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Struttura e sovrastruttura nel conflitto russo-ucraino

di
Gabriele Germani
Gabriele Germani

Attivista per i diritti umani, crede nel potere dell’informazione e dell’azione collettiva come motore di trasformazione.

1 luglio 2026

Come l’Europa decise di (ri)fare una cosa molto stupida

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Siamo ormai al dodicesimo anno di guerra in Donbass, iniziata nel 2014 e con intervento diretto russo dal 2022. Un conflitto che da subito andrebbe inscritto in una più grande cornice storica, quella del confronto tra NATO (corte coloniale degli USA nel Nord Atlantico) e Russia (il cuore nevralgico del vecchio stato sovietico).

Si sovrappongono in questo conflitto svariati livelli:

  1. Quello culturale, ultimamente messo molto in risalto nel dibattito della contro-informazione. Sicuramente elemento presente, ma non decisivo. La russofobia non è causa ma conseguenza, e affonda le sue radici ben prima della nascita dell’Unione Sovietica. Certo, i capitalisti occidentali vogliono far scontare alla burocrazia moscovita un lungo Novecento di rivoluzioni e lotte popolari, ma in finale non sarà questo a portarci alla nuova guerra mondiale;
  2. Quello storico, che è una variante più approfondita del precedente. Sin dagli scambi tra Ivan il Terribile e Andrej Kurbskij, emerge una profonda animosità tra Europa e Russia, due poli dialettici necessari l’uno all’altro; proprio attorno a questa dialettica si svilupperà anche parte della riflessione letteraria ottocentesca russa. Polonia, Germania, Italia, Svezia, Francia: più volte gli europei si sono coalizzati e hanno provato a conquistare la Russia, descritta talvolta come Golem dai piedi di Argilla, altre volte come un pericoloso mostro militare.
  3. Quello geopolitico, l’importanza per le potenze di mare (prima il Regno Unito, ora gli Stati Uniti) di impedire il ricongiungimento tra il cuore dell’Eurasia (Russia) e le sue risorse e il Rimland (l’Europa e il resto della fascia temperata).
  4. Quello economico: la crisi degli anni Settanta ha costretto i paesi storici del capitalismo a delocalizzare la produzione industriale per contenere i costi produttivi e il conflitto sociale. Questo ha innescato una serie di nuove incontenibili contraddizioni nel sistema-mondo. Oggi i vecchi attori periferici (Cina, Iran, India, Sudafrica, Brasile) sono ascesi al rango di potenze industriali e possono competere con i nuclei storici del capitalismo globale. In questo, la Russia svolge un ruolo di gendarme di questo nuovo schieramento potendo contare al contempo su enormi risorse energetiche e su un esercito tra i più moderni e armati al mondo.

In altre parole, la Russia costituisce su più piani il nemico perfetto e al contempo il target prestabilito.
Non si può portare guerra alla Cina senza prima aver scardinato la Russia, che altrimenti potrebbe continuare a rifornire di idrocarburi e armi Pechino; non si può esser certi di tenere sotto scacco la Germania o l’intera Europa se questa ha accesso al petrolio o al gas russo a prezzo competitivo (specie se confrontato a quello statunitense); non si può immaginare un gruppo o un’organizzazione, nel sistema vigente, che semplicemente smetta di allargarsi, espandersi, conquistare. In qualche modo, l’estensione della NATO verso Est è un destino manifesto al contrario dell’imperialismo USA in Eurasia.

Più l’Ucraina nel conflitto non ottiene i risultati sperati e più è necessario spingere l’opinione pubblica europea verso il bellicismo, puntando sul razzismo, sulle orde asiatiche (di fascista memoria), sul tiranno sanguinario. Dopo anni di suicidio economico, però, la popolazione europea - inclusa una fetta consistente dell’imprenditoria locale - sembra sempre più stanca del conflitto e della russofobia; il cospirazionismo anti-russo non basta più. Così Zelensky rilancia il conflitto spettacolarizzando la guerra, cercando di trovare nei filmati quella dinamicità di cui ormai le sue truppe mancano (al netto del supporto militare statunitense ed economico europeo).

La Russia - data per fallita settimana per settimana, mese per mese, da almeno quattro anni - sembra quanto mai stabile al proprio interno. Anche qui, la lettura occidentale ruota tutta attorno all’uomo forte, alla propaganda e al regime, dimenticando invece un elemento connaturato ad ogni società umana: il consenso. Tutti i governi contano sul consenso della maggioranza della popolazione, dei lavoratori, dei burocrati, degli intellettuali, dei divulgatori, ecc..
La coesione sociale non è data solo dal terrore o dal dispotismo, ma prima di tutto dal consenso e da una larga condivisione dei valori nella popolazione. Tutti noi veniamo educati e viviamo un certo clima sociale che per noi diventa la normalità, sinonimo di libertà, ma chiedendo questo ad altri cresciuti e vissuti in altri contesti potremmo ottenere ben altra risposta.

L’idea però che dei cittadini russi possano gradire il proprio sistema, non perfettamente uguale alle liberal-democrazie atlantiche, sembra inconcepibile per gli europei, che anzi vivono questa possibilità a metà tra il fastidio e il disturbo. È una nuova veste del fardello dell’uomo bianco: un tempo era per salvargli l’anima, per insegnargli il Vangelo, a leggere o scrivere, oggi è per i diritti umani. Siamo davanti a una volontà palingenetica, anche a costo di portare l’intera umanità in un conflitto atomico pur di affermare la propria ragione sul prossimo.

Questo però, che piaccia o no ai governanti europei e statunitensi, è molto difficile che possa accadere con la Russia. Dostoevskij non è John Wayne.