storicamente poco abituate ad essere consultate nel processo di sviluppo delle decisioni politiche. Dall’altro, il centralismo democratico impediva agli organi di rango inferiore di mettere in discussione la linea ufficiale del partito a livello nazionale, trasformando quindi i CDR in luoghi dove l’esercizio dell’attività politica consisteva per lo più nell'interpretazione ed applicazione locale di direttive calate dall’alto. Rimane anche aperta la questione circa l’utilizzo dei CDR come strumenti di repressione delle minoranze e di attacco ai propri nemici politici da parte dei vertici dei comitati locali; queste azioni in particolare macchieranno a vita la complessa esperienza dei CDR, inducendo i Burkinabè, anni dopo la caduta di Sankara, a ricordarli come luogo di abusi molto di più che come piattaforme di espressione popolare.

L’esperienza di governo di Sankara finì tragicamente il 15 ottobre 1987, quando il leader fu ucciso assieme 12 ufficiali. Il golpe fu promosso dal suo compagno d’armi e collega nel CNR Blaise Compaoré; non risultano legami evidenti fra quest’ultimo e la Francia, mentre sembra più probabile che l’ufficiale fu sostenuto dalla Costa Avorio grazie ai buoni rapporti intrattenuti con il suo presidente.

A differenza di molti autocrati, Sankara si distinse per la semplicità del suo stile di vita e per la grande dedizione al lavoro. Raggiunse infatti notevoli risultati nel processo di sviluppo del paese; fece vaccinare 2.500.000 bambini contro morbillo, febbre gialla, rosolia e febbre tifoide, aumentò considerevolmente il tasso di alfabetizzazione della popolazione e migliorò i servizi del paese tramite la costruzione di alloggi popolari e scuole.

Ho aperto questo articolo introducendo la differenza strutturale fra coloro che interpretano la rivoluzione come un movimento guidato da avanguardie rivoluzionarie e coloro che invece la vedono come un’esplosione di energia vitale dove le masse auto-organizzate fanno la storia. Sankara tentò di guidare la rivoluzione attraverso una forte direzione centralista, cercando comunque di coinvolgere attivamente le masse popolari; tuttavia la sua impostazione leninista rimane evidente. Al di là di questi dibattiti teorici, il caso del Burkina Faso rimane un caso studio interessante per comprendere come, fuori dal contesto liberale europeo, la lotta all’imperialismo si unisce alla lotta al capitalismo. Più nello specifico ci interroga su quanto l’autonomia economica e la libertà di azione politica da influenze straniere siano pre-condizioni essenziali per una trasformazione radicale di una società in senso socialista e forse più in generale anche per l’attuazione di un programma di riforme che sia in grado di apportare miglioramenti significativi di una società in senso egualitario.

Quanto siano trasferibili i metodi, indubbiamente violenti ed autocratici, della rivoluzione burkinese al contesto delle democrazie liberali è una questione aperta a cui non ho una risposta e che lascio volentieri ai lettori.