Still Alive: la storia e la voce di Amal da Khan Younis
Un podcast corale affinché Gaza non ci sembri lontano come un pianeta nello spazio siderale
di Anna Rabufo
Ho un’amica e collega che mi ha scritto nel cuore della notte perché era spaventata, sentiva le bombe esplodere sempre più vicino a casa sua. Io so il suo nome, ma insieme abbiamo deciso di non dirlo, per la sua stessa sicurezza, perché vive sotto occupazione di uno stato genocida.
Il nome che lei ha scelto di usare è Amal, in arabo significa speranza. C’è un podcast che si intitola Still Alive e che racconta la storia di Amal.
È lei stessa a rispondere qlle domande della sua amica e collega, cioè io, Anna Rabufo, insegnante di inglese e traduttrice. Amal e io, aiutate da un gruppo di persone che sostengono il nostro progetto e ci aiutano a farlo diventare realtà, stiamo scrivendo degli episodi in forma di interviste che si sviluppano su temi specifici.
"Distacco" e "Famiglie" sono i titoli degli episodi già online su Spotify, Amazon Music e Apple Podcast, il prossimo, imminente, si intitola "Acqua".
Inizialmente, l’idea era di creare una versione audio di quello che veniva scritto su un gruppo di WhatsApp creato per comunicare aggiornamenti sulla situazione di Amal durante gli attacchi dell’occupazione mentre lei si trovava ancora nella sua casa di famiglia a Rafah (c’è ancora qualcuno che si ricorda di “All Eyes On Rafah?”).
Era stato creato perché un gruppo di persone aveva risposto alla mia richiesta di aiuto per raccogliere i fondi necessari ad Amal e alcuni membri della sua famiglia per lasciare Rafah e scappare in Egitto, ma i tempi erano troppo stretti e quel piano ha dovuto essere abbandonato per la chiusura del valico di Rafah, il 6 maggio 2024.
A quel punto, il senso di essere testimoni di qualcosa di abominevole stava opprimendo sia me sia i miei amici, mentre i messaggi di Amal si facevano via via più disperati, tanto che uno di questi “Still Alive”, ancora vivi, è diventato il titolo del podcast che abbiamo deciso di iniziare a scrivere.
Da allora, un numero di persone hanno aderito al progetto con l’obiettivo di far ascoltare al maggior numero di persone possibile la voce di Amal e le storie della sua comunità: Igor Mendolia e Alessio Cuffaro di Noise Reduction Studios, Il Margine cooperativa sociale e molti altri e altre che sostengono la realizzazione e la diffusione degli episodi. L'ultima adesione in ordine di tempo è quella della O.D.S. Operatori Doppiaggio e Spettacolo, che contribuisce con tecnici, studi e competenze.
Il perché della scelta di un podcast per la storia di Amal è spiegato nell’introduzione al primo episodio.
“Io sono Anna Rabufo e ho conosciuto Amal quando il dolore di questi giorni era impensabile. Ci siamo incontrate online nel 2017, siamo entrambe traduttrici e lei mi mandava dei lavori. Dopo un po’ abbiamo iniziato a scriverci messaggi più personali e da quando siamo diventate amiche, nonostante la differenza di età (io ho quella di sua madre), abbiamo approfondito la nostra conoscenza, comunicando in inglese e creando il nostro ponte tra Torino e Gaza.Col tempo ho imparato che è una persona con molte risorse, una persona che dall’8 ottobre 2023 è coinvolta in questo conflitto per il solo fatto di essere nata e di vivere in terra di Palestina, una terra che per qualcuno non dovrebbe nemmeno esistere. Io, figlia di un partigiano, il partigiano Turin, ho coltivato in tutta la mia vita l’attenzione a quello che succede nel mondo e mi interesso di diritti umani, soprattutto quando vengono calpestati e negati. Col tempo ho imparato che è una persona con molte risorse, una persona che dall’8 ottobre 2023 è coinvolta in questo conflitto per il solo fatto di essere nata e di vivere in terra di Palestina, una terra che per qualcuno non dovrebbe nemmeno esistere. Io, figlia di un partigiano, il partigiano Turin, ho coltivato in tutta la mia vita l’attenzione a quello che succede nel mondo e mi interesso di diritti umani, soprattutto quando vengono calpestati e negati. Nell'aprile del 2024 Amal mi chiede di aiutarla a organizzare una raccolta fondi per pagare un’agenzia che li avrebbe potuti far uscire da Gaza, attraverso l’Egitto. Ci abbiamo provato, ma era ormai troppo tardi. Amal e la sua famiglia, da allora, sono rifugiati nella loro stessa terra. Prigionieri a Khan Younis, cosiddetta zona sicura, bombardata un giorno sì e l’altro pure. Quelle che adesso ascolterete sono le nostre conversazioni. Alle mie domande Amal ha sempre risposto con ritardo, solo dopo aver trovato qualcosa da mangiare, o dopo aver messo i materassi al sole per eliminare le pulci e comunque solo quando la connessione è abbastanza stabile. In questo, c'è qualcosa di molto simile a quel delay delle comunicazioni con gli astronauti nei film di fantascienza. Ed è per questo che ho deciso di raccontare la storia di Amal, perché ciò che lei e il suo popolo stanno vivendo non ci sembri lontano e irrilevante come un pianeta nello spazio siderale.”
Questo podcast rappresenta per noi la possibilità di non sentirci, con le parole dei PinK Floyd, comfortably numb, ma di tenere i nostri occhi ben aperti sul genocidio in corso per fare in modo che nessuno possa far finta che non stia davvero succedendo.
Dobbiamo essere pronti e pronte per quando verrà il tempo della giustizia per i palestinesi, perché quel tempo verrà, quando i criminali dovranno prendersi le loro responsabilità.
Tutte le iniziative in supporto ai palestinesi devono essere sostenute e mantenute operative, c’è una potente rete mondiale di gente comune, intellettuali, persone con incarichi politici, artisti e artiste che non hanno mai smesso di lavorare in favore di una Palestina libera e dobbiamo esserne parte, se non vogliamo essere complici.
Noi, in quanto europei, siamo già responsabili per aver lasciato che l’occupazione agisse come uno stato razzista che ha instaurato l’apartheid contro i palestinesi per troppo tempo. L’Unione Europea, inoltre, non dà segni di voler cambiare politica, perciò noi, persone a cui importa, non dobbiamo mai più smettere di parlare di Palestina. Perché, come è detto nel podcast: “...tutti possiamo contribuire a che il mondo diventi meno brutale e meno ingiusto. Ognuno può farlo anche dal luogo stesso in cui vive e resiste.”