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Spin Time: quando il presidio rischia di diventare un palco

12 agosto 2026

A dieci giorni dallo sgombero il presidio è vivo, ma 400 persone si chiedono ancora cosa sarà di loro

spin time ditonellapiaga.jpg

_Accogliamo un contributo esterno che ci viene inviato sotto pseudonimo.
Lo scritto sviluppa un dibattito attorno al presidio fuori da Spin Time, mi sento però come incaricato della linea editoriale del progetto di Capibara Media di ribadire che noi tutti individualmente e collettivamente abbiamo sostenuto sin dal minuto uno il presidio fuori da Spin Time, di cui condividiamo completamente il fine.
Abbiamo comunque deciso di dare spazio a un contributo esterno che non rispecchia pienamente la linea della nostra redazione per aprire uno spazio di confronto.
Riservando comunque uno spazio per eventuali repliche.
Gabriele Germani_

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di Osservatore Analitico

A Roma sono passati dieci giorni da quando 150 famiglie, più di 400 persone sono uscite dal cancello di Spin Time e sono finite in strada con qualche vestito recuperato di fortuna e una domanda a cui tuttora nessuno sa rispondere: rientreremo?

Il presidio è nato proprio lì, davanti a Spin Time, un pezzo di città che per anni ha provato a chiamarsi casa. All’inizio c’erano coperte per terra, cartoni, volantini scritti a mano. C’era rabbia, stanchezza, e la paura concreta di chi non sa dove dormire la notte successiva. Poi, piano, è arrivato altro: è arrivato il palco, i microfoni, le chitarre. I tavoli con il tè e i biscotti. I laboratori per bambini. La rassegna di letture. La serata "ditonellapiaga" che ha riempito la strada e su Instagram ha fatto il giro. È arrivato il programma culturale che ha trasformato un’assemblea di emergenza in un’agenda di appuntamenti.

E qui sta il punto, ed è un punto scomodo da dire perché nessuno vuole sminuire quello che sta succedendo: c’è una linea sottile, e la stiamo superando. La linea tra "teniamo vivo il presidio" e "abbiamo creato un festival dove il presidio fa da sfondo". Il programma serve, tiene viva la piazza, fa venire gente che altrimenti non passerebbe mai da quelle parti. Fa sentire che non siamo soli.
Il problema è che a forza di riempire il calendario, rischiamo di svuotare il centro della questione.

Succede in fretta: prima arriva un collettivo con un reading,poi un’associazione con un workshop. Poi un artista che vuole "dare visibilità". Poi i fotografi, poi le stories. Il rischio è che Spin Time diventi una tappa, un posto dove vai, ti emozioni, posti una foto e torni a casa. Magari ci passi anche una notte con tutte le buone intenzioni, aiutando come puoi, ma la mattina torni a dormire nel tuo letto sotto il condizionatore mentre dall’altra parte del telone ci sono ancora le stesse persone di dieci giorni fa, con gli stessi problemi di dieci giorni fa più dieci giorni di stanchezza addosso.

Lo so che è ingiusto dirlo, perché chi organizza gli eventi lo fa gratis, di notte, dopo il lavoro, perché senza quelle iniziative la piazza sarebbe vuota e nessuno parlerebbe già più di Spin Time e perché avere 300 persone in piazza è anche una forma di protezione.
Ma proprio per questo dobbiamo tenerci svegli. La solidarietà non può diventare intrattenimento, l'urgenza non può diventare performance.

Non sto dicendo che ci siano secondi fini o che si stia facendo finta, ma il rumore del concerto copre il rumore del silenzio di chi non ha più una chiave, il nome del grande regista ci fa dimenticare i 400 nomi di persone disperate che ancora si chiedono cosa ne sarà di loro.

La città ha bisogno di cultura, sì,ma ha bisogno anche di vergognarsi un po’ quando la cultura diventa l’alibi per non guardare. Roma è bravissima a trasformare le lotte in vetrine, a fare della resistenza un evento carino a cui portare gli amici. E poi, quando finisce il cartellone, chiudere tutto e tornare come prima.

Spin Time non può finire così. Non può finire con un "è stato un bel mese di eventi". Deve finire con "quelle persone hanno una casa". La cultura dovrebbe stare sotto e accanto all'emergenza, non sopra e davanti.

Dieci giorni sono tanti, e probabilmente diventeranno due settimane o un mese. E più passa il tempo più è facile abituarsi. Abituarsi alla piazza piena. Abituarsi ai volti nuovi. Abituarsi all’idea che "tanto c’è il presidio".

Ma, volendo usare la metafora del dito e della Luna, il presidio non è la soluzione, è il dito che indica la soluzione. E se passiamo tutto il tempo a guardare il dito, a fotografarlo, a farci i selfie, ci dimentichiamo la luna.
La luna sono le persone che stasera dormiranno ancora lì, senza casa, senza un letto, senza doccia con 40 gradi. Senza certezze.