Secondo me
La crisi economica riapre spazi politici oltre i poli: ma a decidere il voto sono i blocchi sociali, non i sondaggi
di Oscar Monaco
Mi pare che stiano tornando contendibili spazi elettorali al di fuori delle due grandi coalizioni, è probabilmente uno degli effetti del progressivo aggravarsi della crisi economica che attraversa l'Europa da quasi vent'anni. A forza di chiamarla "crisi" rischiamo perfino di perdere il senso delle parole: quando una condizione dura due decenni non è più un'emergenza, è un nuovo regime economico e sociale.
La vera domanda, però, non è se esista uno spazio politico - quello esiste. La domanda è quale blocco sociale sia disposto a investire il proprio consenso in un progetto che, almeno nel breve periodo, non ha concrete ambizioni di governo.
I voti, quelli reali e non quelli dei sondaggi d'opinione, si muovono quasi sempre lungo direttrici sociali consolidate, seguono interessi materiali, reti associative, rappresentanze economiche, organizzazioni sindacali, corpi intermedi. Le identità politiche cambiano molto più lentamente di quanto suggeriscano i talk show.
Da questo punto di vista, una parte consistente dell'elettorato tradizionalmente di destra percepisce con maggiore immediatezza gli effetti delle sanzioni, della crisi energetica e della guerra, perché affonda le proprie radici in mondi produttivi come la manifattura, l'artigianato, il commercio e l'export: per questi settori il deterioramento dei rapporti economici internazionali non è un tema ideologico, ma un problema di fatturato, commesse e sopravvivenza delle imprese.
Sono molto meno convinto che lo stesso richiamo riesca a mobilitare quel blocco sociale che oggi guarda con interesse a figure come Alessandro Orsini o Elena Basile: si tratta spesso di un elettorato composto da ceti intellettuali, professionisti, settori dell'università e degli apparati dello Stato, capace certamente di produrre consenso culturale ma molto meno di organizzare consenso politico stabile.
L'elettore di sinistra che legge Orsini, apprezza Basile e critica la NATO, quando arriva davanti all'urna continua troppo spesso a votare il centrosinistra in nome del "male minore", della necessità di battere la destra. È una dinamica che si ripete da decenni e che rende estremamente difficile tradurre un dissenso culturale in un consenso elettorale alternativo.
È una valutazione che può essere smentita dai fatti, naturalmente, ma se si vuole capire dove potrebbero nascere nuovi spazi politici, credo sia più utile partire dai blocchi sociali realmente esistenti che dalle simpatie registrate nei sondaggi o dall'eco mediatica di singole personalità, perché, alla fine, sono gli interessi materiali organizzati a decidere le elezioni molto più delle opinioni momentanee.