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Smontiamo i miti della superiorità boomer

di
Amelia Stoduto
Amelia Stoduto

Copywriter e studentessa di medicina a tempo perso. Appassionata di narrazione territoriale e salute mentale.

30 ottobre 2026

“Dovete studiare”, “Non avete voglia di lavorare”, “Noi non ci lamentavamo”…e quindi?

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C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui gli adulti guardano alle nuove generazioni: pretendono che siano informate, responsabili e consapevoli, ma quando dimostrano di esserlo trovano comunque il modo di rimproverarle. La recente vicenda di Bruno Vespa, che a Porta a Porta ha interrotto e ripreso la rappresentante dell’Unione degli Universitari (UDU), è emblematica di questa dinamica. Oltre ad essere un caso che ci fa riflettere sull’ educazione televisiva, è sintomo di un immaginario culturale in cui i giovani devono continuamente dimostrare di meritare il diritto di prendere parola.

Le proteste delle ultime settimane hanno riportato al centro del dibattito pubblico le rivendicazioni di una generazione che rifiuta di accettare passivamente le proprie condizioni di vita. Eppure, anziché interrogarsi sulle ragioni del dissenso, una parte del discorso pubblico si è rifugiata nella consueta generalizzazione generazionale: se i giovani scendono in piazza, dovrebbero stare a studiare; se restano in camera a studiare, non sanno socializzare. Se lavorano troppo, non si godono la vita; se manifestano disagio, sono fragili.

Insomma, qualsiasi cosa facciano, sbagliano: è arrivato il momento di smontare tre dei miti più ricorrenti sulla presunta superiorità della generazione boomer.

1. «Dovete studiare»

Quando i giovani protestano, qualcuno ricorda loro che dovrebbero pensare allo studio, come se informarsi, partecipare alla vita politica e contestare le ingiustizie fosse incompatibili con la formazione, come se l'università dovesse servire soltanto a ottenere un titolo anziché fornire gli strumenti per interpretare criticamente la realtà. Le nuove generazioni sono tra le più istruite della storia italiana e hanno accesso a una quantità di fonti e strumenti di informazione impensabile per chi è cresciuto in un ecosistema mediatico più ristretto. Questo non significa che ogni giovane sia informato o che l'accesso alle informazioni garantisca spirito critico, significa, però, che è assurdo liquidare un'intera generazione come ignorante mentre cerca di partecipare al dibattito pubblico.

Anche i social network, tanto demonizzati, hanno un ruolo ambivalente: possono alimentare disinformazione e polarizzazione, ma permettono di ascoltare testimonianze dirette e accedere a voci spesso escluse dai circuiti mediatici tradizionali. L'informazione diventa più orizzontale: si possono confrontare esperienze e interpretazioni al posto di assorbire soltanto la narrazione confezionata da giornali e televisioni. Chiedere ai giovani di studiare dovrebbe significare, tra le altre cose, incoraggiarli a sviluppare autonomia di giudizio, non pretendere che accettino senza discutere l'autorità di chi è venuto prima.

Studiare significa anche imparare a contestare.

2. «Non avete voglia di lavorare»



Il secondo mito riguarda il lavoro e la nostalgia per un passato in cui, a sentire certi racconti, bastavano impegno e sacrificio per costruirsi un futuro. Il problema è che quel futuro non esiste più nelle stesse condizioni: sono aumentati i requisiti richiesti dal mercato del lavoro e, in molti settori, titoli di studio ed esperienze sono diventati prerequisiti per posizioni che offrono salari insufficienti e prospettive incerte. Nel frattempo, il costo della vita, degli affitti e dell'accesso alla casa rende sempre più difficile raggiungere l'autonomia economica. Lavorare non garantisce necessariamente di potersi mantenere o progettare una famiglia: la promessa che il proprio posto nel mondo fosse conquistabile attraverso un percorso lineare è crollata.

Sono cambiate anche le ambizioni: molti giovani non considerano più accettabile sacrificare ogni aspetto della propria esistenza per un lavoro che non restituisce né sicurezza né soddisfazione, e questa non è necessariamente pigrizia ma è consapevolezza che il lavoro è una componente della vita, non il suo unico parametro di valore. Se una generazione studia più a lungo, affronta percorsi professionali sempre più competitivi e si ritrova comunque in condizioni di precarietà, forse la domanda non dovrebbe essere se non si impegna abbastanza, ma perché l'impegno non produce più le stesse garanzie.

3. «Noi non ci lamentavamo»



Il terzo mito è forse il più insidioso, perché riguarda la salute mentale e la convinzione che soffrire in silenzio sia una prova di carattere. «Ai miei tempi nessuno parlava di ansia», «noi abbiamo affrontato problemi ben peggiori», «bisogna imparare a stringere i denti»: frasi che trasformano la sofferenza in una gara e il silenzio in una medaglia.

Una gran parte delle generazioni precedenti è cresciuta senza un'adeguata educazione psicologica, in contesti in cui chiedere aiuto poteva essere interpretato come debolezza e le emozioni venivano represse anziché comprese. In molti casi quella che oggi viene celebrata come resilienza era una rimozione forzata del dolore, del trauma e della vulnerabilità. Ciò che non viene elaborato, però, non scompare automaticamente: può trasformarsi in rigidità emotiva e incapacità di riconoscere i propri bisogni. Può anche tradursi in meccanismi tossici trasmessi ai figli: il senso di colpa, l'invalidazione delle emozioni, l'idea che l'amore debba passare attraverso il sacrificio e che chiedere comprensione significhi pretendere troppo.

Rivendicare le proprie sofferenze passate per delegittimare quelle presenti non è saggezza: è perpetuare lo stigma. Riconoscere il disagio, chiedere supporto e parlare di salute mentale non cancella la fatica di vivere, ma sono strumenti per affrontarla senza trasformarla in una condanna da tramandare.

Naturalmente, non tutti i boomer sono uguali e nessuno detiene il monopolio della consapevolezza: ogni generazione ha le proprie contraddizioni, i propri privilegi e non sarebbe giusto dar vita a un contro-sentimento di superiorità giovanile. Il punto è rifiutare l'idea che l'anzianità costituisca di per sé (non corredata da una giusta dose di empatia, dialogo con sé stessi e sforzo di comprensione dell’altro), una prova di competenza, maturità o superiorità morale.

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Foto: Ufficio Stampa Rai